13 ottobre 2020

Gli Accordi di Abramo tra opportunità e criticità

A metà settembre gli Accordi di Abramo, annunciati ad agosto dai governi di Stati Uniti, Israele ed Emirati Arabi Uniti, sono stati ufficialmente siglati alla Casa Bianca. Com’era già stato previsto da molti analisti, il Bahrain si è unito agli Emirati Arabi Uniti nella firma del trattato. Sono diventati quindi quattro i Paesi arabi che hanno normalizzato i propri rapporti diplomatici con Israele (ai due sopra citati vanno infatti aggiunti Egitto e Giordania).

I ministri degli Esteri degli Emirati e di Israele, inoltre, si sono recentemente incontrati a Berlino ospiti del loro omonimo tedesco. In occasione della visita al Memoriale dell’Olocausto, il ministro degli Esteri emiratino  Sheikh Abdullah Bin Zayed ha dichiarato che «la visita al monumento conferma l’importanza del rafforzare i valori di tolleranza, coesistenza e accettazione in tutto il mondo». La Germania, dal canto suo, ha confermato il suo pieno supporto al dialogo tra i due Paesi. Oltre alle speranze per una maggiore stabilizzazione del Medio Oriente, Berlino e gli altri Paesi dell’Unione Europea di certo non intendono essere tagliati fuori dalle opportunità economiche che deriveranno dall’accordo.

L’intesa sembra infatti già dare i suoi primi risultati, come prevedibile, in particolar modo nella collaborazione tra Abu Dhabi e Tel Aviv, due tra le economie più avanzate della regione. Il segretario di Stato americano Mike Pompeo, tra i principali promotori dell’accordo, nel corso di un’intervista ha affermato che nelle ore successive alla firma degli Accordi di Abramo, i messaggi scambiati su Linkedin tra emiratini e israeliani sono stati così tanti da mettere addirittura fuori uso il portale. Proclami a parte, appare già evidente che nei prossimi mesi i rapporti economici tra i due Paesi si faranno sempre più intensi. Gli ambiti di comune interesse sono molteplici: tecnologia, comparto alimentare, turismo, servizi finanziari. Diversi imprenditori emiratini, in particolare, non vedono l’ora d’investire nella miriade di start up israeliane ad alto valore aggiunto, soprattutto dal punto di vista dell’innovazione tecnologica (Israele del resto è da diversi anni nota come la “start up nation”.

Ragioni economiche sono alla base anche di quella che sembra essere la prossima adesione all’Accordo di Abramo. Il generale Mohamed Hamdan Dagalo, a capo del consiglio militare di transizione in Sudan in carica a seguito della deposizione di Omar al-Bashir, ha recentemente dichiarato che il Paese «ha bisogno di Israele» riferendosi alle possibilità offerte dalla sua economia avanzata. Dagalo ha inoltre affermato che un accordo con Israele potrebbe consentire al Sudan di non esser più nella lista dei “rogue States” di Washington. L’adesione all’Accordo di Abramo costituirebbe, per il governo di transizione, un passaggio verso la stabilizzazione dal punto di vista diplomatico ed economico dopo anni di guerre e devastazioni. D’altra parte, il rischio di una decisione tanto importante presa prima dell’instaurazione del governo civile prevista per il 2021 potrebbe scatenare le ire di parte dell’opinione pubblica sudanese, portando a ulteriore instabilità interna e rendendo più difficile il percorso di transizione democratica intrapreso dal Paese.

Uno scenario simile si è già delineato in Bahrain, secondo Paese ad aver aderito agli accordi. Gran parte dell’opinione pubblica bahreinita, infatti, si dichiara fortemente contraria alla decisione presa dal proprio governo. A influenzare tale frattura certamente è la situazione peculiare del Paese, con la famiglia reale di religione sunnita e la maggior parte della cittadinanza sciita, elemento che ha già fatto scoppiare rivolte e conflitti tra sunniti e sciiti nel corso degli anni scorsi a partire dal 2011 con la Rivoluzione delle perle soffocata dal governo col sangue. Dal governo di Manama, inviso alla maggioranza sciita, l’accordo con Israele è considerato come una garanzia dalle influenze del vicinissimo Iran, visto come il manovratore delle intemperanze degli sciiti bahrainiti.

