14 gennaio 2021

Attacchi israeliani in Siria contro le milizie filoiraniane

Raid aerei israeliani nelle prime ore del 13 gennaio hanno provocato almeno cinquantasette morti nella Siria sudorientale, al confine con l’Iraq. Gli attacchi sono iniziati nella notte, poco dopo l’una, ora locale, e hanno ripetutamente colpito l’area di Deir ez-Zor e al-Bukamal, che furono teatro pochi anni fa della guerra fra l’esercito lealista e lo Stato islamico. La maggior parte delle persone uccise faceva parte di milizie filoiraniane; fonti governative hanno accusato dei raid “il nemico israeliano” ma non hanno fornito dati sulle vittime. Israele non ha finora rivendicato ufficialmente la responsabilità dell’accaduto. Secondo l’Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria, a causa degli attacchi sarebbero morti quattordici militari governativi e quarantatré appartenenti alle milizie armate filoiraniane, di diversa nazionalità. Si tratta della più grande operazione compiuta da Israele dall’inizio della guerra civile siriana. Diversi fattori portano a ritenere che la pressione israeliana volta a contrastare la presenza iraniana in Siria rimarrà costante o addirittura tenderà a intensificarsi. Teheran ha pagato un prezzo altissimo per il suo intervento in sostegno al regime di Bashar al-Assad e non intende rinunciare a questo posizionamento; peraltro, proprio per il suo carattere virtualmente anti-israeliano, la presenza iraniana in Siria può pesare in una trattativa sul nucleare che potrebbe riaprirsi con gli Stati Uniti, una volta insediato Joe Biden. Israele vuole a tutti i costi impedire il consolidamento ai suoi confini di una presenza considerata radicalmente ostile e soprattutto negli ultimi due anni ha portato avanti una politica di dissuasione piuttosto incisiva, a cui Damasco e Teheran hanno potuto opporsi solo parzialmente. Ma in queste strane settimane, caratterizzate dal burrascoso passaggio di poteri in corso a Washington, la strategia mediorientale di Trump ha continuato a tessere la sua tela in funzione fondamentalmente anti-iraniana, quasi a voler rendere difficile un’eventuale inversione di rotta. Il segretario di Stato Mike Pompeo ha dichiarato che Washington intende designare gli Houthi, i ribelli sciti alleati dell’Iran, attivi nella guerra civile yemenita, come un’organizzazione terroristica; in un’intervista del 12 gennaio ha inoltre accusato Teheran di proteggere e dare ospitalità ad al-Qaida, nonostante la ben diversa matrice etnica e religiosa. Infine, il 13 gennaio Washington ha inserito nella lista nera delle società che subiscono sanzioni due importanti fondazioni iraniane, l’Esecuzione dell’ordine dell’imam Khomeini (EIKO, Execution of Imam Khomeini’s Order) e l’Astan Quds Razavi (AQR), collegate al leader supremo, l’ayatollah Ali Khamenei. L’offensiva anti-iraniana portata avanti sul campo da Israele in Siria, è accompagnata quindi da una costante campagna mediatica, che vede protagonista soprattutto il segretario di Stato uscente Mike Pompeo. Joe Biden dovrà affrontare le relazioni con l’Iran in un quadro fortemente segnato dalle iniziative prese nelle ultime settimane sia dall’amministrazione Trump sia da Israele.

 

Immagine: Soldato presso il confine israelo-siriano (5 giugno 2011). Crediti: Israel Defense Forces [CC BY 2.0 (https://creativecommons.org/licenses/by/2.0)], attraverso Wikimedia Commons

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