16 settembre 2020

A Washington Trump celebra gli Accordi di Abramo

Martedì 15 settembre, nel corso di una cerimonia alla Casa Bianca a cui hanno partecipato oltre 700 ospiti, Israele, Emirati Arabi Uniti e Bahrain hanno firmato accordi per la normalizzazione delle relazioni diplomatiche. Il presidente Donald Trump ha definito l’evento «l’alba di un nuovo Medio Oriente» e anche il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha sottolineato con forza il valore storico degli accordi. Molti osservatori hanno evidenziato che l’effettivo successo di Trump e Netanyahu deve essere interpretato soprattutto come un tentativo di consolidare la propria posizione interna, in questo momento particolarmente delicata. Trump è impegnato nelle ultime settimane di una difficile campagna elettorale; Netanyahu ha appena annunciato tre settimane di lockdown che rischiano di dare un duro colpo all’economia. Quindi una certa dose di autocelebrazione e di enfasi sono direttamente collegabili alle preoccupazioni interne dei protagonisti: infatti l’affermazione di Trump secondo cui altri cinque o sei Paesi arabi seguiranno la strada del riconoscimento di Israele e che anche i palestinesi e addirittura l’Iran troveranno presto un posto in questo quadro, non trova per ora riscontri nelle prese di posizione del mondo arabo, della Turchia e dell’Iran.

Considerazioni che però non sminuiscono l’importanza dei cosiddetti Accordi di Abramo firmati martedì dai ministri degli esteri di Emirati Arabi Uniti e Bahrain e dal premier israeliano, che sanciscono in effetti un cambiamento dello scenario in corso. Per l’Arabia Saudita, l’Egitto e i Paesi arabi moderati il vero nemico attualmente non è Israele; il conflitto principale è quello che li oppone all’Iran e al fronte sunnita radicale, rappresentato soprattutto dai Fratelli musulmani e appoggiato dalla Turchia e dal Qatar. Gli accordi economici con Israele possono essere molto vantaggiosi e la protezione degli Stati Uniti è sicuramente utile a fronteggiare l’attivismo dell’Iran e le ambizioni egemoniche di Ankara.

In questo senso la tendenza che ha trovato espressione negli Accordi di Abramo non è legata alle scadenze elettorali e al destino dei singoli leader. Nondimeno è difficile che altri Paesi arabi seguano in tempi brevi le orme degli Emirati Arabi Uniti, del Bahrain e della Giordania e dell’Egitto che li hanno preceduti: la stessa Arabia Saudita, i cui rapporti informali con Israele sono buoni, ha molte difficoltà interne a ratificare un riconoscimento formale. Soprattutto la questione palestinese appare tutt’altro che avviata verso una soluzione condivisa e definitiva; dichiarazioni forti, manifestazioni di protesta e il lancio di alcuni razzi in direzione di Israele hanno accompagnato la cerimonia di Washington. Immediata la risposta dell’aviazione israeliana che ha colpito alcuni obiettivi, legati ad Hamas.

 

Immagine: Da sinistra, Donald Trump e Benjamin Netanyahu (23 maggio 2017). Crediti: U.S. Embassy Jerusalem [Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0)], attraverso www.flickr.com

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