13 ottobre 2020

I segnali extra di Clet

Intervista a Clet Abraham

La strada è sempre più spesso il territorio intrinseco dell’arte. I nostri occhi scivolano su tutto, e ne agganciano le immagini. La libera espressione attinge ai più disparati contesti: il mondo globalizzato, con i suoi miti, simboli e codici riflette la realtà contemporanea. Ogni intervento figlio dell’inchiostro spray illustra una visione moderna. È quel che avviene perfino sulla segnaletica stradale. Non occorre avere un’idea precisa di cosa sia il bello per comprendere la missione artistica di Clet Abraham. Vandalismo? Nient’affatto. Questo artista francese – attivo in Italia fin dagli anni Novanta – è ambasciatore flessibile di una public art che invade i segnali delle nostre città – senza disinnescarne la funzione – per veicolare “ad arte” messaggi extra. L’omino nero che Clet trasferisce all’interno dei cartelli di divieto, pericolo e obbligo – nella sua garbata presenza – assume il valore di un’installazione museale:

Siamo sempre più invasi dalla segnaletica; lo spazio urbano fornisce una quantità di messaggi basilari e unilaterali, certamente utili, ma per me senza personalità. Vorrei che all’unilateralità del messaggio venisse sostituito il concetto di reversibilità: si aggiunge un nuovo significato alla prima, portando altri livelli di lettura.

 

Come nasce la tua arte, Clet?

Prendo spunto da ciò che succede a me e a tutti noi; altre volte mi viene un’idea improvvisa ma fondamentalmente disegno. Disegno un sacco su fogli, taccuini, tovagliette dei ristoranti e ogni tanto faccio qualcosa che mi piace. A quel punto lo elaboro.

Foto per gentile concessione dell’artista

E l’entrata a gamba tesa nei segnali stradali?

Credo che un po’ dipenda dal fatto che i cartelli entrano a loro volta a gamba tesa nella nostra vita. In realtà è una cosa di cui mi sono reso conto con il tempo, dopo aver cominciato a lavorarci. Trovo che i cartelli siano una forma di ordine onnipresente, e così ho pensato che questi ordini meritassero una risposta.

 

Non ami le imposizioni. Ti piace sparigliare le carte

Sicuramente non le amo, no. Mi piace mettere in discussione le cose, è vero, ma spero che dal mio lavoro non risulti soltanto il desidero di mischiare le carte. La mia ambizione è quelle di farle vedere da un altro punto di vista.

 

Da quale?

Da quello non automatizzato. Se vedo un cartello, obbedisco. Ma se invece non fosse così? Ma perché obbedisco? Cosa significa il divieto? Chi lo decide? Sono d’accordo? Non mi sento in grado di dare una risposta a queste domande. Credo, però, che porsele faccia bene. E mi auguro di riuscire a farle sorgere in chiunque veda un mio intervento.

 

La sfida alle regole è un valore aggiunto?

Penso di sì. Credo che la sfida alla regola – soprattutto quando questo diventa un dogma, perdendo quindi la sua funzione di “patto sociale” per diventare un ordine – sia praticamente un dovere da portare avanti. La regola deve necessariamente cambiare per poter continuare il suo scopo in maniera efficace. La società cambia, noi anche. E per cambiare c’è sempre bisogno di una discussione e della dimostrazione che quella regola abbia perso il suo valore.

 

Tu non sei un vandalo, ma un valorizzatore. Dai più risalto al messaggio che al segnale

Mi piace pensarlo, e spero di esserlo. Sicuramente il mio intento non è quello di distruggere. Ci sono diversi studi che dimostrano come l’abitudine sia il fondamento della disattenzione che è a sua volta il principale motivo di incidenti. Con il mio lavoro cerco di prendere in giro l’ordine, l’istituzione, per giocare con il messaggio originale; allo stesso tempo, però, visto che mi concentro molto sul connubio tra il mio intervento e il supporto, cerco di dar risalto al cartello su cui sto lavorando, e in qualche maniera finisco per renderlo più efficace.

Foto per gentile concessione dell’artista

Senza mai apparire scontato, uguale ma diverso

Ci provo! Cerco di intervenire in base al luogo in cui sono; seguo ciò che succede intorno a me, e provo a rifletterlo nel momento in cui sto lavorando. Ripetersi non è molto interessante.

 

La metropoli ingabbia, limita. L’arte “on the road” è un pretesto per renderla viva?

Non credo che le metropoli abbiano un potere limitante in sé, anzi, sono piuttosto convinto che abbiano questa capacità di attrazione anche per la loro capacità di moltiplicare i nostri sforzi tramite gli altri. Quello che è un limite, secondo me, è la sua organizzazione strutturale, in cui tutto lo spazio è pensato, considerato e sfruttato; ed è qui che con la street art si prova a riconquistare dello spazio libero, che sia fuori dalle logiche di pura strumentalizzazione.

 

Sei anarchico? Un pizzico di anarchia, nell’arte, è sempre positivo

Non so se posso definirmi veramente un anarchico, ne apprezzo molti aspetti e almeno filosoficamente ne appoggio gran parte delle istanze. Sicuramente l’arte ha un gran bisogno di stare lontana dalle logiche di potere, in questo senso ci vuole ben più che un pizzico di anarchia.

 

Clet, qual è la tua filosofia di vita?

Credo profondamente nel confronto, ho una buona fiducia negli esseri umani, mi impegno a rispettare il prossimo. Per il resto cerco di tenere la testa aperta.

 

Non sei italiano, ma vivi in Italia da anni. Hai una soluzione artistica che possa far bene alle sorti di questo Paese?

Che domanda difficile! Non ho una soluzione artistica che riesca a comprendere tutto quello che sarebbe necessario considerare. Sicuramente l’Italia ha una fortuna enorme grazie al suo patrimonio storico, al quale ci affidiamo al punto da riposare sugli allori. Spero che questa tendenza alla musealizzazione, alla venerazione del passato, sia un buon motivo di sprone per produrre qualcosa che spezzi questa dinamica, uno scontro fra bagaglio culturale e bisogno di nuovo che possa arricchire entrambe le parti.

 

Tutto ciò ci fa amare senza remore e con assoluto trasporto la tua arte

Per fortuna. Ho veramente molti che mi sostengono ma non tutti condividerebbero la tua affermazione “senza remore e con assoluto trasporto”. Sai, i detrattori non mancano mai…

 

Immagine di copertina: Migration in Miami. Migration is the story of humanity..., di Clet (per gentile concessione dell’artista)

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