15 giugno 2021

Ancora una volta Haiti sembra morire. Cosa farà l’America Latina?

 

Si racconta che durante il suo primo viaggio verso quella che sarebbe diventata l’America, Cristoforo Colombo, dopo essere sbarcato il 12 ottobre 1492 sulla spiaggia che chiamò San Salvador, oggi Watling, nell’arcipelago delle Bahamas, si stabilì il 1° dicembre in un posto meraviglioso su un’isola che chiamò Hispaniola. Ne prese possesso senza chiedere, ovviamente, ai suoi abitanti, e iniziò la colonizzazione costruendo un forte che chiamò La Navidad, sulla costa nord dell’attuale Haiti. Lì celebrò, il 24 dicembre di quell’anno, la prima vigilia di Natale in un nuovo continente per gli europei, che avrebbe consegnato ricchezze illimitate alla Corona di Spagna e dolori infiniti ai suoi abitanti. In nome del suo signore re, Colombo iniziò da lì l’occupazione, lo sfruttamento, la diffusione di malattie, lo sterminio e la colonizzazione dell’America Latina.

 

Tuttavia, fu anche questa stessa isola, già divisa e trasformata in Haiti, il primo luogo ad abolire la schiavitù, nel 1803 e la seconda repubblica indipendente del continente nel 1804, dopo gli Stati Uniti. Fu anche la prima repubblica al mondo formata da afro-discendenti. Prima, la ricca colonia era stata ceduta dalla Spagna alla Francia nel XVII secolo. Si specializzò nella produzione di zucchero e per questo importò migliaia di schiavi che furono cacciati e trasportati da diverse parti dell’Africa, con diverse culture, credenze e lingue; mescolati e sfruttati sull’isola che allora si chiamava Saint-Domingue. Il pugno di ferro dei colonialisti permise la nascita di grandi fortune, il moltiplicarsi delle navi cariche di schiavi, il fiorire del commercio e anche, nel 1791, l’insurrezione degli schiavi che si sollevarono in armi e per 13 anni combatterono fino a sconfiggere i francesi. Così nacque il primo Paese indipendente in quella che oggi è l’America Latina. La Rivoluzione francese con le sue idee di libertà, uguaglianza e fraternità aveva profondamente influenzato la lotta per abolire la schiavitù. Nel 1804, la repubblica fu proclamata e il suo eroe principale, un ex schiavo diventato generale, Jean-Jacques Dessalines, dopo pochi mesi di potere, si autoproclamò imperatore degli haitiani con il nome di Jacques I, nel miglior stile napoleonico. Consolidò il suo potere con raffinata crudeltà e migliaia di vittime, finché non fu assassinato da suoi stretti collaboratori.

 

Da allora, quella del Paese è stata una storia di sofferenza, povertà, fame e spargimento di sangue. Il XX secolo è iniziato per gli haitiani con l’invasione e l’occupazione dei marines americani che presero il controllo del Paese; gli investitori presero il controllo della produzione di zucchero e la Citibank della Banca centrale di Haiti, responsabile dell’emissione della moneta. Nel 1957 il governo di Washington impose il potere di François Duvalier, conosciuto come Papa Doc, mentre nella vicina Repubblica Dominicana dominava il dittatore Leónidas Trujillo; in Nicaragua, dal 1937, la dinastia Somoza e a Cuba Fulgencio Batista, dal 1952. Nessuno avrebbe potuto salvaguardare meglio gli interessi degli Stati Uniti nella regione di questi fedeli guardiani. A Duvalier successe nel 1971 il figlio, Baby Doc, che rimase al potere fino al 1986, quando una rivolta popolare lo mandò in esilio in Francia. Il dittatore Trujillo, dopo aver governato ininterrottamente per 30 anni, fu giustiziato nel 1961 da un gruppo armato a Santo Domingo. L’ultimo dei Somoza, conosciuto come Tachito, governò per 12 anni fino a quando fu rovesciato dalla rivoluzione sandinista e poi fu assassinato in Paraguay da un commando rivoluzionario argentino. La dittatura di Batista a Cuba durò 9 anni fino all’entrata di Fidel Castro all’Avana il 1° gennaio 1959 e la fuga del dittatore a Miami la notte di Capodanno.

