13 novembre 2020

Biden, come cambierà la postura di Washington in Asia?

 

“Ahah”. È con una risata liberatoria che il People’s Daily, megafono del Partito comunista cinese, ha accolto su Twitter la sconfitta di Trump. Venendo meno all’usuale distacco diplomatico, la stampa ufficiale tradisce il sollievo con cui Pechino si appresta a lavorare con Biden dopo quattro anni di inferno trumpiano. Nessuno si aspetta un ritorno alla politica “soft” dell’era Obama. Ma la vittoria di un presidente “old school” sancirà verosimilmente un ritorno di Washington ai tavoli interazionali, moltiplicando le occasioni di dialogo. Con il rischio, certo, che il rinnovato multilateralismo a guida americana si traduca in un accerchiamento là dove le due superpotenze sono ancora ai ferri corti. Il tono degli scambi tra le due sponde del Pacifico avrà inevitabilmente ripercussioni per tutta l’Asia, dove il peso economico della Cina rischia sempre più di arginare l’ascendente politico-militare degli Stati Uniti. Ad oggi, le schermaglie bilaterali cominciate nel 2018 con la guerra tariffaria si sono metastatizzate in molteplici aree di interesse regionale: da Hong Kong e Taiwan, dove l’ingerenza cinese attenta ai valori democratici (e agli interessi statunitensi), al Mar Cinese Meridionale, dove l’espansionismo di Pechino nei territori contesi con i vicini asiatici minaccia le rotte commerciali internazionali. Il “decoupling tecnologico”, ultimo in ordine di tempo, ha già innescato un effetto domino attraverso la catena di approvvigionamento con riverberi nei principali centri hi-tech asiatici.  L’avvicendamento ai vertici della Casa Bianca cambierà la postura di Washington? Probabilmente non nella sostanza ma quantomeno nella forma. Se non altro per l’esperienza accumulata da Biden a capo della commissione Esteri del Senato e come vicepresidente al tempo in cui Obama lanciò il famigerato Pivot to Asia. Il presidente eletto sa come muoversi nel continente e non ama gli annunci roboanti a mezzo Twitter. Delineando la propria politica estera in caso di vittoria, la scorsa primavera il candidato democratico aveva preannunciato su Foreign Affairs «provvedimenti immediati per rinnovare la democrazia e le alleanze statunitensi, proteggere il futuro economico degli Stati Uniti e ancora una volta fare in modo che l’America guidi il mondo». Cattive notizie per Pechino ma ottimi presupposti per raddrizzare le relazioni con gli altri player regionali più volte messe in dubbio dall’imprevedibilità di Trump. Archiviata “l’America First”, potremmo assistere a un ritorno di Washington nelle piattaforme multilaterali, boicottate dal presidente uscente. In ordine sparso: Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite; accordo sul nucleare iraniano; accordo di Parigi; Organizzazione mondiale del commercio e Organizzazione mondiale della sanità. C’è ampio margine per ricostruire il dialogo con Pechino, ma anche per arginare il protagonismo cinese in un gioco di squadra con Unione Europea e alleati asiatici.  Servirà un minuzioso lavoro di ago e filo per ricucire le fratture aperte dalle politiche divisive del predecessore. I sondaggi pre-elezioni documentano il disagio provocato dalla “strategia” regionale di Trump (se mai ce n’è stata una). Se, da una parte, l’assertività del Dragone ha spinto i vicini asiatici tra le braccia di Washington (Taiwan, Vietnam e Thailandia in primis), dall’altra spesso l’atteggiamento ondivago della Casa Bianca è stato recepito localmente con diffidenza. Colpiti da tariffe commerciali in stile cinese, Giappone e Corea del Sud si sono visti rincarare il conto per il mantenimento della presenza militare statunitense necessaria a contenere la minaccia nordcoreana (e ufficiosamente quella cinese). Nel Sud-Est asiatico, invece, non è mai andato giù l’assenteismo di Trump ai summit ASEAN (Association of South East Asian Nations) e la pretesa “esclusività” nei rapporti bilaterali. La retorica del “o noi o loro” non è servita a ridurre la dipendenza economica da Pechino. In compenso ha innescato nuove alleanze regionali, facendo schizzare la spesa militare in Asia. 

Cosa attenderci dunque da “Sleepy Joe”? Premesso che molto dipenderà dalla composizione dell’esecutivo (l’ipotesi di Michèle Flournoy al Pentagono non è passata inosservata oltre la Muraglia), sul fronte commerciale ci potrebbe essere qualche novità. Il nuovo inquilino dello studio ovale dovrà smentire il chiacchiericcio che circonda il nomignolo affibbiatogli da Trump. Quindi, le tariffe rimarranno ma forse non tutte. D’altronde una riapertura dei negoziati porterebbe vantaggi “win-win”: aiuterebbe ad allentare la pressione sulle aziende americane, vere vittime dei dazi sul Made in China, e consentirebbe a Pechino di ridefinire i termini dell’“accordo di fase uno” siglato prima che Covid-19 paralizzasse l’economia mondiale. Ma tornare al tavolo delle trattative permetterebbe a Biden di sollecitare quelle riforme strutturali in materia di sussidi statali su cui la Cina temporeggia.

Non si preannuncia meno agguerrita la competizione per l’egemonia tecnologica. Mentre i regolatori cominciano ad allentare la presa su Huawei, nei settori strategici ‒ come il 5G ‒ non si intravedono compromessi. La proposta del piano Buy America risponde alla necessità di difendere le forniture da eventuali ostruzioni nella catena di approvvigionamento globale. Risposta con “caratteristiche americane” alla nuova strategia della “doppia circolazione”, con cui Pechino punta a potenziare il mercato interno e a ridurre la propria dipendenza delle importazioni di alta tecnologia. Quello che non verrà comprato in America lo si acquisterà probabilmente in Asia. Il continente ospita due delle sole tre aziende al mondo in grado di produrre chip avanzati: la sudcoreana Samsung e la taiwanese TSMC (Taiwan Semiconductor Manufacturing Company). Ed ecco che le “alleanze” menzionate da Biden acquistano centralità economica, non solo difensiva. In quest’ottica si fa strada – previa revisione delle condizioni ‒ un possibile ritorno di Washinton nella TPP (Trans-Pacific Partnership), l’accordo di libero scambio trans-Pacifico fortemente voluto da Obama per arginare la supremazia cinese nella regione, ribattezzato Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership (CPTPP) dopo il dietrofront di Trump. Fiore all’occhiello del Pivot to Asia, se ripristinato come da programma arriverebbe a comprendere il 40% del commercio mondiale riposizionando Washington al centro dell’economia regionale. Un bel colpo considerando che la Cina sta ultimando un accordo concorrenziale ‒ la Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP) ‒ che riunisce 15 Paesi del Pacific-Rim, un terzo della popolazione mondiale e il 29% del PIL globale.

 

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Immagine: Americani e cinesi riuniti per seguire i risultati delle elezioni statunitensi, Shanghai, Cina (alba del 4 novembre 2020). Crediti: Andrew Joseph Braun / Shutterstock.com

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