20 aprile 2017

Storie di volti e di parole: la ricerca dell'autenticità

Raccontare un volto è una missione impossibile. L’identità stessa, infatti, non è altro che una mappa narrativa che non può esimersi dall’intrattenere un rapporto ‒ autentico ‒ con un passato «a spirale» in continua ridefinizione, data la provvisorietà delle condizioni del mondo. Seppur ineffabili da una logica che vuole essere movimento, due sono le sicurezze che rispondono ancora bene alla lettura della temporalità ordinaria: il corpo e la parola. Il volto, allora, non solo parla perché è il luogo primo dell’incontro tra psiche e alterità, bensì parla perché, attraverso quest’ultimo, l’uomo manifesta la sua totalità di individuo nel ruolo che il destino gli ha assegnato. La persona, nel senso latino del termine, non è mai fine a sé stessa, è parte di un tutto, un tutto che non sempre si vede o si percepisce. Eppure la sensibilità scorre sui volti, si radica nei discorsi. Ecco che il linguaggio, nella sua ricorsività e plasticità, rappresenta l’occasione in cui trattenere un’ultima forma di sopravvivenza, un centro intenzionale e privato che diviene storia e si apre, infine, a una complessità cosmica. Le Storie di volti e di parole che Luigi Ananìa e Nicola Boccianti presentano in una raccolta inedita di racconti accompagnati da ricche annotazioni psicolinguistiche per DeriveApprodi si muovono proprio entro questa linea: recuperare il sé ‒ dei personaggi e delle loro vite ‒ attraverso la trasformazione e non cedere del tutto alla deformazione, alle «frazioni biogradanti» e ai «frammenti sparsi» di identità che volteggiano in un tempo sempre più estraneo al mito e al sacro. Già nella prima sezione Epoche e luoghi il vuoto si fa paradigma di un’esistenza che ricerca una «relazione interminabile» con le cose e con la pace. Ma parlare della propria storia «a tre direzioni» non alleggerisce affatto le cronache della distorsione, che sembrano ingrandirsi, a fasi alterne, al di sotto dei «cornicioni dell’assurdo», sui quali si muove, come ricorda Silverio Novelli nella Prefazione, un narratore che si fa acrobata. Dai gesti nevrotici dei personaggi ‒ il tic del mignolo che cerca di recuperare un senso, la mandibola che a tratti scatta, il palpitare dei nervi nelle pieghe del viso ‒ all’attenzione per il tempo che scivola su di noi ‒ «ci sono le nuvole che passano e noi che passiamo con altre facce e altre pelli» ‒ lo scarto che ogni storia di umanità ripresenta, sotto forme diverse, riguarda l’impossibilità di essere ancora «rivelazione». La distruzione dell’Aura, tema su cui si confrontano un giornalista e un critico d’arte nel racconto L’intervista, ha fermato il giusto corso delle cose e delle nostre emozioni, che non possono, per la loro natura, replicarsi all’infinito. «Forse adesso ci accontentiamo delle superfici degli involucri e viviamo come esseri incompleti»: bearsi della propria unicità, senza essere trasferiti in un universo a «unica dimensione», è un ricordo inghiottito dalla «lunga storia del creato». Del resto, la radice eig- dell’Eigentlichkeit heideggeriano ‒ come sottolinea la voce in forma enciclopedica Autenticità nelle annotazioni ‒ richiama proprio il concetto di scelta: appropriarsi di sé e della propria possibilità esistenziale è il primo passo per non partecipare a quelle «fiere dell’Irrealtà» dove le tipologie umane diventano una sola, e in uno scambio di «calici e identità» ‒ l’immagine della lavatrice che mescola vino e psiche in Circo enoico è nitidissima ‒ la speranza risiede nel trovare una lingua capace di codificare non solo le alterazioni dei volti, ma ciò che unisce spirito e lineamenti. Le parole sono incomplete, talvolta sono un semplice «ghigno gorgogliante di saliva». Discorsi, significati e immagini diventano intercambiabili. C’è chi ama i pensieri svelti, «le parole che in un attimo danno il senso», un po’ nevrotiche ‒ come la «distesa di incipit» lunghissima che non comunica nulla in Grandeur calabropartenopea ‒ e dunque cariche di falsità, perché «la sensibilità ha i suoi tempi», ricorda Adalberto nella storia de Il sito del produttore. Le parole sono impazzite. A volte persino si perdono «in uno stato di incoscienza». Si conciliano a fatica con il presente, con lo sguardo ‒ «due triangoli ottusi» poi «ampie orbite» ‒ con il fondo di sé e della vigna. Sempre alla destra dei corpi, la natura, in particolar modo nella seconda sezione Il mondo del vino, investe gli interlocutori, e attraverso questi si fa paesaggio e oggetto di raffinate argomentazioni, come quelle sulle variazioni cromatiche che dal vino vanno al cielo, una delle bellezze «del grande divenire». Nelle reminiscenze di fisionomie c’è sempre una parte dell’io che «intende la vita», e lo fa appellandosi a un lontano universo di futuro e di nulla: tra corpo e aria, tra «bisbigli e stelle», tra l’armonia di «spazio e luce» e un pensiero che «diventa mare» si cristallizza un dialogo con una galassia fragile, ma reale. Solo perché «le parole e il tempo non finiscono». Recuperare questa certezza nella «contesa con il vuoto» implica scontrarsi anche con un sentimento inconsistente ‒ l’amore, forse «u sentimento» di cui parla Guido in Camminando sui rilievi ‒ che sembra assumere, a poco a poco, le sembianze di Mercedes, «una donna confusa dalla solitudine in un appartamento disabitato». Nella terza sezione Donne bizzarre la grazia e la sensualità degli intimi incontri lasciano il passo al deserto affettivo o a un tormento ingiustificato: il ricordo di lei si espande nella mente con un «fremito intenso», ma la verità è che tra le scale, i quartieri notturni e il vuoto dei palazzi un uomo cerca qualcosa che non è già più: «sembrava che in quel breve arco di tempo il suo equilibrio si fosse infranto e lo spirito fosse andato via lasciandola smarrita e informe». Il tempo ci fa sempre così paura. Su di esso le parole non hanno mai potere, anzi, si confondono quando cercano di afferrarne la ragione: «Nel corso di un giorno […] non si perde la percezione del tempo e può succedere di tutto e di niente», ripete qualcuno fuori campo. L’amore inevitabilmente sfugge a questa trappola linguistica, ma rimane nei sogni, nel ricordo di Carla, angelo e specchio di una dimensione autentica di libertà, che chiude in un delicato silenzio la raccolta. «L’amore espresso in parole la spaventava e lei stessa aveva paura a dire le parole dell’amore, come se nel passato fosse stata tradita nei sentimenti». L’unico conforto che rimane tra le note di un prima e di un poi risiede paradossalmente ancora nel verbo, quello che racconta, stavolta, il tempo del dolore e di un affetto che ci riconnette al nostro vissuto personale e del mondo, a quella bellezza che «estende la nostra sensibilità», che salva, e che ci lascia ‒ lontano dalla violenza del presente ‒ un poco sospesi. Luigi Ananìa, Nicola Boccianti, Storie di volti e di parole, DeriveApprodi 2016  


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0