28 dicembre 2020

Brexit, cosa prevede l’Accordo di Natale

Il 24 dicembre si è celebrato quello che in Gran Bretagna è stato definito il “Brexmas”, l’ennesima crasi tra Brexit e Christmas. Il tanto discusso e atteso accordo tra Regno Unito (UK) ed Unione Europea (UE) è finalmente arrivato proprio alla vigilia di Natale, quando la presidente della Commissione europea e il primo ministro britannico hanno tenuto due conferenze stampa separate per annunciare il “Deal” con toni tanto trionfali quanto diametralmente opposti. Ma su questo torneremo fra qualche riga, intanto chiariamo meglio le tempistiche del nuovo trattato di libero scambio tra UE e UK.

La prima cosa che è importante sottolineare è che il trattato non è ancora formalmente ratificato. Né von der LeyenJohnson avevano infatti l’autorità di firmare l’intesa: per quanto riguarda il lato europeo è necessario il sì formale (all’unanimità) del Consiglio europeo formato dai 27 capi di Stato e di governo (che a loro volta devono avere il nulla osta dai rispettivi Parlamenti in base alle Costituzioni degli Stati membri). Questo dovrebbe avvenire entro il 1° gennaio, solo a quel punto l’UE firmerà il trattato che però prima di essere ufficialmente ratificato deve passare il vaglio del Parlamento europeo. Solo in seguito a questa ulteriore approvazione il Consiglio europeo potrà ratificare in via definitiva l’accordo. Dal lato britannico invece l’accordo deve ottenere il sì della House of Commons, che è riunita in seduta straordinaria il 30 dicembre proprio per discutere e votare sul “Deal”.

Se questo ultimo passaggio sembra una mera formalità vista la grande maggioranza di cui gode Boris Johnson – a cui si aggiunge il voto favorevole da parte del Labour annunciato dal leader Keir Starmer – l’iter di approvazione da parte dei singoli Stati membri e del Parlamento europeo potrebbe essere leggermente più accidentato anche se al momento non ci sono notizie di problemi in vista. Ad ogni modo, proprio alla luce di questi passaggi da espletare, l’accordo per il momento entra in vigore solo in via provvisoria sino al 28 febbraio 2021, data entro la quale dovrebbe avere ottenuto tutti i sì necessari.

Tornando invece alle conferenze stampa, come dicevamo avevano toni trionfali per ragioni opposte. Se Johnson ha esultato annunciando di aver portato a compimento il percorso iniziato con il referendum del 2016, avendo riconquistato per il proprio Paese la totale sovranità, von der Leyen ha sottolineato come l’Unione Europea fosse riuscita a preservare la propria integrità e a far accettare al Regno Unito l’idea dell’armonizzazione normativa come conditio sine qua non per la realizzazione di un trattato commerciale di libero scambio tra l’UE e il suo ex Stato membro.

L’accordo è di oltre 1.500 pagine e al momento quasi nessuno lo ha letto e – soprattutto – compreso sino in fondo (ovviamente neanche chi scrive). Analizzando però i documenti pubblicati e facendo la tara con i paletti messi in campo in questi anni dai negoziatori britannici e quelli europei, non vi è dubbio che le concessioni maggiori siano state fatte dal Regno Unito.

Partiamo da quella più clamorosa: lo status dell’Irlanda del Nord. L’idea di un “backstop” in caso di mancato accordo commerciale, e cioè la sola evenienza di una condizione che differenziasse l’Irlanda del Nord dal resto dell’UK, era stata la ragione per cui la corrente di Johnson, l’ERG (European Research Group), aveva affossato il Withdrawal Agreement di Theresa May. L’idea stessa che l’accordo mettesse in discussione l’integrità del Regno Unito era considerata inaccettabile. Ebbene l’accordo trattato dall’attuale primo ministro (che aveva in questo senso ceduto su tutta la linea già nel dicembre 2019) prevede che dal 1° gennaio 2021 l’Irlanda del Nord rimanga di fatto più in Europa che in Gran Bretagna, al punto che formalmente i beni in arrivo dal Regno Unito in Irlanda del Nord vengono considerati di importazione e sono soggetti a verifiche e controlli che garantiscono il rispetto delle regole europee. Questo perché, per salvaguardare gli Accordi del Venerdì santo e dunque evitare l’istituzione di un confine fisico tra le due Irlande, l’Irlanda del Nord rimarrà dunque di fatto con un piede nell’Unione Europea, anche perché il governo britannico ha sostanzialmente ritirato tutti gli elementi controversi dell’Internal Market Bill, una legge pensata (e ormai appunto di fatto ritirata) proprio per bypassare gli accordi presi dal governo nel trattato di recesso dall’Unione.

