11 gennaio 2022

Amnistia e segnali di pace in Etiopia

In occasione del Natale ortodosso del 7 gennaio, il governo etiope ha annunciato un’amnistia che ha coinvolto diversi esponenti politici che si trovavano in carcere in seguito ai conflitti interetnici, tra cui alcuni membri del Fronte di liberazione popolare del Tigray (TPLF, Tigray People’s Liberation Front). L’obiettivo delle autorità etiopi sarebbe quello di riaprire un dialogo interetnico per arrivare a una pace condivisa e duratura, che ponga fine soprattutto al durissimo conflitto che si è sviluppato a partire dal novembre 2020 tra il governo federale guidato da Abiy Ahmed e il governo secessionista del Tigray, con l’invio dell’esercito nella regione. Lo scontro armato ha visto in questi mesi anche il coinvolgimento dell’Eritrea, scesa in campo al fianco dell’esercito federale; le conseguenze sono state drammatiche anche per i civili, con devastazioni, violenze sulla popolazione, stupri e un numero crescente di profughi. Diverse pressioni sono state rivolte alle parti in conflitto per arrivare a una tregua e a una soluzione diplomatica; lunedì 10 gennaio c’è stato anche un colloquio tra il primo ministro Abiy Ahmed e Joe Biden, che ha avuto al centro proprio la possibilità di una soluzione pacifica del conflitto.

Sembra che effettivamente si sia aperto uno spiraglio in questa direzione; tra le persone che hanno usufruito dell’amnistia ci sono Sebhat Nega, tra i fondatori del TPLF, catturato nel corso di un’operazione militare nel gennaio 2021, sua sorella Kedusan Nega, che è stata portavoce del Consiglio di Stato regionale del Tigray, Abay Woldu, che è stato per molti anni presidente della Regione del Tigray, e Abadi Zemu, alto dirigente del TPLF e membro del Comitato centrale.  Anche Debretsion Gebremichael, leader del TPLF, ha rilasciato una dichiarazione in cui esprime una posizione favorevole a una soluzione diplomatica assicurando che il suo movimento si sta muovendo in questa direzione. Nell’ottica di una pacificazione complessiva, il governo ha rilasciato anche due importanti leader radicali dell’etnia Oromo, Jawar Mohammed e Bekele Gerba in carcere in seguito ai violenti scontri che seguirono nell’estate del 2020 l’uccisione di Hachalu Hundessa, musicista e attivista oromo.

Questi segnali inducono a pensare che una soluzione politica rappresenti qualcosa di più di una speranza; nondimeno dopo mesi di conflitto armato, con accuse reciproche di violazione dei diritti umani delle popolazioni civili, percorrere la strada del dialogo non sarà facile. Il clima resta drammaticamente teso anche a causa dell’attacco aereo che ha colpito una scuola e un campo profughi nella città di Dedebit, nella regione del Tigray. Le vittime sarebbero 56; numerosi anche i feriti. Anche se l’Etiopia nega, molti osservatori ritengono le forze governative responsabili della strage. L’attacco è stato condotto con l’utilizzo di droni, che l’esercito etiope sta utilizzando in modo sempre più massiccio, anche grazie alle forniture che provengono dalla Turchia. Mercoledì 5 gennaio era stato colpito con i droni un altro centro profughi, a Maini Ani nel Tigray, provocando la morte di tre persone, due bambini e un adulto. La via che porta alla pacificazione e alla sicurezza per i civili dovrà superare numerosi ostacoli, alimentati da divisioni antiche ma anche da recenti rancori, che le violenze di questi mesi hanno incrementato.

 

Immagine: Abiy Ahmed (27 luglio 2019). Crediti: Office of the Prime Minister – Ethiopia [Public Domain Mark 1.0], attraverso www.flickr.com