 

Haiti occupa oggi la parte occidentale dell’isola con 27.750 km2 e ha una popolazione stimata di più di 11 milioni di persone, più circa 2 milioni di residenti all’estero, principalmente nella Repubblica Dominicana, negli Stati Uniti e in Paesi come Spagna e Cile, tra gli altri. L’agricoltura di sussistenza e le rimesse sono le principali risorse della maggioranza della popolazione. La vicina Repubblica Dominicana, situata nella parte centrale e orientale dell’isola, ha una superficie praticamente doppia, con 48.442 km2 e una popolazione di soli 10,5 milioni di abitanti. Mentre il primo è il Paese più povero dell’America Latina, con un reddito pro capite nel 2019 di soli 1.273 dollari all’anno, il secondo ha raggiunto gli 8.583 dollari, e il turismo è una delle sue principali fonti di reddito. L’emigrazione incontrollata di haitiani in quest’ultimo Paese, sull’esempio di quanto fatto dall’ex presidente Trump al confine degli Stati Uniti con il Messico, ha portato il governo dominicano innalzare un muro di mattoni alto 4 m sormontato da fili, lame e sensori di movimento nei principali luoghi di transito illegale, un’opera è lunga 376 km e che difficilmente sarà completata. La motivazione ufficiale per la costruzione del muro è combattere l’immigrazione illegale, il traffico di armi, droga, bestiame e veicoli rubati. Ma di fronte alla chiusura generale delle frontiere all’immigrazione, gli haitiani cercano oggi vie alternative, raggiungendo il Suriname per poi da lì attraversare la provincia francese d’oltremare della Guyana francese. In breve, la cosa importante per ogni haitiano oggi è emigrare, non importa in quale Paese.

 

Attualmente, l’America Latina come regione non è coinvolta in ciò che sta accadendo ad Haiti, dove il governo del presidente Jovenel Moïse, entrato in carica nel 2017, è fortemente messo in discussione per il suo tentativo di convocare un plebiscito per riformare la Costituzione in vigore dal 1987, la più duratura della sua storia, per via della fragilità degli assetti istituzioni del Paese e per la corruzione endemica. La sua elezione non ha mai avuto alcuna legittimità perché messa in discussione dalla denuncia di brogli e dalla bassa affluenza alle urne, che non ha raggiunto il 20%, anche se questo è un tratto che fa parte della realtà politica del Paese. Il presidente ha destituito tre membri della Corte suprema, il Parlamento non funziona da un anno, e la richiesta di un plebiscito è per le forze democratiche un segno dell’autoritarismo che vuole realizzare e che allontanerebbe ancora di più il Paese dalla democrazia. Anche se l’instabilità di Haiti è storica, oggi la sicurezza non è garantita per nessuno e la gente, impaurita, si chiude in casa. Le bande armate raggruppate nel cosiddetto G-9 controllano una parte importante della capitale, commettendo quotidianamente rapine e sequestri e alimentando il traffico di droga e armi. Secondo fonti delle Nazioni Unite si verificano più di 200 rapimenti al mese: stranieri, religiosi, bambini o uomini d’affari. Le cifre del riscatto possono variare da 4.000 a 1 milione di dollari. L’elettricità continua ad essere un bene di lusso, accessibile solo a coloro che hanno una loro attrezzatura. Il resto della popolazione ce l’ha solo per due ore al giorno. La spazzatura non viene raccolta, ma bruciata nelle strade, e in caso di incendio non c’è nessun dipartimento dei pompieri in nessuna città del Paese. Il dilemma per molte persone è se morire di fame o di Covid, in un Paese dove non ci sono infrastrutture sanitarie, né statistiche affidabili per conoscere lo stato reale della situazione. Non c’è nemmeno da parte dei principali Stati dello scenario internazionale una denuncia del fatto che il presidente debba concludere il suo mandato, che secondo quanto sostiene l’opposizione è ormai terminato lo scorso febbraio. Moïse sostiene che, poiché il voto è stato ripetuto, finirà solo l’anno prossimo, una posizione che è sostenuta dagli Stati Uniti, mentre l’opposizione chiede la nomina di un primo ministro ad interim fino a nuove elezioni. Le Nazioni Unite stanno mantenendo un basso profilo, ad eccezione delle sue agenzie umanitarie e di un piccolo comitato di affari politici incaricato dal segretario generale di seguire gli sviluppi della vicenda. Un altro gruppo è composto da Brasile, Stati Uniti, Canada, Germania, Spagna, Unione Europea e l’Organizzazione degli Stati americani (OAS, Organization of American States). I Paesi latinoamericani sono clamorosamente assenti e la presenza del Brasile, sotto il presidente Jair Bolsonaro, è irrilevante.

