30 giugno 2021

L’Africa tra povertà energetica e transizione energetica

 

Circa 30.000 (per la precisione 26.951) terawatt/ora (l’equivalente 30.000 miliardi kilowatt/ora). Questa è la quantità di energia elettrica che consumiamo ogni anno nel mondo, come di evince dai dati (tabella a pagina 44) del Global energy review redatto dalla International Energy Agency per l’anno 2019; e si tratta di numeri che, come vedremo, sono destinati a crescere esponenzialmente già nel medio periodo. Verrebbe da dire che siamo tutti in una relazione d’amore con l’elettricità. Tuttavia, alcuni sono più ricambiati di altri.

Infatti, è vero che larga parte degli abitanti del pianeta gode di una fornitura più o meno affidabile di energia. Non solo per l’illuminazione e l’alimentazione di strumenti – e ormai insostituibili compagni – di vita quotidiana quali televisori, computer, condizionatori, ma anche con riguardo alla fruizione di servizi di ogni genere.

Tuttavia, all’estremo opposto, esistono zone del pianeta nelle quali persino le operazioni “elettroniche” più semplici richiedono costi importanti in termini di complessità e denaro, per non parlare dell’allestimento di servizi energetici efficienti. In questa condizione critica, al di sotto la soglia minima di “povertà energetica”, si trovano quasi un miliardo di persone. Per la precisione, 840 milioni. Di queste, la maggior parte (circa 600 milioni) risiedono in Africa subsahariana, mentre la restante parte è distribuita tra l’India ed il resto del mondo.

Ovviamente, questo dato non risente di una ontologica scarsezza di risorse energetiche. Si tratta, piuttosto, di una naturale conseguenza della cronica mancanza delle infrastrutture necessarie a produzione, stoccaggio, distribuzione e – infine – fruizione dell’energia. In effetti, si stima che l’economia africana perda circa 90 miliardi di euro – considerando i soli costi diretti – ogni anno a beneficio delle multinazionali straniere operanti sull’intero continente. Soldi che potrebbero essere utilizzati – anche – per la costruzione di poli energetici all’avanguardia, destinati al consumo interno.  

Nonostante questa disparità di consumi tra la parte “accesa” e quella “spenta” del pianeta, l’emissione di gas serra dovuta alla produzione di energia elettrica rappresenta ben il 29,3% del totale. Infatti, sebbene percentualmente la quantità di energia pulita (prodotta con idrogeno, combustibili sintetici, nucleare, solare, eolico) cresca di anno in anno, tale crescita non riesce a tenere il passo dell’aumento complessivo dei consumi, che è già cresciuto dai 6.000 terawatt/ora del 1973 ai 18.000 terawatt/ora del 2007, fino ai quasi 30.000 citati in apertura.

Peraltro, nella prospettiva della necessaria produzione di sempre maggiore energia pulita, bisogna anche considerare che, auspicabilmente, la quota di energia impiegata in campi quali la produzione industriale e la circolazione (attualmente alimentati prevalentemente con carbone, petrolio e gas) crescerà di anno in anno. Evidentemente, per conseguire i vantaggi potenziali conseguenti alla sostituzione delle tradizionali fonti fossili (che a differenza dell’energia producono inquinamento quando impiegate nei processi produttivi e/o locomotivi), bisognerà anche che l’energia impiegata sia sempre più “energia pulita”, cioè a sua volta prodotta con fonti rinnovabili.

In contrasto con tale necessità, proprio con riguardo al continente africano, la scelta di gran lunga più economica ed immediata rispetto alla costruzione di centrali di energia rinnovabile (necessariamente) su piccola scala sembrerebbe quella di costruire grandi centrali di carbone a basso costo (seguendo la strada tracciata a loro tempo da USA, Europa e, più recentemente, Cina). Si tratta, non a caso, della soluzione più conveniente anche per gli “investitori” internazionali summenzionati, alla ricerca di profitti rapidi(ssimi). Si tratta di una eventualità considerata quasi scontata anche nella narrazione popolare occidentale, forse condizionata dalla propria stessa storia.

Secondo tale narrazione, la conversione ecologica delle economie più arretrate non potrà che svolgersi in un tempo successivo – e imprecisato – rispetto a quella del mondo sviluppato (programmata per il 2050), dovendo necessariamente verificarsi il passaggio intermedio (quasi un battesimo) attraverso l’economia fossile. Evidentemente, le conseguenze di tale tipo di approccio sarebbero, in una situazione climatica già fortemente compromessa, nelle migliori delle ipotesi, imprevedibili.

D’altra parte, il problema dell’incremento dei consumi di energia prodotta con fonti fossili (e quindi inquinante) non potrà essere nemmeno risolto “assicurandosi” che i Paesi in via di sviluppo continuino a non disporre della quantità di energia minima, nella illusoria convinzione che un risparmio sulla pelle dei più poveri possa consentire di continuare ad inquinare l’atmosfera ad un ritmo – già oggi – non più sostenibile.

Insomma, il numero di persone in povertà energetica (860 milioni), è troppo alto e troppo basso. Troppo alto per ammettere una rivoluzione industriale a base di carbone che non incida in maniera capitale sulla crisi climatica in atto. Troppo basso per potere pensare di evitare il disastro ecologico al quale andiamo incontro semplicemente impedendo un aumento nei consumi energetici pro capite.

La sfida vera sembra, quindi, quella di innestare la – necessaria e non più rinviabile – crescita energetica dei Paesi più poveri nel processo, già intrapreso da quelli più sviluppati, di progressivo aumento di produzione di energia rinnovabile. Invero, il raggiungimento di un target energetico accettabile in tutto il pianeta, purché si realizzi in maniera ambientalmente compatibile, sarebbe conveniente, in molti casi per tutti.

 Ad esempio, con specifico riferimento all’emergenza sanitaria in corso, è stato evidenziato che una distribuzione di vaccini in tutte le aree del mondo è condizione necessaria per la buona riuscita della strategia vaccinale.

 In questo senso, l’energia risulta essere una condizione necessaria nella diffusione dei vaccini anti-Covid, posto che la conservazione delle fiale necessita di una conservazione a temperature molto fredde. Al riguardo, la strategia messa in campo da Gricd, impresa nigeriana, è stata quella di sviluppare frigoriferi per il trasporto di medicine, fra cui i vaccini anti-Covid, ma alimentati soprattutto con energia solare.

D’altra parte, proprio la mancanza delle infrastrutture energetiche tradizionali potrebbe tramutarsi in un vantaggio. In effetti, verrebbe meno il problema ‒ tutto occidentale ‒ della complessa gestione di una fase di transizione legata alla sostituzione dell’economia fossile con l’economia verde.

Lo sviluppo, cioè, non dovrebbe diventare sostenibile, potendo nascere tale.

Tuttavia, affinché ciò possa accadere, la rottura del nesso tra povertà e povertà energetica (e condizionamento di interessi economici privati nelle scelte politiche) rappresenta un presupposto necessario (anche se non sufficiente). L’Africa dovrà quindi cessare di essere oggetto di un colonialismo finanziario proveniente da un ‒ sempre più ‒ ampio spettro di potenze straniere.

 

Immagine: Energia solare in Madagascar. Crediti: KRISS75 / Shutterstock.com

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0