7 giugno 2021

9 domande per capire la situazione geopolitica bielorussa

 

Il dirottamento di Stato del volo di linea sui cieli bielorussi ha causato reazioni ad ampio raggio tra le diplomazie europee e mondiali. E se alcuni aspetti sono ancora in pieno sviluppo ed è dunque difficile prevedere dove possano portare, è utile analizzare il contesto nel quale si muovono i principali protagonisti di questa vicenda, per tentare di comprenderne meglio le mosse.

 

1. Chi sono i principali soggetti in campo?

Molti sono intervenuti a livello internazionale, da Joe Biden al Regno Unito, fino ai Paesi direttamente confinanti, come la Lituania. E naturalmente è cruciale il ruolo dell’opposizione interna. Ma a livello geopolitico il cuore della vicenda sono i rapporti tra Lukašenko e l’Unione Europea (UE) da un lato e dall’altro quelli tra Bielorussia e Russia, sia da un punto di vista geopolitico generale, che nello specifico della relazione tra i due rispettivi leader.

 

2. Le sanzioni europee servono a qualcosa?

Una delle principali notizie dei giorni scorsi sono state le sanzioni annunciate da Bruxelles: tra chiusura dei cieli europei ai voli bielorussi e altre sanzioni economiche. Che potrebbero ulteriormente essere rafforzate in modo mirato verso altre figure vicine ai vertici bielorussi. Ciò che spesso si dimentica, però, è che decine di misure analoghe erano già state decise dall’Unione Europea nel 2020, dopo la soppressione delle proteste sui presunti brogli elettorali da parte di Lukašenko, senza ottenere alcun vantaggio o progresso. Alla Commissione esteri dell’UE, lo ha ricordato senza mezzi termini anche la leader dell’opposizione in esilio, Svjatlana Cichanoŭskaja, rammentando come nei mesi successivi il presidente bielorusso abbia anzi incrementato la stretta contro gli oppositori, imprigionandone centinaia, fino a giungere proprio al dirottamento e all’arresto dello scorso 23 maggio.

 

3. Cos’altro può fare l’Europa?

La presidente von der Leyen è assai probabilmente consapevole del fatto che nei confronti di Lukašenko quella delle sanzioni è un’arma spuntata. Non è un caso che von der Leyen abbia accompagnato quell’annuncio anche con un appello diretto al popolo bielorusso, nel quale si è spinta come forse mai prima d’ora a chiedere un cambio di regime: promettendo il sostegno ai cittadini bielorussi e aiuti per miliardi di euro al Paese dopo che si fosse liberato dell’attuale leadership.

 

4. Come mai questo cambio di passo dell’UE?

In un certo senso questa maggiore aggressività europea è stata possibile solo e proprio grazie al dirottamento del volo Ryanair, che ha trasformato una vicenda che era di fatto di politica interna alla Bielorussia (riguardo alla quale Bruxelles poteva fare poco) in una questione di relazioni internazionali e minaccia alla stabilità regionale, che consente una maggiore incisività delle posizioni europee.

 

5. Allora perché Lukašenko ha rischiato un’azione del genere?

Il presidente bielorusso governa il Paese fin dalle prime elezioni del 1994 e si dice che stia preparando il figlio, che ora ha soltanto 17 anni, per prendere il suo posto. Dunque intenderebbe rimanere al suo posto ancora a lungo. La sua dura reazione contro le proteste del 2020 gli ha consentito di mantenere il potere e nei mesi successivi ha aumentato ulteriormente la repressione, non solo con arresti e presunte torture, ma introducendo norme che rendono quasi impossibile protestare e divulgare notizie non autorizzate. Il dirottamento non è giunto dunque all’improvviso, ma fa parte di un costante e progressivo inasprimento della sua azione per eliminare le minacce interne. Inoltre, a livello internazionale, più che le parole dell’UE, a Lukašenko interessa la posizione della Russia.

 

6. Cosa pensa di tutto questo la Russia?

In generale la dottrina di Mosca, come visto dalla Siria all’Ucraina, è che ogni governo abbia il diritto di agire come preferisce per contrastare minacce alla stabilità del Paese, equiparando sostanzialmente gli oppositori a terroristi. Che non a caso è ciò che ha fatto Lukašenko.

Inoltre, ogni inasprimento dell’isolamento della Bielorussia da parte dell’Unione Europea ha inevitabilmente come conseguenza anche il rafforzamento del legame del Paese con i propri vicini ed ex compatrioti russi. E anche se c’è chi teme che una Bielorussia trasformata in una sorta di Corea del Nord europea diventerebbe troppo dipendente da Mosca dal punto di vista economico, venendo a pesare eccessivamente sulle casse russe, la volontà di restaurare per quanto possibile gli antichi confini collassati con la caduta dell’URSS è comunque superiore agli aspetti contabili.