Il Bahrain, tra le monarchie del Golfo, è quella con l’economia più fragile. Nel 2018, sempre su iniziativa americana, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Kuwait hanno versato 10 miliardi di dollari al Paese. Il governo di Manama è fortemente influenzato da quello dei vicini sauditi. Durante la Rivoluzione delle perle, Riyad inviò un contingente armato a sostegno dell’esercito di Manama. Pertanto, il repentino allineamento del Bahrain alla nuova strategia americana per la regione potrebbe essere anche il frutto di una richiesta giunta informalmente dal suo vicino protettore. Riyad in questo momento non sembra esser intenzionata a aderire, ma segnali di soddisfazione in merito all’Accordo di Abramo non sono affatto mancati. I nuovi voli diretti tra Israele ed Emirati Arabi Uniti, per esempio, potranno sorvolare liberamente il territorio saudita. L’Arabia Saudita potrebbe quindi osservare il procedere degli effetti dell’accordo del Bahrain per decidere quando e in quali modalità eventualmente aderire. Un aspetto chiave potrebbe essere il definitivo passaggio di consegne, all’interno della famiglia reale saudita, tra la “vecchia generazione”, ancora legata al diktat che vede Israele quale nemico assoluto di tutto il mondo arabo, e le nuove leve guidate dall’ambizioso principe Mohammad bin Salman.

Trump ha nel frattempo annunciato che altri cinque o sei Paesi arabi presto aderiranno all’accordo. Oltre al Sudan, che sembra apertamente intenzionato a prendervi parte, si stanno già facendo ipotesi su quali potrebbero essere i prossimi Paesi a normalizzare le proprie relazioni con Israele. Un altro candidato molto probabile pare essere l’Oman. Nel 2018 il sultano omanita Qaboos bin Said, morto nel 2020 e che per decenni ha guidato il Paese quale sovrano assoluto, aveva accolto una delegazione israeliana guidata da Benjamin Netanyahu, lanciando chiare indicazioni per un riavvicinamento con Israele al suo successore, il cugino Haytham bin Tariq Al Said. Un rappresentante diplomatico di Muscat ha partecipato alla cerimonia di firma degli Accordi di Abramo alla Casa Bianca e la televisione di Stato omanita ha annunciato che il sultanato approvava l’iniziativa intrapresa dal fraterno regno del Bahrain. La posizione dell’Oman è tuttavia particolare in quanto, a differenza dei suoi vicini e fratelli arabi del Golfo, ha sempre intrattenuto buone relazioni con l’Iran. Questo ha conferito al sultanato il ruolo di mediatore tra il blocco iraniano e quello americano-sunnita.

Le ragioni vanno ricercate innanzitutto nella geografia: i due Paesi condividono rispettivamente le sponde dello Stretto di Hormuz, punto strategico fondamentale per gli equilibri energetici a livello globale in quanto collega il Golfo Persico all’Oceano Indiano e, di conseguenza, al resto del mondo. Questo potrebbe portare Muscat ad aspettare ancora qualche tempo prima di fare il passo per non compromettere le relazioni con Teheran; d’altra parte, se gli Accordi di Abramo davvero costituiranno il nuovo paradigma nelle relazioni tra gli alleati locali degli Stati Uniti, il governo omanita potrebbe optare per l’adesione quale condizione fondamentale per preservare il suo ruolo di mediatore. Inoltre, sembra che l’Oman tema di meno possibili contromosse da parte dell’Iran, sia per via delle sue caratteristiche interne (l’Oman è l’unico Paese al mondo a maggioranza musulmana ibadita, che sebbene sia molto vicina allo sciismo non è particolarmente influenzata dal regime iraniano), sia perché il Paese è stato identificato dalla Cina, uno dei principali alleati e garanti dell’Iran, quale punto strategico fondamentale per le sue “nuove vie della Seta”. Pechino pertanto ha tutto l’interesse a far sì che i rapporti tra Oman e Iran rimangano cordiali, anche nell’eventualità che Muscat aderisca all’accordo.

