19 febbraio 2019

Alla base delle proteste in Albania

di Maximilian Geere

 

Il momento di maggiore tensione della protesta organizzata sabato a Tirana dalle opposizioni per chiedere le dimissioni del primo ministro Rama è stato il tentativo di assalto alla sede della presidenza del Consiglio, segnato da scontri con le forze dell’ordine. L’esplosione di violenza ha ricordato a tutti il 21 gennaio 2011. In quell’occasione le parti erano invertite, primo ministro era Sali Berisha e oppositore Edi Rama, che guidava la protesta. Il tragico epilogo di quel 21 gennaio fu la morte di quattro manifestanti dopo che la guardia nazionale aprì il fuoco sulla folla. Quel momento segnò per l’opinione pubblica albanese l’inizio dell’allontanamento definitivo da Berisha, che sarebbe avvenuto nel 2013 con la vittoria alle elezioni politiche del Partito socialista.

Da quella sconfitta il centrodestra albanese non si è ancora ripreso, perdendo terreno alle successive elezioni politiche del 2017, dove più che la crescita di consenso degli avversari, ha pesato l’astensionismo della sua base, in piena crisi di empatia con il nuovo segretario Lulzim Basha. Insieme all’alleata Monika Kryemadhi, la moglie del presidente della Repubblica che guida da quasi due anni il partito di centrosinistra Movimento socialista per l’integrazione, Basha ha preannunciato una svolta attraverso la protesta di sabato e quelle che seguiranno. Chiede che Rama faccia un passo indietro, ormai delegittimato da scandali di corruzione e di brogli elettorali, cedendo la guida del governo a uno della sua cerchia che porti il Paese a elezioni anticipate. L’opposizione sarà nuovamente in piazza giovedì 21 febbraio e continuerà a tenere alta la tensione anche dopo quella data.

Ciò che oggi sembra mancare, però, è la visione di un futuro alternativo, nella cui costruzione impegnare i molti cittadini delusi dal governo. Un esempio in tal senso è stato quello degli studenti universitari, che a dicembre hanno protestato per giorni e in massa nella capitale chiedendo tasse più basse, aule e dormitori dignitosi e un livello di insegnamento più alto. Fortemente critici verso l’operato del governo per tutte queste mancanze, gli studenti non hanno accettato però nella loro protesta gli esponenti dell’opposizione, accusandoli di non rappresentarli. Nello stesso tempo la Rilindja (Rinascita) di Edi Rama appare sempre più come una brillante operazione di marketing piuttosto che un reale processo di radicale trasformazione e rinnovamento sociale, culturale ed economico.

Il primo ministro ha chiesto scusa via Twitter all’artista Carsten Höller perché la sua installazione a forma di fungo, posta nel prato davanti all’ufficio di Rama, è stata distrutta dai manifestanti. Intanto nel Paese la delusione è palpabile, mentre la forbice sociale si allarga e un’importante porzione della popolazione non risente affatto degli effetti benefici della crescita economica. La riforma della giustizia, faro di speranza fortemente voluto dai partner internazionali, è in una fase critica. La commissione di verifica creata con la riforma ha falciato decine di giudici, tanto da bloccare le Corti più importanti, compresa la Corte costituzionale, dimostrando così come la corruzione scorra nelle vene del sistema amministrativo del Paese. Si comprende quindi come molte posizioni di potere dell’attuale Albania siano state costruite su un sistema di giustizia corrotto. Cresce così un malcontento generalizzato verso la classe politica e quella che viene ormai chiamata oligarchia, che sfocia da una parte nell’astensionismo e dall’altra nel forte desiderio di abbandonare il Paese. Secondo un sondaggio dell’americana Gallup, l’Albania è al quarto posto su 152 Paesi per la percentuale di adulti che vogliono emigrare: il 60%. Ragione principale di questo fenomeno è la disoccupazione, ma tra i giovani si va via anche per poter studiare in università di qualità. E le rimesse della numerosa diaspora pesano ancora molto nell’economia dell’Albania, dove 6 persone su 10 hanno parenti in altri Stati dai quali dipendono economicamente. Da qui a voler andare via a loro volta il passo è breve, e molti albanesi sono pronti a farlo.

 

Crediti immagine: Alexandros Michailidis / Shutterstock.com

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0