Altro punto cruciale su cui il Regno Unito ha ceduto è sicuramente quello della pesca, uno dei temi che – ci si creda o no – ha scaldato di più i cuori britannici fino all’ultimo minuto. Il governo di Sua Maestà voleva a tutti i costi annunciare di aver ripreso il controllo totale delle proprie acque e delle proprie coste a partire dal 1° gennaio 2021, cosa che assolutamente – in tutta onestà – non può fare. Sul tema l’accordo prevede infatti un lungo periodo di “transizione” di almeno cinque anni e mezzo in cui ai pescatori europei verrà garantito di poter continuare a pescare nelle acque britanniche alle stesse condizioni, per poi essere gradualmente ridotto con accordi annuali che vedranno una graduale diminuzione dell’accesso europeo alle acque britanniche. Anche su questo tema pare chiaro che il governo britannico sia stato respinto su tutta la linea.

Il tema su cui si concentrano le maggiori zone grigie è quello dell’allineamento normativo tra i due contraenti. Questo era, soprattutto per l’Unione Europea, il tema centrale di scontro e il punto in cui fino all’ultimo vi sono state le maggiori distanze tra le parti. Da un lato, l’UE non poteva garantire l’accesso al mercato unico senza prevedere dazi o quote ad uno Stato che non si impegnasse a rispettare le normative europee e, dall’altro, il Regno Unito non poteva accettare di uscire dall’Unione per dover poi continuare a rispettarne le leggi. Su questo punto possiamo individuare alcuni passi indietro anche da parte dell’Unione: non tanto sul rispetto dell’allineamento normativo, che è previsto dall’accordo, ma sull’organo preposto a risolvere eventuali controversie a riguardo.

La richiesta iniziale dell’UE infatti non era solamente che il Regno Unito dovesse proseguire nel rispettare le regole dell’Unione per poter continuare a godere dell’accesso al mercato unico, ma che eventuali violazioni dovessero essere giudicate dalla Corte di giustizia europea. È proprio su questo punto, non a caso annunciato trionfalmente dal primo ministro britannico, che le due parti si sono dovute incontrare a metà strada prevedendo che le controversie dovranno essere risolte attraverso un arbitrato istituito in maniera indipendente.

Per quanto riguarda la circolazione delle persone ci sono poche novità rispetto a quando già sapevamo: lo status dei cittadini europei residenti nel Regno Unito sino al 31 dicembre 2020 era regolato nel trattato di recesso ed è garantito secondo il “settlement and pre-settlement scheme”, un sistema che sostanzialmente permette a chi già è residente di mantenere invariata la propria condizione. Totalmente rivoluzionata sarà invece la possibilità di spostarsi nel Regno Unito per motivi che non siano turistici, con un nuovo sistema di immigrazione “a punti” sullo stile australiano che dal 1° gennaio 2021 verrà applicato anche ai cittadini comunitari.

Al termine di questa disamina, necessariamente parziale, dell’accordo si può certamente dire che se da un lato rende meno traumatica del previsto l’uscita definitiva del Regno Unito dall’Unione Europea, essendo riuscito nell’obiettivo di evitare un’interruzione brusca di tutti i rapporti commerciali, dall’altro è senza dubbio un raro caso di trattato di libero scambio che produca un sensibile peggioramento dei rapporti commerciali preesistenti tra i due contraenti.

Infatti, al di là dei toni trionfalistici, dal 1° gennaio 2021 UE e UK saranno più deboli rispetto a prima, anche se – a parere di chi scrive – i danni maggiori causati da questa nuova condizione saranno subiti a Londra.

 

Immagine: Ursula von der Leyen accoglie Boris Johnson prima di un incontro presso la sede dell’UE a Bruxelles, Belgio (9 dicembre 2020). Crediti: Alexandros Michailidis / Shutterstock.com

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