Dopo un cauto silenzio iniziale, infatti, Vladimir Putin ha infine deciso di schierarsi apertamente dalla parte di Lukašenko, proprio per cogliere al volo l’occasione di avvicinare ancora di più la Bielorussia all’interno della propria sfera d’influenza. Nei giorni scorsi, ad esempio, la Russia ha negato l’atterraggio a Mosca a vettori aerei europei e i due leader si sono incontrati sul Mar Nero per consolidare la propria relazione.

 

7. Quindi Putin è un sostenitore di Lukašenko?

Putin non ama assolutamente Lukašenko. Lo ritiene inaffidabile e pare abbia più volte tentato di ostacolarne la rielezione. Nel 2010, ad esempio, le elezioni furono scandite da attacchi dei media russi contro di lui, che lo accusavano della misteriosa scomparsa di tre leader dell’opposizione negli anni Novanta. Mentre, nel 2020, 33 mercenari russi furono arrestati a Minsk con l’accusa di fare parte di un gruppo ancora più ampio inviato per destabilizzare il Paese in vista delle ultime, contestatissime, presidenziali.

 

8. Allora perché Russia e Bruxelles non si uniscono per eliminare Lukašenko?

Si possono ipotizzare due motivi: uno di metodo e uno di rivendicazione territoriale. Se a Putin non dispiacerebbe una sostituzione di Lukašenko, vuole però essere lui a farlo. Soprattutto, per il presidente russo è inaccettabile che il cambio di regime avvenga attraverso proteste di piazza, che invece è proprio ciò che auspica l’UE. Secondo Putin si tratta di un modus operandi applicato dai servizi occidentali senza soluzione di continuità dal 1989 alla crisi Ucraina, e ogni nuova iterazione costituisce un ulteriore pericoloso precedente anche per la Russia stessa. Proprio la volontà di resistere a qualunque costo a questi tentativi costituisce il fondamentale pilastro dell’alleanza tra Putin e Lukašenko.

Il secondo motivo risiede nel voler continuare a guardare alla Bielorussia come a un territorio ex sovietico il cui futuro sia affare della Russia e non certo dell’Unione Europea.

 

9. Ma la Bielorussia è un Paese autonomo o appunto un pezzo di Russia rimasto separato?

Questa è forse la domanda cruciale, non solo per quanto riguarda il passato, ma anche per ciò che potrebbe essere in gioco nel futuro. La Bielorussia è un’entità molto antica, la cui popolazione ha una propria lingua e cultura e le cui origini risalgono a oltre un millennio fa, ma la sua esistenza è sempre stata caratterizzata da una tensione territoriale e simbolica tra Russia a oriente e Polonia e Lituania a occidente.

L’idea di uno Stato indipendente bielorusso ha, infatti, poco più di 100 anni, con la fondazione della Repubblica Popolare Bielorussa nel 1918. E se quell’esperienza si concluse già l’anno dopo e se nei decenni successivi il suo attuale territorio fu più volte smembrato, suddiviso e occupato dai Paesi confinanti, che tentarono ripetutamente di cancellare l’identità bielorussa, nel secondo dopoguerra la Repubblica Socialista Sovietica di Bielorussa divenne addirittura uno dei 51 membri fondatori delle Nazioni Unite.

Anche durante il periodo sovietico, che vide un notevole sviluppo del Paese, la lingua e la cultura locali vennero soppresse, con in aggiunta il ripopolamento da parte di popolazioni russe. Infatti, nonostante, proprio la Bielorussia sia stata tra le prime a muoversi per l’indipendenza nel 1990, determinando infine la caduta dell’URSS, nei decenni successivi il Paese ha continuato a operare sostanzialmente come un satellite di Mosca. Soltanto a partire dal 2014, con un famoso discorso tenuto per la prima volta in lingua bielorussa nel quale dichiarò esplicitamente «siamo bielorussi e non russi», Lukašenko ha iniziato a premere in patria per un revival dell’identità bielorussa. Anche da ciò nascono i dissidi degli anni successivi con il presidente russo, fino a un nuovo cambio tattico iniziato con il sostegno di Putin in seguito alle proteste di piazza del 2020 e alla situazione di questi giorni.

Secondo alcuni analisti, l’obiettivo finale di Putin sarebbe da tempo proprio l’unione tra i due Paesi, sia per ristabilire strategicamente questa parte dello spazio imperiale russo, sia tatticamente per superare ogni limite ai propri mandati presidenziali attraverso la costituzione di una nuova entità statale o federale. Lukašenko, che in patria mostra i muscoli ma sta molto attento a mostrarsi debole quando si trova davanti a Putin, già durante un incontro bilaterale nel 2019 aveva detto che i due Paesi avrebbero potuto unirsi «anche il giorno successivo, senza problemi».

La situazione però è molto più complessa di così e nessuno dei soggetti in campo è disposto a cedere facilmente. Che è proprio ciò che testimonia l’inedito dirottamento del volo Ryanair.

 

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