13 febbraio 2015

Via della seta: le avventure della tigre

Il Baburnama, libro delle gesta di Babur fondatore dell’impero Moghul, nato ad Andijan, nell’odierno Uzbekistan, il 14 febbraio 1483, è per molti versi un’opera straordinaria; prima autobiografia nel mondo islamico, è un racconto che alterna la cronaca ufficiale alla narrazione di memorie personali. La stessa scelta di comporre nel letterariamente inconsueto turco Chaghatay fa risaltare l’originalità dell’autore che optò per il più colloquiale idioma natio.

La civiltà timuride in cui crebbe era partecipe infatti di una cultura unificata, fortemente persianizzata nel gusto artistico e nelle forme letterarie; lo stesso condottiero era versato in lingua persiana, all’epoca cifra letteraria universale dal Turkestan cinese a Costantinopoli. Ẓahīr al-Dīn Muḥammad detto Babur (la Tigre), nacque nel 1483 nella regione del Fergana e percorse un’avventurosa carriera ricordando i passi che un secolo prima compì il suo antenato Timur-i-Lang (Tamerlano). Discendente da un ramo dei timuridi affermatosi in Transoxiana, al tempo contesa da signori della guerra in lotta fra loro, Babur conobbe estemporanei successi e improvvisi rovesci prima della sua affermazione in India. Divenuto sovrano di Andizhan a soli 12 anni, tentò di allargare i suoi domini in Transoxiana, conquistò e perse ripetutamente Samarcanda, metropoli della regione, fino a quando i clan Uzbeki, sbaragliando gli ultimi eredi di Tamerlano, lo costrinsero alla vita errabonda di un capitano di ventura. Le contingenze lo forzarono a ripiegare sulla marginale Kabul che godeva però di una posizione favorevole per ambire alle immense ricchezze del subcontinente indiano. Abbandonate le velleità di riunificare le terre di origine, Babur con le sue bande di guerrieri turco-mongoli intraprese una memorabile conquista dell’Hindustan facendo di Delhi e Agra le grandi capitali della nuova dinastia Moghul. L’imperatore rievoca le vicende che lo videro protagonista, narrando con sincera franchezza le ambivalenze del suo carattere tumultuoso, dalla ferocia del guerriero che impila torri con teste di nemici alla sensibilità estetica di un poeta che compone ghazal e si dedica al giardinaggio, da una condotta pia e devota alla scoperta nella raffinata Herat delle gioie dell’ebbrezza. Nell’opera prende vita un caleidoscopio di battaglie, usanze e personaggi che restituisce l’atmosfera sofisticata del mondo timuride, valenti cavalieri abili nel polo e nel tiro con l’arco, venerabili mawlana sufi compositori di musica e lirica naqsh o le Begim e le Kanïm (principesse turco-mongole) dalle vesti ricamate di broccato. Anche le delizie menzionate ci restituiscono la fragranza di quelle terre con i melograni farciti di pasta di mandorle poi essiccati di Margilan, il forte vino di Bukhara o la conserva di cedro dello Swat. Al contempo le descrizioni del panorama umano e naturale trovano ampio spazio incorniciando fatti d’arme, battute di caccia e festini in cui era vanto assumere vino o maʿjun (mistura oppiacea) dal mattino a notte inoltrata. Con passione vengono descritti anche i frutteti e soprattutto i charbagh (giardini quadripartiti) che adornavano le città e che saranno un elemento distintivo dell’urbanistica moghul ammirato da britannici ed europei. Irrorati da vasche e acque correnti Babur ne loda la fioritura primaverile di violette, tulipani e rose o la bellezza degli alberi ornamentali disposti in filari di pioppi, platani e cipressi. Quando per la prima volta attraversò il Khyber Pass egli rimase stupefatto dalla varietà dell’universo indiano oscillando fra la repulsione per una realtà diversa e la viva curiosità per tutto ciò che svelava. Durante le nuove conquiste la malinconia per le vette innevate e il cielo terso dell’Hindukush accompagnò sempre Babur che tornerà fra quei monti solo dopo la morte (1530) quando, al termine del suo ultimo viaggio, una delle tanto amate architetture vegetali, il Bagh-e Babur a Kabul, ne ospiterà le spoglie mortali.


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0