12 novembre 2021

COP26 di Glasgow, la Conferenza del “vedremo domani”

 

“Vedremo domani” potrebbe essere un sunto della Conferenza delle parti riunita a Glasgow dalle Nazioni Unite. Domani vedremo l’effetto concreto della dichiarazione congiunta di Stati Uniti d’America e Repubblica Popolare Cinese, emersa dal duro lavoro diplomatico sulla crisi ambientale ai margini della Conferenza. Vedremo se questa dichiarazione congiunta delle grandi potenze si trasformerà anche in un’azione congiunta e se tale azione sarà efficace. Se segnerà, in effetti, un percorso condiviso e concreto in grado di affrontare «una emergenza che mette a rischio la nostra stessa esistenza»: sono state queste, difatti, le parole usate da Xie Zenhua, capo negoziatore cinese sul clima. Il pronome «nostra» non indica la Cina – si badi bene – bensì tutti noi, l’umanità.

La presa di posizione comune tra Stati Uniti e Cina qualifica l’urgenza degli intenti cooperativi dichiarati dalle due maggiori potenze mondiali sulla questione ambientale. Cina e Stati Uniti hanno reagito ai diffusi timori e alle sferzanti accuse di inazione sulla questione ambientale dichiarando un impegno volto a rinsaldare un percorso che, dai tempi della storica assemblea globale di Parigi del 2015, è stato finora sia insoddisfacente sia inefficace. Insoddisfacente perché l’ampia defezione degli Stati dagli impegni presi allora – pochi esclusi – ha segnato il percorso fino a Glasgow. È stato un percorso costellato di impegni dichiarati ma non mantenuti; l’apoteosi di questa condotta si raggiunse, com’è noto, col ritiro proprio degli Stati Uniti dal quadro di quegli accordi durante la presidenza Trump. Inefficace perché gli impegni presi a Parigi – come quelli negoziati a Glasgow – restano comunque al di sotto della soglia necessaria per mutare un tragitto umano che, a detta tanto del Segretario generale delle Nazioni Unite quanto dei leader dei movimenti ambientalisti transnazionali – porterà dritto alla catastrofe ambientale finale se non sarà perlomeno invertito.

Questa ragione d’urgenza esistenziale ha spinto le due maggiori potenze mondiali a dichiarare congiuntamente la propria intesa per il rafforzamento dell’azione climatica: perché non esiste alternativa alla loro cooperazione, ovvero ogni alternativa è peggiore. Solo la loro azione congiunta può rendere concreto il tentativo di affrontare una questione globale che, in assenza di un governo mondiale, il sistema degli Stati è strutturalmente incapace di affrontare con dovuta efficacia. Nessuno può difatti imporre agli Stati la condotta necessaria a fronteggiare la crisi ambientale, divisi come sono da interessi e valori differenti anche su questo problema. Le grandi potenze possono però imporre una direzione centralizzata alla comunità internazionale grazie alla loro azione congiunta, oltre a contribuire direttamente al raggiungimento di uno scopo comune che riguarda l’esistenza stessa dell’umanità. Il punto resta tuttavia sempre il medesimo, ovvero se esse saranno in grado di trasformare le dichiarazioni congiunte in azioni congiunte. Se saranno in grado, in altre parole, di assumersi le grandi responsabilità, pur «differenziate», che spettano alle grandi potenze anche sulla questione ambientale. A questi Stati la comunità internazionale attribuisce non solo diritti speciali, ma anche speciali doveri tra cui, anzitutto, quello di gestire le loro relazioni reciproche. Se esse saranno in grado di farlo, cioè se saranno davvero in grado di cooperare sull’ambiente e il clima, allora il pianeta potrà tentare di salvarsi grazie alla cooperazione internazionale guidata da Cina e Stati Uniti.

La dichiarazione congiunta sulla questione ambientale di Stati Uniti e Cina rappresenta in sé un fatto di notevole portata che ha due aspetti. Primo, segna il ritorno a un ruolo dichiarato di responsabilità da parte degli Stati Uniti sulla tematica ambientale e climatica dopo il disimpegno precedente. Secondo, segna il riconoscimento che la Cina non è più un “Paese in via di sviluppo” bensì una potenza di prima grandezza anche e proprio sul piano dello “sviluppo”. Se è così, la divisione preponderante che ha sempre caratterizzato la tematica ambientale e anche la conferenza di Glasgow – quella tra Paesi in via sviluppo e non – affronta un momento rilevante. Esso coincide col fatto che le due maggiori potenze mondiali sono ora parte integrante di un medesimo “campo”, comunque lo si voglia chiamare. Questo riconoscimento è forse il primo elemento necessario a favorire proprio quell’assunzione comune di responsabilità che è indispensabile a indirizzare e sostenere gli sforzi di tutti gli Stati, a partire da quelli già esposti criticamente e direttamente a minacce ambientali che da soli non possono o non vogliono fronteggiare. Queste minacce sono ormai note: l’aumento della temperatura globale, la deforestazione, l’uso indiscriminato di combustibili fossili, solo per citare le principali. Di fronte a queste minacce solo l’azione congiunta delle potenze maggiori può gestire la frammentazione e contrapposizione di interessi e valori tra gli Stati, imprimendo una direzione alla comunità internazionale verso la salvaguardia di un bene comune mondiale qual è l’ambiente naturale. La diseguaglianza tra le due grandi potenze e tutti gli altri Stati si dimostrerebbe, in tal caso, funzionale alle ragioni non della mera coesistenza internazionale bensì della vera e propria esistenza della comunità umana. Vedremo domani se ciò accadrà.

 

Immagine: Emissioni in atmosfera dalle ciminiere di un impianto industriale. Crediti: Leonid Sorokin / Shutterstock.com

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