30 aprile 2020

Boris Johnson al lavoro su epidemia e Brexit

Boris Johnson è ritornato al lavoro dopo la malattia e la convalescenza. Lunedì 27 aprile ha fatto la sua prima apparizione pubblica, con una conferenza stampa, a distanza, davanti a Downing Street e si è mostrato prudente rispetto alla possibilità di allentare in tempi rapidi le misure di distanziamento che sono state prese per fronteggiare l’epidemia. La situazione nel Regno Unito rimane infatti ancora difficile, anche se il momento peggiore probabilmente è superato; non sono mancate critiche alla gestione dell’emergenza, a partire dal ritardo con cui è stato attuato il lockdown, iniziato nel Regno Unito il 24 marzo, quindi in ritardo rispetto gli altri Paesi europei. La BBC ha svolto un’inchiesta denunciando la cronica mancanza di camici, mascherine e tamponi; dall’inizio dell’epidemia sono morti circa 100 operatori sanitari negli ospedali britannici, molti dei quali erano costretti a lavorare in assenza di protezioni adeguate. Inoltre, secondo quanto ha rilevato martedì 28 aprile l’Office for national statistics (ONS), il numero delle vittime causate dal Covid-19 potrebbe essere molto superiore a quello ufficiale e aver raggiunto quota 30.000: il conteggio dell’ufficio britannico di statistica, a differenza del metodo utilizzato dal ministero della Sanità, include infatti tutti i decessi accertati avvenuti fuori dagli ospedali e quelli in cui il Covid-19 è intervenuto soltanto come concausa. In questo contesto, Johnson ha dichiarato che non bisogna avere fretta di tornare alla normalità per evitare una seconda ondata dell’epidemia e ha rimandato, per un’eventuale modifica delle norme, alla scadenza prefissata del 7 maggio.

Se sul tavolo del governo c’è ovviamente al primo posto l’emergenza sanitaria, anche la questione della Brexit deve essere da subito affrontata. Il governo britannico è intenzionato a chiudere la partita entro il 31 dicembre 2020; questo significherebbe raggiungere un accordo prima del 30 giugno. Johnson aveva dichiarato ufficialmente che il suo governo non prendeva neanche in esame che la Brexit entrasse in vigore in una data successiva al 31 dicembre 2020. I tempi sono dunque stretti, ma le parti sono ancora distanti. I colloqui sono ripresi il 20 aprile, ma senza che ci siano stati passi avanti. Sul terreno ci sono nodi irrisolti: i diritti di pesca, le regole comuni (in materia di aiuti di Stato, protezione ambientale, fisco), il ruolo della Corte di giustizia europea. Secondo fonti europee, il negoziato deve cercare di guardare al di là dei singoli aspetti: serve una volontà politica. Boris Johnson si occuperà in prima persona delle trattative per la Brexit, cercando di superare l’impasse e di stabilire un rapporto diretto con Ursula von der Leyen. Johnson non vuole cedere su alcune questioni fondamentali per l’economia britannica e anche su alcuni aspetti, come i diritti di pesca, che hanno più che altro un valore simbolico, che è stato però ben sfruttato durante la campagna elettorale. Attuare la Brexit senza accordi e con il Paese provato per l’emergenza sanitaria è una scelta effettivamente rischiosa. Tra l’altro in questo momento difficile, il Regno Unito si trova in difficoltà nel settore fondamentale dell’alimentazione, che storicamente è stato basato sulle importazioni, fin dai tempi dell’Impero. A causa della Brexit si è già prodotto un aumento di prezzo delle materie prime alimentari importante dai Paesi dell’Unione Europea, mettendo in difficoltà i consumatori; una situazione resa più difficile dal blocco del flusso migratorio dovuto all’epidemia che ha impedito l’arrivo di lavoratori stagionali, rendendo ancor più precaria la produzione agricola interna.

 

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Immagine: Boris Johnson (22 novembre 2011). Crediti: BackBoris2012 Campaign Team. Photo By Andrew Parsons/ i-Images [Attribution-NoDerivs 2.0 Generic (CC BY-ND 2.0)], attraverso www.flickr.com

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