28 novembre 2017

A Soči, Russia Turchia e Iran discutono del futuro della Siria

Una visita alla vigilia di un importante summit per discutere del futuro politico della Siria, un ringraziamento alle forze di Mosca per l’impegno profuso nel «salvare il nostro Paese» e l’assicurazione che il governo di Damasco è pronto a intraprendere un percorso inclusivo di stabilizzazione politica. Immagine simbolo del confronto, un caloroso abbraccio con l’omologo russo, il presidente Vladimir Putin. È certamente un Bashar al-Assad soddisfatto quello che – nella giornata di lunedì 20 novembre – si è recato a Soči per discutere con il capo del Cremlino delle nuove prospettive di pace in una Siria dilaniata da più di sei anni di conflitto civile. Il colloquio – di cui Mosca ha dato notizia soltanto nella giornata di martedì – è durato circa quattro ore, e l’occasione è stata propizia per celebrare gli sforzi compiuti sul campo di battaglia. Quanto alla definitiva sconfitta del terrorismo – ha osservato Putin – la strada non può che essere ancora lunga, ma la Russia ritiene che siano state raggiunte le condizioni perché la sua operazione militare in Siria volga alla conclusione, sottolineando come i tempi siano oramai maturi per affrontare la drammatica crisi su un piano prettamente politico.

A riprova della consolidata centralità della Russia nell’intricatissimo scenario siriano, Putin ha provveduto a informare gli altri attori geopolitici interessati alla questione degli esiti del confronto: il presidente russo ha infatti contattato sia il suo omologo egiziano Abd al-Fattah al-Sisi che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, mentre all’inquilino della Casa bianca Donald Trump – nel corso di un colloquio telefonico durato circa un’ora – il leader del Cremlino ha riaffermato l’importanza della conservazione dell’integrità territoriale siriana. Non è poi mancato un contatto con il re dell’Arabia Saudita Salman, che è stato messo a conoscenza dei temi oggetto di discussione nell’imminente summit sulla Siria tra Russia, Iran e Turchia.

Ed è proprio attorno a quest’ultimo vertice – programmato sempre nella città di Soči nella giornata di mercoledì 22 novembre – che gravitava gran parte dell’attenzione, per la convergenza dei tre grandi promotori del processo di Astana per la pacificazione in terra siriana. Nel corso del summit, Mosca, Teheran e Ankara non hanno mancato di sottolineare i risultati raggiunti nell’ultimo anno nella lotta contro il terrorismo, confermando il loro impegno perché la vittoria su tale fronte divenga definitiva. Particolare enfasi è stata poi posta sulla creazione – sempre nell’ambito del percorso intrapreso ad Astana – delle zone di de-escalation, che avrebbero aiutato molto – secondo quanto si legge nella dichiarazione finale del vertice – «a ridurre le violenze, ad alleviare le sofferenze, a ridurre i flussi di rifugiati e porre le condizioni per un rientro sicuro di rifugiati e sfollati».

Quanto al futuro della Siria, esso dovrà essere delineato nel quadro di un Congresso sul dialogo nazionale che sarà organizzato sempre a Soči e sarà aperto tanto alle forze fedeli al presidente Bashar al-Assad quanto alle opposizioni e ai gruppi etnici e religiosi che condividono gli obiettivi della conservazione della sovranità, dell’indipendenza e dell’integrità territoriale siriane. È dunque all’interno di tale cornice che – secondo le parti riunite nella città russa sul Mar Nero – dovrebbero essere sciolti nodi cruciali quali l’assetto istituzionale della nuova Siria, la predisposizione di un nuovo testo costituzionale e l’organizzazione di nuove elezioni parlamentari e presidenziali sotto la supervisione delle Nazioni Unite. Tale percorso – ha evidenziato Putin davanti alla stampa al termine del summit – dovrebbe rappresentare un importante incentivo a consolidare gli sforzi per giungere definitivamente alla soluzione della crisi, all’interno del framework del processo di Ginevra per la pace in Siria sotto l’egida dell’ONU. Infine, Russia, Iran e Turchia hanno rimarcato l’esigenza di incrementare gli aiuti umanitari destinati alla popolazione siriana, liberare il territorio del Paese dalle mine, ricostruire le infrastrutture e tutelare i siti culturali, auspicando a tal fine di poter contare sul sostegno della comunità internazionale.

Tuttavia, tra le dichiarazioni d’intenti e la concreta realizzazione dei propositi espressi, molto spesso intercorrono distanze difficili da colmare, e sui diversi punti discussi a Soči non sarà agevole trovare soluzioni di compromesso. Ancora una volta, sono i nodi politici quelli più complicati da districare: ad esempio, chi sarà chiamato a partecipare al dialogo inclusivo per la stabilizzazione politica della Siria, soprattutto in considerazione del fatto che il regime di Bashar al-Assad considera ‘terroriste’ gran parte delle forze di opposizione? Nella dichiarazione congiunta russo-turco-iraniana, si afferma che Mosca, Teheran e Ankara si consulteranno e accorderanno sui gruppi partecipanti all’iniziativa, ma a tal proposito la Turchia – che ha parzialmente ricalibrato la sua posizione sul conflitto siriano dopo aver apertamente sostenuto alcune formazioni ribelli – ha già chiarito che non potrà esserci in alcun modo spazio per le organizzazioni terroristiche, ricomprendendo in tale espressione anche i curdi del Partito dell’unione democratica del Kurdistan (PYD) e delle Unità di protezione popolare (YPG).

Nella complessa partita siriana si ripropone quindi la questione curda, su cui è nota la particolare sensibilità di Ankara, mentre Teheran – altro attore cruciale nel quadro di Astana – non disdegnerebbe di mantenere in Siria una sua presenza militare. Da questi elementi, emerge dunque tutta la complessità di un processo di pace nel quale non è soltanto in gioco il futuro della Siria, ma entrano in ballo anche gli interessi di rilevanti attori geopolitici della regione mediorientale. Quanto poi alla elaborazione dell’impalcatura istituzionale della Siria postbellica, l’intesa sarà difficile e, anche nel caso in cui fosse possibile trovare un accordo tra le parti coinvolte nel processo negoziale, si porrebbe il problema del futuro ruolo di Bashar al-Assad nella nuova Siria. Sul punto, i centoquaranta delegati delle forze di opposizione riuniti a Riyad la scorsa settimana, hanno espresso una posizione comune: non è immaginabile l’avvio di alcuna transizione politica con l’attuale presidente ancora alla guida del Paese. Alla vigilia dell’incontro nella capitale saudita però, non erano mancate voci che lasciavano intendere un ammorbidimento verso il capo dello Stato, anche a seguito delle dimissioni del vertice dell’Alto comitato per i negoziati, Riyad Hijab, particolarmente duro verso Assad. In Arabia Saudita, le opposizioni hanno raggiunto un accordo per partecipare al prossimo round negoziale di Ginevra – a partire dal 28 novembre – con una delegazione unitaria, che sarà guidata da Nasr al-Hariri. Nel composito fronte non mancano però le divisioni, testimoniate anche dalle diverse posizioni assunte sul dialogo nazionale da svolgere a Soči: se infatti Alaa Arafat, in rappresentanza della fazione detta ‘piattaforma di Mosca’, si è detto favorevole a partecipare al processo, al-Hariri ha sollecitato tutte le parti a concentrare i loro sforzi sul percorso intrapreso a Ginevra sotto l’egida dell’ONU.


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