17 dicembre 2018

COP24 di Katowice, una roadmap per la lotta al cambiamento climatico

«Un traguardo eccellente! Il sistema multilaterale ha consentito di raggiungere un risultato solido. La comunità internazionale dispone ora di una roadmap per affrontare in maniera decisa il cambiamento climatico». Così Patricia Espinosa, segretaria esecutiva della Convenzione quadro delle Nazioni unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC) ha espresso la sua soddisfazione per l’accordo raggiunto a Katowice in occasione della 24a Conference Of Parties (COP24), dopo circa due settimane di negoziati intensi, confronti tra posizioni talvolta radicalmente diverse e lo spostamento di un giorno – al 15 dicembre – della chiusura della conferenza, per riuscire a trovare in extremis un’intesa sempre più urgente. Alla fine però l’obiettivo è stato perseguito, e il presidente della conferenza e ‘padrone di casa’ Michał Kurtyka – segretario di Stato del ministero polacco dell’Energia e dell’Ambiente – ha potuto scaricare la tensione con un liberatorio salto di gioia.

In una città simbolica come Katowice – cuore pulsante della Polonia alimentata dal carbone – e in un luogo anch’esso particolarmente evocativo – l’International congress centre dove si è svolta la conferenza sorge nei pressi di una vecchia miniera di carbone – i delegati di 197 Paesi hanno cercato di raggiungere un’intesa per dare concreta sostanza allo storico accordo raggiunto a Parigi nel dicembre 2015. Che il negoziato si sarebbe rivelato assai complesso era prevedibile per la natura stessa della discussione in programma: se infatti nella capitale francese il mondo aveva deciso di prendere pienamente coscienza della necessità di assumere impegni per contrastare il cambiamento climatico, in Polonia occorreva definire le modalità e le strategie di intervento, in un confronto assai tecnico da una parte, ma inevitabilmente impregnato di considerazioni di natura politica dall’altra.

A Katowice si sono incontrati e scontrati molteplici fronti, portatori tanto di punti di vista differenti quanto soprattutto di interessi contrapposti. Per i Paesi in via di sviluppo, la difficoltà sta nel compenetrare l’esigenza di preservare l’ambiente con la prosecuzione – a ritmi sostenuti – dei  processi di industrializzazione: per questo lo sforzo deve essere collettivo, ma nell’ottica di una responsabilità ‘comune ma differenziata’ i sacrifici spettano innanzitutto alle economie avanzate, cui sarebbero da imputare le principali responsabilità del cattivo stato di salute del pianeta.

Dall’altra parte, i Paesi sviluppati non sembrano poter sfuggire all’atto di accusa delle economie in via di sviluppo, ma sono anche convinti della necessità di regole comuni e di meccanismi trasparenti di controllo e monitoraggio, così da verificare concretamente e divulgare correttamente i progressi compiuti da ciascuno nella riduzione delle emissioni. Quindi, ci sono i Paesi più drammaticamente esposti alle conseguenze del cambiamento climatico e ai rischi legati a un mancato intervento tempestivo: per loro, la posta in gioco è la stessa sopravvivenza. A farlo presente meglio di tutti sono stati probabilmente i rappresentanti di due realtà in pericolo: per le Maldive, è stato l’ex presidente della Repubblica e capo negoziatore a Katowice Mohamed Nasheed a lanciare un messaggio inequivocabile, sottolineando l’esigenza di «abbandonare il linguaggio preistorico sul cambiamento climatico» – che vedeva i Paesi a rischio invocare il taglio delle emissioni su basi etiche – per rivendicare «solidi investimenti nelle energie pulite e rinnovabili». «Non vi stiamo chiedendo troppo – ha rimarcato Nasheed – Stiamo solo dicendo: per favore, non uccideteci». Per Vanuatu, Stato insulare dell’Oceano Pacifico, durissima è stata la presa di posizione del ministro degli Esteri Ralph Regenvanu, che è intervenuto sull’annoso dibattito relativo al semplice ‘prendere nota’ (take note) oppure ‘accogliere’ (welcome) le conclusioni dell’allarmante rapporto del Panel intergovernativo sul cambiamento climatico (IPCC). Secondo quanto evidenziato dall’analisi, in assenza di una decisa correzione di rotta, la temperatura media globale potrebbe crescere di 1.5 oC rispetto ai livelli preindustriali già tra il 2030 e il 2052, esponendo il pianeta a seri rischi sotto il profilo climatico e ambientale. La differenza tra il ‘prendere nota’ e l’‘accogliere’ potrebbe apparire solamente semantica, ma risulta in realtà profondamente politica, perché indica una diversa presa di coscienza e dunque un diverso modo di agire: non a caso, a favore della mera annotazione si sono espressi Paesi che continuano a puntare sui combustibili fossili, come l’Arabia Saudita, il Kuwait, la Russia e gli Stati Uniti. Le considerazioni di Regenvanu sul punto sono state assai taglienti: «Che decidiate di prendere nota, accogliere o ignorare vergognosamente tutta la scienza – ha evidenziato il ministro – rimane il fatto che tutto ciò è catastrofico per l’intera umanità, e quei negoziatori che stanno bloccando un progresso significativo dovrebbero avere un grosso peso sulla loro coscienza».

