18 settembre 2020

Alle radici dell’attivismo politico NBA

In principio fu Bill Russell a instillare la coscienza dell’impegno politico tra i cestisti, una comunità ancora interamente bianca. Venne poi Lewis Alcindor, divenuto Kareem Abdul-Jabbar, che rifiutò nel 1968 di partecipare alle Olimpiadi in segno di protesta. Mentre l’NBA (National Basket-ball Association) diventava un gigante di spettacolo e di marketing, l’impegno politico invece scoloriva: «Republicans buy sneakers too» diceva Michael Jordan per spiegare le fredde ragioni commerciali del suo mancato attivismo.

Le cose sono cambiate: il 26 agosto le squadre NBA hanno deciso di non scendere in campo dopo i sette proiettili esplosi alle spalle di Jacob Blake. Un gesto forte per uno show globale, considerando anche il divieto di sciopero e le possibili pesantissime penali delle televisioni. Ma l’intera lega, in cui 3 giocatori su 4 sono ora afroamericani, è da mesi sul piede di guerra: già dopo l’omicidio di George Floyd diverse star erano scese in strada per guidare le proteste nelle loro comunità locali.

 

L’NBA sta giocando i playoff, la parte più importante della stagione, nella «bolla» di Disneyland, senza pubblico, con i giocatori reclusi per tre mesi. Nella fase calda della protesta per la morte di Floyd, c’era stata qualche resistenza a entrare nella «bolla» per non abbandonare il movimento Black lives matter. I giocatori hanno allora imposto di giocare con maglie con gli slogan del movimento: Equality, I can’t breathe, BLM. Prima di iniziare i playoff i Lakers, hanno sfilato con il cappellino rosso degli elettori di Trump con la scritta Make America Great Again modificata per chiedere l’arresto dei poliziotti che hanno ucciso Breonna Taylor (27 anni, colpita di notte nella sua casa durante un’irruzione armata alla ricerca di un pacco droga che non c’era).

Ma ora «enough is enough», basta con l’idea che gli atleti debbano solo «stare zitti e dribblare». I volti più emblematici della Lega erano disposti a fermare la stagione. Alla fine si è ripreso a giocare: gli atleti hanno massimizzato la loro visibilità, ottenendo 500 milioni di dollari da parte dei proprietari delle società da investire in progetti per le comunità afroamericane, ma anche la possibilità di usare gli stadi per organizzare seggi elettorali per le presidenziali di novembre.

 

Le ragioni vengono da lontano. I cestisti NBA si dividono quasi equamente tra figli di ex giocatori (come Kobe Bryant o Steph Curry: il corredo genetico nel basket conta) e atleti con infanzie travagliate. Solo a guardare i casi più rappresentativi: LeBron James è nato da una ragazza madre di 15 anni, ed è cresciuto sui divani delle case di amici; il padre del suo antagonista cittadino, Kawhi Leonard, è stato ucciso a colpi di pistola quando lui aveva 16 anni. Stessa sorte per il nonno di Chris Paul, leader di Oklahoma, picchiato fino alla morte nella sua stazione di servizio, lo stesso giorno in cui il nipote firmava il suo primo contratto importante.  Il padre dell’attuale stella di Miami Jimmy Butler lasciò la famiglia quando lui era piccolo, mentre la madre lo cacciò di casa a 13 anni («non mi piace la tua faccia, mi disse, e mi ritrovai per strada»). Ma per ognuno di loro che ce l’ha fatta ci sono cento Demetrius Hook Mitchell, leggenda dei playground californiani, il cui percorso di crack e rapine ha avuto come sbocco la cella di un carcere e non l’NBA. Del resto, anche quando non si nasce in situazioni di degrado, la violenza è dietro l’angolo: il primo ritiro di Michael Jordan fu determinato dall’omicidio del padre, ai margini di una strada della Carolina.

Paragonate alle biografie dei beniamini calcistici, è impressionante la possibilità di avere una morte violenta per un uomo adulto nero negli Stati Uniti. Non sorprende che fino a non troppi anni fa gli atleti NBA flirtassero con le faide interne al gangsta rap, e nelle liti negli spogliatoi facessero capolino pistole e fucili.

 

Le cose sono appunto cambiate. La Lega ha avuto il pugno duro su questi episodi, arrivando anche a normare l’abbigliamento degli atleti con uno strettissimo dress code. Un effetto collaterale inatteso è stato che l’energia extrasportiva degli atleti venisse convogliata sulla politica, sui progetti sociali, sulla coscienza di rappresentanti privilegiati delle proprie comunità.

È un equilibrio precario quello di coloro che sono riusciti a uscire dal ghetto e che nel circo dell’NBA diventano fenomeni da ostentare per lucidare il mito del sogno americano, delle opportunità concesse a tutti. Modelli, e al tempo stesso eccezioni straordinarie che confermano la regola. È forse solo una coincidenza il fatto che mentre la mobilità della società americana si bloccava, la narrativa intorno agli atleti mettesse in risalto sempre di più il sacrificio, la capacità di rialzarsi dopo le sconfitte, l’ossessione del lavoro per migliorarsi, alimentando mitologie di allenamenti alle 3 del mattino e di workout infiniti. Così Kobe Bryant, così LeBron James. Nel basket e nella vita: il messaggio della LeBron James Family Foundation, che paga gli studi a migliaia di ragazzi dell’Ohio, è «Play Hard, Work Hard».

Giusto, ma è altrettanto vero che laddove non cambiano le strutture sociali di base, l’insistenza su questa narrativa ‒ che non è solo dell’NBA, ma è fortissima in NBA ‒ cela un inevitabile lato tossico: il messaggio secondo cui chi non riesce, chi non c’è la fa a uscire dal ghetto, deve imputarlo solo alle proprie colpe. Nel prezzo del loro stipendio, gli atleti sanno che c’è una quota di pulizia della coscienza altrui, il prezzo della giustificazione della naturalità dello stato di cose. Di questo aspetto hanno preso sempre più coscienza negli anni, creando progetti a tutto tondo per le comunità afroamericane a partire dall’educazione e dal sostegno alle famiglie.

In questo 2020 di respiri mozzati, rivolte estese e statue abbattute, gli Stati Uniti stanno facendo i conti col proprio passato e col proprio futuro. Alla base un presente fatto di diseguaglianze enormi, di recinti etnici e sociali, e un presidente che continua a gettare benzina sul fuoco, per presentarsi come un rude e necessario pompiere. Ai cestisti è chiaro che il patto sociale ha troppe crepe, che alla loro comunità non è arrivato quanto sperato. Nel 2016 l’appello di LeBron James per Hillary Clinton in Ohio non funzionò; ma quella sconfitta è servita a capire che il percorso per cambiare le cose è più lungo di un’intervista televisiva. E si sono dati un appuntamento. Le elezioni di novembre saranno solo il punto di partenza di una stagione di rivendicazioni.

 

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Immagine: Black lives matter scritto su un tabellone da basket. Crediti: Fillmore Goldman / Shutterstock.com

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