12 gennaio 2017

All’ONU inizia l’era Guterres

‘Oggi, nel primo giorno dell’anno, chiedo che tutti noi siamo uniti in un comune obiettivo: fare del 2017 un anno di pace’ . Con queste parole si è rivolto al mondo António Guterres, insediatosi ufficialmente il primo gennaio come nuovo Segretario generale delle Nazioni Unite. Un appello semplice, un invito ‘globale’ rivolto ai governi, ai cittadini comuni e ai leader politici ed economici, affinché siano superate le divergenze e si possa finalmente tessere la tela del dialogo, presupposto indispensabile per la costruzione di una pace stabile e duratura. ‘Nel mio primo giorno da Segretario generale – ha sottolineato – una domanda pesa sulla mia coscienza: come possiamo aiutare milioni di persone colpite dalla guerra e che soffrono enormemente in conflitti che sembrano non avere fine?’ Quelle vite segnate dal crepitio incessante delle armi, Guterres le ha conosciute tra il 2005 e il 2015, quando ha ricoperto l’incarico di Alto commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati, confrontandosi – assieme alle altre agenzie ONU – con la peggiore crisi umanitaria dai tempi della Seconda guerra mondiale e operando spesso con risorse insufficienti. Sono le vite lacerate da un conflitto civile che in Siria si protrae da quasi sei anni, quelle distrutte in Yemen da una guerra che vede scontrarsi su fronti opposti aspiranti egemoni regionali, quelle di centinaia di migliaia di vittime dei conflitti sparsi per l’Africa, dall’instabile Repubblica Centrafricana, al Sud Sudan al Burundi: è a loro – donne, uomini e bambini privati di qualsiasi diritto – che Guterres ha rivolto il suo primo pensiero, sottolineando come in guerra tutti perdano e che miliardi di dollari sono spesi per la distruzione di economie e società, alimentando paure e diffidenze poi difficili da rimuovere. Delle condizioni critiche di queste persone e delle guerre che mettono in pericolo la loro stessa vita, il nuovo Segretario generale sarà chiamato a occuparsi per i 5 anni del suo mandato, con pazienza e dedizione, ricorrendo a quella ‘diplomazia discreta’ fatta di continui contatti e confronti, operando – come egli stessi ha detto – con quell’umiltà necessaria a creare le condizioni per alimentare il dialogo tra gli attori coinvolti nelle situazioni di crisi. Ed è con ‘umiltà’ e ‘gratitudine’ che lo scorso mese di ottobre Guterres ha dichiarato di accettare l’incarico per il quale era stato indicato dal Consiglio di sicurezza e poi confermato per acclamazione dall’Assemblea generale. Attorno alla sua figura si è registrato un consenso praticamente unanime, peraltro con la piena convergenza tra Stati Uniti e Russia, una rarità negli ultimi tempi. Alla vigilia erano in molti a pronosticare due ‘inediti’, un Segretario generale donna e dell’Europa dell’Est, ma alla fine le cose sono andate diversamente. Le novità non sono tuttavia mancate: come osservato in un articolo pubblicato dal Council on foreign relations, per la prima volta la scelta del Segretario generale è avvenuta attraverso una procedura più aperta e partecipata, in rottura con la tradizionale politica delle ‘porte chiuse’ che aveva caratterizzato le precedenti designazioni da parte del Consiglio di sicurezza. I diversi candidati hanno infatti presentato un loro curriculum ed esposto le loro posizioni e i loro programmi ai rappresentanti degli Stati membri dell’organizzazione, in un processo che ha visto coinvolta anche la società civile. E Guterres è risultato il più idoneo e preparato a ricoprire l’incarico.

Le sfide che attendono il neo-Segretario generale sono tante e complesse, dalla ancora irrisolta crisi ucraina ai già citati teatri di guerra siriano e yemenita, dalla Libia cronicamente instabile agli altri focolai di guerra in Africa, dalla lotta contro il terrorismo internazionale alla drammatica crisi dei rifugiati, dal contenimento delle ambizioni nucleari nordcoreane all’implementazione delle politiche contro il cambiamento climatico, dalla promozione degli obiettivi di sviluppo sostenibile fino al futuro stesso dell’organizzazione. In particolare, quest’ultimo tema è da tempo sul tavolo, tanto nell’ottica di una complessiva ‘ristrutturazione’ che consenta all’ONU – aggiornandosi – di agire più efficacemente, quanto nella prospettiva di una riforma dell’architettura istituzionale, passando dal rafforzamento del ruolo dell’Assemblea generale a una revisione della struttura del Consiglio di sicurezza che con i suoi 5 membri permanenti (Cina, Francia, Regno Unito, Russia, Stati Uniti) risente di equilibri post-bellici in gran parte superati.

C’è poi l’incognita Trump, che a breve guiderà il Paese che più di tutti garantisce fondi alle Nazioni Unite. Dopo la risoluzione di dicembre sugli insediamenti israeliani, il presidente eletto ha fatto sapere – attraverso Twitter – che le cose al Palazzo di Vetro cambieranno con lui alla Casa Bianca e dichiarato che oggi l’ONU è solo un club per ‘incontrarsi, chiacchierare e divertirsi’.

‘Le Nazioni Unite non sono state create per portarci in Paradiso, ma per salvarci dall’Inferno’ , ricordò nel 1954 l’allora Segretario generale Dag Hammarskjöld. In un momento di oggettiva crisi dell’ONU – troppe volte impotente davanti alle tante criticità del mondo di oggi – questo compito grava prima di tutto sui 193 Stati membri dell’organizzazione. E dal primo gennaio, anche sulle spalle di António Guterres.

 


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