03 settembre 2014

Sbatti l’Africa in copertina

Pensate alla copertina di un libro straniero tradotto in italiano. Diciamo di uno scrittore africano, o indiano o mediorientale. Oppure di un autore di qualsiasi altra nazionalità che abbia ambientato la sua storia o riflettuto su  questi Paesi , diciamo “esotici”. Non importa l’argomento o il genere: sulle copertine compariranno quasi esclusivamente l’acacia su sfondo assolato per l’Africa con, l’aggiunta, in alcuni casi di elefanti e leoni, il Taj Mahal o mani femminili dipinte con l'henné per India e dintorni, una donna avvolta in vari strati di tessuto per il medio Oriente.

Ad aprire il vaso di Pandora un lettore del blog Africa is a Country, Simon Stevens, che ha realizzato un collage di 36 copertine di libri sull' Africa o scritti da autori africani, subito condiviso dal blog. Il risultato è più o meno un’acacia replicata 36 volte.

Pochi giorni dopo Sinthujan Varatharajah, che gestisce una pagina Facebook chiamata Roots of Diaspora, replica l’operazione con i volumi che parlano del proprio Paese, l’India. Il risultato è il medesimo: una schiera di Taj Mahal e donne con mani e piedi decorati con l’henné. Anche i libri sul mondo arabo sono vittime degli stessi stereotipi: donne velate a gogò, indipendentemente dall’argomento.

Solo pigrizia dei grafici? Non proprio, secondo Peter Mendelsund, art director della casa editrice newyorkese Knopf e autore di What we see when we read, libro che riflette sulla complessa relazione tra immagine e testo, ovvero su come un personaggio viene descritto dall’autore e come invece il lettore arriva a immaginarselo. “I cliché visivi sono sicuramente più semplici da realizzare – spiega alla rivista Quartz. - È un modo come un altro per andare sul sicuro. Trasmettendo un vago sentore di orientalismo non si sbaglia mai. Il rischio è quello di uniformare ogni singolo libro, smarrendo per strada ciò che ha reso il manoscritto unico”. Senza contare che “se qualcuno cerca qualcosa di diverso, e il libro non vende, la colpa ricade automaticamente su chi non ha messo l'albero di acacia in copertina”.

Per quanto la lettura miri proprio ad aprire gli orizzonti, la copertina con l’immagine già nota e rassicurante è una tentazione spesso irresistibile. E i lettori hanno le loro colpe, perché le case editrici cercano sempre di soddisfare le loro aspettative: “Se il pubblico non trova in copertina una donna araba avvolta in dieci strati di tessuto – spiega Adam Talib, che insegna letteratura araba all'Università americana del Cairo - può sentirsi talmente disorientato da non comprare il libro”. E se anche un certo tipo di letteratura, come quella di autori africani e musulmani, può a volte beneficiare dell’inserimento in un filone “di genere”, il rischio, più a lungo termine ma anche più grave, è quello di alimentare il circolo vizioso dello stereotipo di genere ben oltre la copertina, andando a toccare il contenuto del libro. Per intendersi: se sei africano e non scrivi di Africa mi destabilizzi e quindi non ti leggo. Da tenere a mente la prossima volta che si fa un salto in libreria.

 

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