Un altro Paese indicato tra i possibili candidati è il Marocco. Decisamente al di fuori dalle tensioni regionali che ruotano attorno al Golfo Persico, le ragioni che potrebbero portare la monarchia marocchina ad aderire sembrano essere sostanzialmente due. La prima è l’alleanza storica con gli Stati Uniti, uno dei punti cardine dell’agenda estera di Rabat. La seconda sta nell’occupazione del Sahara Occidentale, contestata da parte della comunità internazionale e che il Marocco ritiene fermamente essere parte integrante della propria nazione. Le vicende nel Sahara Occidentale hanno fatto sì che il Marocco nel corso dei decenni perseguisse una linea di politica estera incentrata sulla sovranità nazionale e contraria a movimenti indipendentisti di varia natura. Aderire all’Accordo di Abramo potrebbe consentire al Marocco di garantirsi l’appoggio incondizionato di Israele e, soprattutto, degli Stati Uniti, nella questione sahariana, consentendo a Rabat di chiudere definitivamente la partita su una questione che da decenni tormenta il governo marocchino. D’altra parte, per ora non sono emerse posizioni ufficiali in tal senso da parte del governo. Il timore principale è la reazione da parte dell’opinione pubblica. A seguito della cerimonia di firma dell’accordo, a Rabat è stata indetta una protesta di fronte al Parlamento marocchino che ha visto la partecipazione di centinaia di persone.

L’opinione pubblica sembra costituire un fattore frenante anche per il Kuwait. La recente morte dell’emiro Sabah al-Ahamad al-Jaber al-Sabah, in carica dal 1963, porterà sicuramente il Paese a concentrarsi prima sul passaggio di consegne interno. Pertanto, la posizione dello Stato, altro storico mediatore della regione, in particolare tra Qatar da una parte ed Emirati ed Arabia Saudita dall’altra, appare ancora come un’incognita. Altrettanto ambigua è la posizione del Qatar. Doha ha rapporti commerciali con Israele da diversi anni, ma al contempo è tra i principali sostenitori economici dei movimenti palestinesi. Il ministro degli Esteri qatariota Mohammed bin Abdulrahman Al-Thani ha dichiarato in una nota ufficiale che il Qatar resterà fermo nel supportare i diritti dei propri fratelli palestinesi. A frenare il Qatar con ogni probabilità sono soprattutto i pessimi rapporti con gli Emirati Arabi Uniti, attori attivi, assieme ai sauditi, dello stato di embargo che ancora persiste. Doha è fortemente legata a Washington dal punto di vista militare, ospitando una delle basi americane più importanti della regione. Tuttavia, lo stato di stallo perenne con gli alleati regionali degli Stati Uniti sta portando il Qatar a guardare sempre più all’eventualità di un “terzo blocco” assieme alla Turchia. Le eventualità quindi che il Qatar aderisca all’accordo restano, per il momento, flebili, a meno che gli Stati Uniti non decidano d’impegnarsi nel legare ancora più a sé Doha portando in dote, in caso di eventuale adesione all’accordo, la fine dell’embargo da parte di emiratini e sauditi.

In questo quadro intricato, i grandi assenti restano sostanzialmente i palestinesi e una larga fetta delle opinioni pubbliche arabe e musulmane, anche all’interno degli stessi Paesi aderenti, con la sola eccezione degli emiratini, che hanno mostrato nel complesso un grande entusiasmo verso l’accordo per via delle sue promettenti implicazioni economiche. A seguito della cerimonia alla Casa Bianca Hamas ha lanciato alcuni razzi in territorio israeliano. Al contempo, il governo di al-Fatah in Cisgiordania ha continuato a esprimere il proprio sgomento nel sentirsi tradito da parte dei propri fratelli arabi. In reazione all’accordo, il governo palestinese ha deciso di lasciare per protesta la presidenza di turno all’interno della Lega Araba. Una dimostrazione esemplare della frustrazione dei palestinesi nell’assistere impotenti allo sfaldamento di una visione comune all’interno dell’organizzazione a sostegno di una patria palestinese in vigore dal 2002 e rinnovata pochi anni fa, nel 2017.

