1 giugno 2021

Il tramonto della democrazia, di Anne Applebaum

 

La domanda, invero inquietante, che attraversa carsicamente l’ultimo libro della rinomata saggista statunitense-polacca Anne Applebaum potrebbe essere riassunta più o meno in questi termini. Come è possibile che, a vent’anni circa di distanza da una cena colma di speranze organizzata in un villaggio della Polonia rurale al volgere del millennio (cfr. il cap. 1), amicizie ritenute autentiche e solide si siano dissolte e persone un tempo sinceramente impegnate nella promozione dei valori democratici abbiano ceduto alle sirene di movimenti politici sempre più sfacciatamente inclini alla promozione di un’ideologia che, nella migliore delle ipotesi, si può definire grettamente conservatrice, nella peggiore apertamente autoritaria? Detto in altri termini: come si può spiegare che, nel giro di neppure un trentennio dalla dissoluzione dei regimi comunisti in Europa – nella visione del mondo dell’autrice, forse comprensibilmente date le sue origini, la fonte di pressoché ogni male –, i baluardi del progetto liberale (il Regno Unito e l’America) abbiano affidato le redini dei rispettivi governi a personaggi come Donald Trump e Boris Johnson?

La risposta a questo interrogativo prende forma nel corpo del volume (capp. 2-5) mediante l’individuazione, sulla falsa riga di Karl Popper, dei nemici di quella società aperta (non da ultimo al libero scambio in un’economia di mercato in cui lo Stato abbia poco o punto voce in capitolo) che, come avrebbe detto Churchill, rappresenta per l’autrice «la peggiore forma di governo tolte tutte le altre».

In prima fila – e soggetti alla critica di gran lunga più feroce nel corso dell’intero volume – si trovano, a parere della Applebaum, quelli che nel 1927 Julien Benda aveva chiamato «i chierici». Tale categoria comprende, come spiega l’autrice, tutti quei membri dell’intelligencija che, per le ragioni più diverse, hanno scelto di abdicare ai principi cardine dell’ordinamento democratico (tra cui un posto d’onore è occupato, come è logico in un’ottica thatcheriano-reaganiana come quella difesa nel libro, da concetti quali libertà, giustizia, meritocrazia e – non da ultimo – competizione) per mettersi al servizio di quanti quei valori contestano, e che la Applebaum non esita a bollare come estremisti, siano essi di sinistra (come Noam Chomsky o gli autori della rivista Jacobin) oppure di – estrema – destra (come Bolsonaro, Kaczyński, Orbán o Abascal). Il punto, argomenta l’autrice, non è infatti tanto la visione del mondo che i chierici propugnano, bensì quella che essi avversano, e come recita un vecchio adagio, non si può essere tolleranti con gli intolleranti.

Il secondo gruppo di nemici della società aperta, prosegue la Applebaum (cap. 3, Il futuro della nostalgia), sono per l’appunto i nostalgici, e ciò in virtù del fatto che, si sostiene nel corso del capitolo, una visione passatista del mondo, sia essa aggressivamente nazionalista o desiderosa di cambiare lo status quo mediante una qualche forma di palingenesi, si è solitamente dimostrata antesignana di ogni forma di autoritarismo, e va dunque trattata in modo quanto meno scettico.

Chiude il cerchio una terza categoria (cfr. specialmente i capp. 4 e 5): ad essa appartengono quelle che l’autrice definisce, prendendo spunto dagli studi della politologa australiana Karen Stenner, le «personalità autoritarie», vale a dire tutti coloro che provano avversione nei confronti di ciò che nel volume viene definito «complessità»; ovvero le dinamiche della moderna società neoliberista e globalizzata (secondo l’accezione neoliberale del termine).

Le Valanghe di menzogne (cap. 4) di cui oggi pullula l’etere non hanno fatto altro che offrire un megafono di potenza inusitata (Umberto Eco aveva parlato di «invasione degli imbecilli») alle tre categorie di cui sopra. In questo contesto, sostiene l’autrice, si sono create le premesse ideali per sferrare un attacco – particolarmente subdolo perché non limitato all’esterno (Putin e Xi Jinping su tutti) ma potenzialmente anche, se non soprattutto, endogeno –, a quell’universo valoriale che nel cap. 5 (suggestivamente intitolato Praterie in fiamme) la Applebaum epitoma nel sogno americano formulato al momento della stesura della dichiarazione di indipendenza dai padri fondatori e in particolare da Thomas Jefferson.

Non fosse altro che per l’autorevolezza della penna che lo firma, Il tramonto della democrazia merita di essere letto: esso fornisce infatti, in poche, scorrevoli pagine ricche di aneddoti in parecchi casi illuminanti e di ritratti assai godibili di alcuni dei protagonisti indiscussi del nostro tempo, se ne condividano o no le idee, una sintesi del manifesto di quel pensiero (neo)liberale che, dagli anni Settanta del Novecento a voler essere prudenti, è divenuto la dottrina corrente da un capo all’altro del globo. Del resto, proprio la Thatcher aveva sostenuto che non vi fosse alternativa a un mondo governato dai principi di cui anche la Applebaum, sua fervida ammiratrice, si fa alfiere nel corso del saggio.

Stanti queste premesse, vale forse la pena sottolineare che parte non trascurabile dell’interesse del volume risiede non in quanto in esso è scritto, ma nelle (contro) argomentazioni alle tesi in esso esposte e che avrebbero forse meritato più spazio. Due esempi saranno sufficienti. Non potrebbe darsi, come acutamente osservato dal geografo David Harvey, cha la marea montante di autoritarismo illiberale non sia una sbandata bensì costituisca il diretto portato di un sistema economico che ha vissuto a debito solo in virtù della sua capacità – non da ultimo militare – di delocalizzare gli scarti di produzione (letteralmente e figurativamente) all’esterno di esso – il che significa, di solito, nei Paesi del cosiddetto Terzo Mondo: si pensi all’India, divenuta nel tempo la discarica dell’Occidente – e che ora sembra avere raggiunto i limiti della propria capacità espansiva, con il risultato di aver imboccato una china autofaga le conseguenze della quale la recente pandemia non ha fatto che portare spietatamente alla ribalta persino nella opulenta Europa?

Eva Illouz (sulla scorta, fatto interessante, di Karl Marx, e non di Adam Smith o di Friedrich von Hayek) ha di recente fatto notare che, in assenza di uguaglianza, la libertà è solo quella dei ricchi. Se è vero, come ancora Harvey ha più volte sostenuto, che il patto sociale in vigore da una cinquantina d’anni a questa parte ha previsto la rinuncia in blocco a quanti più diritti sociali possibili (idealmente lo smantellamento di ogni forma di welfare) in cambio della illimitata libertà individuale (che vediamo oggi poderosamente affermarsi nella rivendicazione del diritto a non vaccinarsi e a non indossare i dispositivi di protezione individuale), non è forse del tutto insensato chiedersi se non sia opportuno prendere molto sul serio l’appello della Applebaum in difesa di un sistema di governo così fragile come la democrazia riflettendo allo stesso tempo sulle strutture sulle quali essa, per lo meno in Occidente, si basa, e che rischiano di minarne le fondamenta sociali (in ultima analisi: il consenso) tanto quanto, se non di più, le fake news putiniane o la retorica cosiddetta populista.

 

Anne Applebaum, Il tramonto della democrazia. Il fallimento della politica e il fascino dell’autoritarismo, Milano, Mondadori, 2021, pp. 159

 

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