7 agosto 2020

Argentina: default, memoria e informazione

Parliamo di Argentina, ma il caso è paradigmatico del rapporto informazione-politica. Il governo di Alberto Fernandez ha evitato un nuovo default al paese. Sarebbe stato il secondo negli ultimi vent’anni e avrebbe pregiudicato ulteriormente un’economia in profonda crisi già prima della pandemia del coronavirus, che l’ha resa ancor più assillante. Dopo 7 mesi in cui ‒ com’era ovvio accadesse ‒ le trattative con i creditori sono saltate su e giù come sulle montagne russe, senza tuttavia mai rischiare il deragliamento, è stato raggiunto l’accordo. La forza del debitore, questa volta, stava paradossalmente nella sua innegabile insolvibilità e nelle condizioni non meno drammatiche in cui versano molti altri: il rischio (tutt’altro che scongiurato) d’una pandemia di default.

L’Argentina si è impegnata a saldare il debito restituendo a rate prolungate nel tempo il 54,9 per cento dei 69mila milioni di dollari ricevuti da banche e fondi d’investimento privati essenzialmente degli Stati Uniti. Con un risparmio tra capitale e interessi di 34/35 mila milioni. L’accordo non è stato ancora sottoscritto da alcuni creditori minori. E non sempre in queste vicende ubi maior, minor cessat. Sia pure tra critiche e polemiche tanto interne quanto internazionali, il presidente Macri pagò quasi al valore nominale il limitato residuo del precedente default, quello del 2001, finito nelle mani di speculatori che riuscirono a incontrare un giudice benevolo. Oggi, però, la situazione e ben diversa.

Patrocinato dal Nobel Joseph Stiglitz, suo ex professore ad Harvard, il ministro dell’economia Martin Guzman ha aumentato lentamente l’offerta iniziale del 40 per cento, cedendo in parte anche sui tempi di grazia. E i gruppi leader Blackrock, Ashmore e Fidelity hanno infine accettato questa transazione senza precedenti. A convincerli sono state le pressioni del Fondo Monetario Internazionale (FMI) favorevoli alle posizioni argentine e il comune timore che i lockout provocati dal Covid-19 possano provocare – appunto – fallimenti a catena di debiti sovrani, prima che il sistema finanziario sia in condizioni di riorganizzare le proprie disponibilità. All’Argentina resta da chiudere con il suo maggiore creditore singolo, l’FMI, a cui deve 44mila milioni. Ma è una trattativa in discesa.

Ben comprensibile è dunque l’improvvisa euforia della grande informazione argentina, giornali e TV, che titolano con inediti ottimismo, complimenti e sorrisi. Fino a ieri accusato di portare irresponsabilmente il paese alla catastrofe finanziaria, come se a indebitarlo fosse stato lui e non il precedente governo Macri, il ministro Guzman viene osannato nelle prime pagine come un salvatore. Le accuse di negligenza e perfino d’incapacità per l’apparente noncuranza con cui gestiva i tempi della trattativa, vengono adesso rivedute, corrette e apprezzate sub specie di abilità tattica. Come se dalla parte opposta del tavolo fossero stati seduti dei principianti.  Viene di fatto ancora ignorata la gravità della congiuntura economica, la cui causa dirompente è nel fallimentare modello neoliberista del presidente Maurizio Macri.

 

L’articolo è stato scritto per il blog di Livio Zanotti (Ildiavolononmuoremai.it)

 

Immagine: La bandiera argentina. Crediti: Matteo Roma / Shutterstock.com

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