18 ottobre 2016

Brexit, un disastro di successo?

L’economia inglese post Brexit non sembra rantolare verso il disastro, come scommettevano alcuni “gufi” della “perfida Albione”. Sarà stato il meditato intervento del Governatore della Banca d’Inghilterra, Mark Carney, che ha portato il tasso di interesse allo 0,25% insieme a una serie di altre misure per la stabilità dei mercati finanziari e per sostenere l’economia, sarà stata la discesa della sterlina , che facilita i turisti e le esportazioni, sarà che forse l’allarmismo pre-referendum era un tantino eccessivo, almeno nell’immediato. Ad ogni modo, la temuta catastrofe non sembra si stia verificando.

Almeno in questa fase i costi della Brexit – che erano stimati nel breve termine da diversi osservatori in una riduzione tra il -2,3 e il -3,8 per cento del reddito – non si stanno materializzando: la svalutazione migliora la competitività delle merci inglesi e limita le importazioni per effetto dell’aumento dei prezzi dei beni che provengono da oltre Manica, determinando da un lato il progressivo aggiustamento della bilancia delle partite correnti inglesi, largamente in deficit, e incrementando in prospettiva un’inflazione oggi prossima allo zero; gli investimenti allo stato non sembrano aver avuto flessioni particolari, ad esclusione del settore immobiliare, dove c’è una situazione di preoccupazione ma lontana da quello scoppio della bolla londinese che non pare essere alle viste.

Al momento, inoltre, a detta del Monetary Policy Committee della Banca centrale , la fiducia dei consumatori, le vendite al dettaglio e una serie di altri indicatori di breve periodo segnalano una situazione migliore delle attese, facendo prospettare una crescita del PIL complessiva nel 2016 tra l’1,6% e l’1,8% , quasi il doppio di quella italiana: se questo fosse l’armageddon determinato dal referendum sulla Brexit, allora sulla Penisola dovremmo riconsiderare l’intervento di Benigni sul referendum nostrano in chiave altamente ironica.

Gli effetti della scelta di inglesi e gallesi in particolare – scozzesi e nord irlandesi alla luce dei risultati elettorali si sono infatti dimostrati meno convinti – si manifesteranno però su un orizzonte di tempo più lungo e dipenderanno in maniera sostanziale dai risultati del negoziato che il Regno Unito avvierà con le istituzioni comunitarie, dopo che avrà notificato al Consiglio europeo la propria volontà di recedere dall’Unione europea ai sensi dell’articolo 50 del Trattato sull’UE .

Il premier Theresa May ha annunciato di voler avviare la procedura di separazione a partire dalla fine di marzo 2017, aprendo di fatto le trattative, che diverranno ovviamente ufficiali solo dopo la notifica e potranno durare al massimo due anni secondo quanto previsto dalle regole europee: in assenza di un accordo o di una proroga dei negoziati, che potrebbe essere consentita solo con l’unanimità degli Stati membri della UE, tra circa 27 mesi i trattati europei cesseranno di essere applicati anche al Regno Unito e questo cesserà di far parte delle istituzioni europee dopo oltre quarant’anni.

Se il recupero della piena indipendenza e sovranità, che il primo ministro inglese vuole perseguire non facendo “più parte di un’unione politica con istituzioni sovranazionali”, possa essere un fattore positivo o meno per il Regno Unito è ampiamente dibattuto tra gli osservatori, mentre vi è accordo sul fatto che una separazione consensuale, la cosiddetta soft Brexit, sarebbe preferibile a un divorzio su tutta la linea, hard Brexit, anche per l’UE.

L’ipotesi di soft Brexit ruota intorno alla possibilità che l’accordo con l’UE garantisca ai sudditi e alle imprese del Regno qualche forma di accesso al Mercato Unico europeo. I modelli possibili sono molteplici – norvegese, svizzero, turco a seconda delle diverse tipologie di relazioni oggi esistenti tra paesi e Unione europea – e si articolano in particolare rispetto alle diverse combinazioni relative alla possibilità di vendita o meno sul mercato europeo dei beni e dei servizi, oppure con l’esclusione di quest’ultimi, compresi quelli finanziari, e alla garanzia (o meno) della libertà di movimento dei lavoratori: tale garanzia in questa prima fase sembra essere messa altamente in discussione dalle autorità politiche britanniche.

Uno degli elementi di maggior preoccupazione dei negoziati riguarda, però, i possibili effetti sulla City di Londra. Ci si interroga, in particolare, su cosa potrebbe accadere se a valle delle trattative, magari per volontà di qualche Stato membro dell’Unione di proporsi come nuovo epicentro della finanza europea, non venissero confermati i “passporting rights” che attualmente consentono ai servizi finanziari inglesi di operare in qualsiasi altro paese dell’Unione e non si trovassero altre forme di accesso al mercato dell’UE.

Il ruolo della finanza londinese è infatti diventato centrale nell’economia britannica tanto da pesare circa l’8 per cento del PIL, rappresentare una parte consistente della parte attiva della bilancia dei pagamenti e garantire all’erario 66 miliardi di sterline all’anno di tasse (l’11 per cento del totale). E forse non è un caso che, secondo rivelazioni di stampa , il Tesoro britannico stimi proprio in 66 miliardi la perdita massima per le casse dello Stato e in circa l’8 per cento la caduta del PIL nel caso di hard Brexit, ovvero con l’uscita dal mercato unico e l’applicazione delle regole della World Trade Organization (WTO).

Al di là dei nuovi allarmismi, non è detto però che anche in questo scenario il sistema finanziario britannico non sappia reagire, magari attraverso la creazioni di succursali in Europa, e che, più in generale, l’economia del Regno Unito non possa intraprendere una qualche forma di ribilanciamento verso la manifattura e i servizi non finanziari, riducendo i costi potenziali di un’uscita tout court dall’Unione .

La svalutazione della sterlina può aiutare almeno nel breve, rafforzando la competitività delle esportazioni britanniche , ma la politica inglese dovrà decidere, anche per capire quali strategie negoziali intraprendere, se puntare sul futuro della manifattura e dei servizi connessi, come sembrava aver già iniziato a fare anni fa , per creare una percorso di crescita bilanciata e diffusa sul territorio, oppure salvaguardare il suo status di piazza finanziaria, magari estremamente agevolata sotto il profilo fiscale, quasi da configurare un paradiso offshore a due passi dalle sponde di Calais.

Certo è che, se per incapacità o impossibilità, il tutto si dovesse tramutare in un disastro, il Regno potrebbe ritrovarsi non più così Unito, a partire dalla Scozia; ma se dovesse tramutarsi in un successo i rischi di disgregazione sarebbero tutti per l’Unione europea.

 


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