 

Il terremoto del 2010, di magnitudo 7 sulla scala Richter, e le successive scosse di assestamento hanno lasciato più di 200.000 vittime e danni incalcolabili. Recentemente un numero imprecisato di poliziotti, almeno cinque, è stato ucciso e diversi altri sono stati feriti. Il sistema di informazione del Paese non è credibile e la gente vive in un vero “stato di natura” in assenza dello Stato. Le notizie sono più simili a voci di cui non si può verificare la veridicità. Gli anni della MINUSTAH (MIssion des Nations Unies pour la STAbilisation en Haïti) o Missione di stabilizzazione delle Nazioni Unite ad Haiti, durati dal 2004 al 2017, hanno dato sicurezza a una parte significativa della popolazione, dopo le violenze scatenate nelle principali città fino alla partenza per l’esilio dell’ex presidente Bertrand Aristide. Più di 7.000 soldati provenienti da 24 Paesi di tutti i continenti hanno partecipato alla missione, tra cui Argentina, Brasile, Cile, Colombia, Ecuador e altri, nel tentativo di raggiungere l’obiettivo di disarmare i gruppi, frenare il traffico di armi e droga, promuovere la stabilità, rafforzare le istituzioni e consentire lo svolgimento di elezioni libere e democratiche. Anche se ci sono state accuse contro alcuni soldati per abusi sulle donne, questo non altera l’inestimabile servizio reso a quel Paese. La missione ha anche contribuito a legittimare le azioni delle Nazioni Unite e dei Paesi latinoamericani che hanno partecipato attivamente.

 

È vero che 13 anni sono un tempo eccessivo per una missione di pace dell’ONU, ma non sappiamo quanti morti ha evitato la presenza di forze militari in quel Paese. Da quando le truppe sono partite, la situazione è peggiorata e Haiti è ora sull’orlo di un nuovo disastro. Quando valutano se partecipare a una nuova missione, i governi pensano immediatamente ai costi finanziari e iniziano i dibattiti di politica interna, specialmente sull’invio o il mantenimento di truppe all’estero. La questione è cosa dovrebbero fare gli Stati della regione di fronte a crisi come quella di Haiti, o quelle del Nicaragua e del Venezuela, senza organi politici regionali, senza istanze di dialogo tra capi di Stato e senza una cooperazione effettiva, come avviene attualmente. Oggi c’è solo l’OAS, che sicuramente invierà un gruppo di ambasciatori per valutare la situazione, senza la forza, le risorse o la credibilità per affrontare la grave crisi. D’altra parte, solo gli Stati Uniti e l’Unione Europea possono avere una reale influenza, poiché la Francia non è più rilevante e non è più ascoltata nella regione. Altri Paesi come la Germania hanno smesso di fornire una cooperazione diretta da governo a governo, che ora è incanalata attraverso Bruxelles. Il Canada continua ad essere un “buon amico” di Haiti ma, come gli altri Paesi, ha chiuso le sue frontiere all’immigrazione.

 

I problemi dell’America Latina devono essere risolti dai latinoamericani, senza aspettare l’intervento delle grandi potenze. Ecco perché è importante avere occasioni di dialogo, dove i capi di Stato possano discutere, confrontare le posizioni e cercare insieme delle soluzioni. La dispersione e le rivalità ideologiche nella regione hanno contribuito al peggioramento dei problemi non solo ad Haiti. In tempi di incertezza e di grandi sfide, la cooperazione e i politici che possono guardare oltre i confini nazionali sono più che mai necessari. Oggi non è solo ad Haiti che la gente ha difficoltà, ma anche in altri Paesi del continente. Solo il ricongiungimento con le nostre tradizioni latinoamericane può contribuire a fermare l’approfondimento della frattura che attualmente separa i Paesi latinoamericani e portarli a tendere una mano generosa al popolo haitiano.

 

Immagine: Jacmel, Haiti (agosto 2015). Crediti: naTsumi / Shutterstock.com

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