Gli Accordi di Abramo sono stati pubblicizzati innanzitutto come strumento di pace, ma allo stato attuale sembrano piuttosto costituire un importante viatico diplomatico volto a rafforzare dinamiche già in corso, a cominciare dalle spaccature sempre più profonde che dividono i Paesi arabi tra di loro. Molti governi hanno ormai da tempo accantonato la prospettiva panarabista, e nel riscrivere la propria strategia di politica estera vedono Israele come un’opportunità, militare, economica e diplomatica in quanto chiunque aderirà al patto potrà contare sul sostegno diplomatico, e militare, degli Stati Uniti.

La prospettiva di poter acquistare armamenti americani sembra costituire uno degli aspetti più invitanti per molti Paesi arabi. In particolar modo, l’impegno profuso dagli Emirati Arabi Uniti nel portare a termine l’accordo sembra legato anche alla fornitura da parte di Washington di aerei F-35, velivoli in grado di dare al piccolo Paese un importante vantaggio militare e strategico. Per l’amministrazione Trump, la diplomazia si è sempre espressa anche con gli affari, soprattutto in ambito militare, pertanto l’accordo costituisce innanzitutto una grande opportunità, nonché la garanzia di appoggio da parte della potente e influente industria bellica americana in vista delle imminenti elezioni presidenziali. A esprimere una certa perplessità in merito alla fornitura è invece Israele, il quale teme di perdere la supremazia regionale in termini di tecnologia bellica. Il governo israeliano ha già dichiarato che si opporrà a ogni fornitura di F-35 agli Emirati. Per tutta risposta, il ministro degli Esteri emiratino Anwar Mohammed Gargash ha dichiarato che con gli Accordi di Abramo Israele non dovrebbe avere il minimo dubbio sul fatto che l’acquisto degli F-35 costituisca per Abu Dhabi solo un mezzo per la propria sicurezza.

Gli Accordi di Abramo appaiono dunque sempre più come un insieme di matrimoni d’interesse. L’eventualità di una corsa agli armamenti da parte dei Paesi aderenti, attuali e futuri, potrebbe provocare una risposta altrettanto veemente da parte dell’Iran nonché di altre potenze regionali che non vedono di buono occhio l’accordo, a partire dalla Turchia. L’impressione è che molti Paesi della regione siano ormai rassegnati al perenne stato d’instabilità che affligge il Medio Oriente, e che ciascuno di essi corra verso l’ottenimento di una propria “polizza di assicurazione”, non solo verso eventuali aggressori esterni, ma anche, e soprattutto, per possibili tumulti interni. Il panarabismo, così come la fratellanza tra sunniti, non ha impedito ai palestinesi di sparire da ogni tavolo internazionale che conta, così come a diversi altri Paesi quali Yemen, Iraq, Sira e Libano di sprofondare nell’orrore della guerra civile. Ed è in questo clima da “ognuno per sé” che gli Stati Uniti intendono rafforzare il loro ascendente nella regione. Si tratta in ogni caso di una scommessa rischiosa, che potrebbe portare allo scoppio di nuovi focolai di tensione in una regione già martoriata dai conflitti.

 

Immagine: Da sinistra, Benjamin Netanyahu, Donald Trump, Abdullatif bin Rashid Al Zayani e Abdullah bin Zayed al-Nahyan in occasione della cerimonia per gli Accordi di Abramo alla Casa Bianca, Washington DC, Stati Uniti (15 settembre 2020). Crediti: noamgalai / Shutterstock.com

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