12 agosto 2020

Bielorussia, contestato il risultato delle elezioni presidenziali

Le elezioni in Bielorussia di domenica 9 agosto benché formalmente abbiano registrato una vittoria schiacciante per il presidente in carica Aleksandr Lukašenko, al potere da 26 anni, rappresentano probabilmente l’inizio e non la fine della contesa per stabilire chi gestirà il futuro del Paese. Già domenica sera l’opposizione, dopo l’annuncio da parte della commissione elettorale della vittoria di Lukašenko con l’80% dei voti, ha accusato il presidente di violazione delle regole democratiche e di brogli ed è scesa a manifestare in piazza a Minsk. La folla gridava «Vergogna!», «Lunga vita alla Bielorussia», «Cambiamento!», sventolando la bandiera tradizionale, bianca e rossa, diversa da quella ufficiale; i manifestanti, che hanno contestato l’esito delle elezioni, si sono rifiutati di sciogliersi e sono stati attaccati dalla polizia, che ha utilizzato proiettili di gomma, granate assordanti e gas lacrimogeni.

Nel corso degli incidenti, che si sono sviluppati domenica sera e lunedì, un manifestante è morto; secondo le autorità, stava lanciando un ordigno esplosivo contro le forze dell’ordine. Secondo alcune fonti, nella giornata di lunedì avrebbe perso la vita anche un’altra persona che partecipava alle proteste. Numerosi i feriti; la polizia ha arrestato più di tremila persone. La protesta si è concentrata soprattutto nella capitale, però manifestazioni analoghe si sono svolte anche in altre località della Bielorussia, tra cui Mogilëv, Vitebsk, Brest e Grodno.

In questo clima incandescente, Svetlana Tikhanouskaya, la principale antagonista di Lukašenko, ha deciso di lasciare il Paese e di rifugiarsi il Lituania. Tikhanouskaya, secondo i dati diffusi dalla commissione elettorale, ha ottenuto soltanto il 9,9% dei voti; la leader dell’opposizione riformista ha dichiarato però che i risultati ufficiali non hanno «nulla a che fare con la realtà» e si rifiuta di accettarli. È probabile che il braccio di ferro prosegua nei prossimi giorni; Lukašenko non sembra intenzionato a rinunciare al suo sesto mandato e accusa l’opposizione di essere manovrata dall’estero. La Bielorussia si trova in una situazione di forte isolamento; nonostante abbia tentato di avere buoni rapporti con tutti, o forse proprio per questo, in questo momento ha pochi nemici ma nessun reale alleato.

Definita da alcuni osservatori l’ultima dittatura d’Europa, ha rapporti difficili con gli Stati Uniti e con l’Unione Europea, che si è pronunciata in termini negativi sia sulla regolarità del voto sia sulla repressione delle manifestazioni di protesta. Lukašenko ha invece ricevuto il sostegno di Russia, Cina, Kazakistan, Uzbekistan, Moldova e Azerbaigian. I rapporti con il potente vicino russo non sono però idilliaci, mentre in passato Lukašenko si era posto come garante dell’amicizia tra le due nazioni. Bielorussia e Russia sono legate dall’Unione statale (Sojuznoe gosudarstvo), che garantisce dal 2000 la mobilità dei lavoratori e l’unione doganale. Negli ultimi anni i rapporti sono peggiorati, sia perché l’abbraccio russo può diventare soffocante sia per motivi legati a interessi materiali come gli approvvigionamenti energetici.

Nonostante ostenti sicurezza e maggioranze nettissime, la posizione di Lukašenko appare debole, per l’isolamento internazionale, per la gestione della pandemia, che secondo molti osservatori è stata molto sottovalutata, per le difficoltà economiche, per la protesta delle opposizioni che accusano il regime di autoritarismo e immobilismo. Il presidente sembra però intenzionato a giocare fino in fondo la sua partita.

 

Immagine: Aleksandr Lukašenko (10 luglio 2014). Crediti: Okras / CC BY-SA (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0), attraverso commons.wikimedia.org

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