Opinione comune tra gli osservatori è inoltre il fatto che la trattativa sia stata ulteriormente complicata da una sostanziale assenza di leadership, a differenza di quanto accaduto in sede di negoziato a Parigi: se infatti nel dicembre 2015 gli Stati Uniti di Barack Obama non avevano lesinato gli sforzi perché si arrivasse a un’intesa, a distanza di tre anni gli orientamenti della politica energetica, climatica e ambientale di Washington sono profondamente cambiati, con il nuovo inquilino della Casa Bianca Donald Trump che già nel giugno del 2017 ha annunciato l’intenzione di ritirare gli USA dall’accordo raggiunto nella capitale francese. E così, mentre i negoziatori si confrontavano sulle migliori strategie per attuare gli impegni presi a Parigi, a Katowice Wells Griffith – autorevolissima voce della politica energetica internazionale statunitense – evidenziava come nessun Paese debba essere costretto a sacrificare la propria prosperità economica e sicurezza energetica per la sostenibilità ambientale.

Che le trattative rischiassero di naufragare per le diverse posizioni in campo – anche su temi quali il finanziamento degli interventi a favore della mitigazione del cambiamento climatico e dell’adattamento ad esso – è parso chiaro anche al segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres, che a tre giorni dalla fine della conferenza ha evidenziato come il fallimento in un’occasione come quella di Katowice non sarebbe solo stato ‘immorale’, ma addirittura ‘suicida’. Alla fine però, l’accordo sull’atteso rulebook contenente le linee guida per l’implementazione dell’accordo di Parigi è arrivato. Le 256 pagine del Katowice climate package indicano dettagliatamente in che modo gli Stati dovranno fornire informazioni sugli impegni adottati e le azioni intraprese su clima e ambiente, dalle misure di mitigazione a quelle di adattamento. È inoltre previsto che nuovi target finanziari più ambiziosi saranno stabiliti a partire dal 2025, superando l’attuale obiettivo di mobilitare risorse per 100 miliardi di dollari annui dal 2020 da destinare ai Paesi in via di sviluppo nei loro sforzi di contrasto al cambiamento climatico. Gli Stati hanno poi elaborato linee guida sulle modalità di valutazione collettiva dell’efficacia della loro azione per il clima nel 2023 e sull’analisi dei progressi in materia di sviluppo e trasferimento delle tecnologie. Rinviato invece al 2019 un possibile accordo sui mercati del carbonio.

In un suo articolo sulla conferenza, The Economist ha sottolineato come l’accordo raggiunto a Katowice sia comunque da considerarsi positivo, alla luce soprattutto del fatto che l’intesa risultava tutt’altro che scontata: da una parte infatti, i Paesi in via di sviluppo hanno ottenuto rassicurazioni circa il sostegno finanziario dei Paesi più ricchi nella lotta al cambiamento climatico, mentre gli Stati più sviluppati hanno raggiunto l’obiettivo di linee guida uniformi nel taglio delle emissioni. Se dunque alcuni punti restano ancora da discutere e l’ambizioso target della limitazione dell’aumento della temperatura media entro 2 oC rimane estremamente difficile da raggiungere, la direzione intrapresa – rileva The Economist – rimane comunque quella corretta. Di diverso tenore le considerazioni del mondo ambientalista e delle organizzazioni che si battono per contrastare il cambiamento climatico, secondo cui – pur dovendosi riconoscere il risultato dell’accordo – i decisori politici avrebbero mostrato poca ambizione. Greenpeace ha rilevato come un anno di disastri naturali e l’allarme lanciato dagli scienziati avrebbero dovuto produrre risultati ben più consistenti: i governi tuttavia sarebbero rimasti sordi tanto alla scienza quanto agli appelli delle popolazioni più vulnerabili. Una posizione a cui hanno fatto eco le dichiarazioni di Bas Eickhout, uno dei candidati alla presidenza della futura Commissione europea per i Verdi: a Katowice – ha rilevato Eickhout – sono stati effettivamente compiuti dei progressi dal punto di vista tecnico, ma le migliaia di persone che si riversano in piazza chiedono interventi ambiziosi di protezione sul fronte del clima, e non manifestano semplicemente per ottenere un rulebook.

 

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