20 ottobre 2021

Capire cosa sta accadendo in Libano

Quello di Tarek Bitar è un nome che probabilmente non dice molto all’opinione pubblica occidentale e italiana. Ciononostante, comprendere quanto sta accadendo in Libano – dove gli scontri del 14 ottobre scorso hanno provocato 7 morti e almeno 30 feriti – significa anche conoscere la storia e il compito affidato a quest’uomo. Si tratta del giudice incaricato di coordinare le indagini sulla doppia esplosione che ha sinistrato il porto di Beirut il 4 agosto 2020, provocando la morte di 214 persone e il ferimento di altre 7 mila. È un episodio dai contorni ancora non ben definiti. La presenza nel porto della capitale libanese di centinaia di tonnellate di nitrato d’ammonio, un composto chimico spesso utilizzato come fertilizzante, suscita ancora molte domande irrisolte e ben poche risposte.

Come sottolinea un’analisi in merito di Al Jazeera, quando un anno fa le autorità del Paese dei cedri annunciarono che l’indagine sull’esplosione sarebbe stata condotta dalla magistratura libanese – e non da commissioni d’inchiesta internazionali – in pochi pensavano che alti papaveri della politica locale sarebbero finiti nel mirino delle toghe. Bitar è stato incaricato di guidare le indagini a febbraio scorso, in seguito al licenziamento del suo predecessore, il giudice Fadi Sawan, che aveva sorpreso tutti quando aveva accusato direttamente ex ministri come Ali Hasan Khalil, Ghazi Zeiter, Youssef Finianos e l’allora primo ministro ad interim del Libano, Hassan Diab, per la negligenza dimostrata circa i fatti di Beirut. Negli ultimi sette mesi, Bitar ha continuato a perseguire le stesse persone e ha anche puntato il dito contro l’ex ministro Nohad Machnouk. Il magistrato ha anche ripetutamente chiesto di convocare due alti funzionari della sicurezza, il capo della sicurezza generale, il generale Abbas Ibrahim, e il capo della sicurezza dello Stato, il maggiore generale Tony Saliba, ma il ministero degli Interni e il Consiglio superiore della difesa continuano a rigettare tali richieste.

I politici chiamati in causa si sono puntualmente rifiutati di presentarsi agli interrogatori e hanno cercato ripetutamente di rimuovere il giudice dal suo incarico presentando denunce legali, che occasionalmente hanno portato alla sospensione temporanea delle indagini. Sebbene la magistratura abbia finora respinto queste denunce, molti osservatori ritengono si tratti di una tattica per bloccare l’inchiesta, mentre i principali partiti politici hanno anche iniziato a chiedere la rimozione di Bitar.

Nato nel distretto di Akkar, nell’estremità settentrionale del Paese, il quarantasettenne magistrato libanese è diventato il vero pomo della discordia per la politica locale, oltre che il simbolo di una lotta senza quartiere tra i vari partiti che si contendono il potere. Quello che è successo giovedì 14 ottobre, in una Beirut già sconvolta dalla crisi economica, dai blackout elettrici e dalla carenza di carburante, ne rappresenta la dimostrazione plastica. I gruppi sciiti Amal e Hezbollah, il partito-milizia nato nell’ambito della guerra civile libanese su impulso della neonata Repubblica islamica d’Iran, hanno indetto una manifestazione contro la “politicizzazione” dell’inchiesta portata avanti da Bitar. La dimostrazione ha presto lasciato spazio a vere e proprie scene di guerriglia urbana. In un comunicato congiunto, i due movimenti sciiti hanno fatto sapere che i manifestanti sono stati presi di mira da cecchini finora non identificati che sparavano dai tetti vicini al Palazzo di Giustizia, destinazione finale del corteo. In un attimo – con l’intervento dell’esercito e dei miliziani armati legati ai due movimenti ‒ è stato il caos. Il sangue è tornato a macchiare uno dei luoghi simbolo della guerra civile combattuta in Libano tra il 1975 e il 1990, la rotonda di Tayyoune, che divide i quartieri cristiani di Ain el-Remmaneh dalla zona di Chyah, prevalentemente sciita.

Le reazioni non si sono fatte attendere. Il presidente Michel Aoun ha cercato di raffreddare i toni, assicurando che le indagini proseguiranno senza intoppi fino all’individuazione dei responsabili dell’esplosione al porto di Beirut. Gebran Bassil, leader della Corrente patriottica libera e genero di Aoun, ha accusato di “omicidio” Samir Geagea, leader maronita del partito delle Forze libanesi, in riferimento ai fatti del 14 ottobre. Nabih Berri, presidente del Parlamento libanese e leader del movimento sciita Amal, ha definito le 7 vittime degli scontri «martiri della verità e della giustizia». Il cardinale Bechara Boutros al-Rahi, patriarca della Chiesa maronita, ha chiesto al governo di tornare al dialogo «per riaffermare l’autorità dello Stato».  Il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, ha accusato le Forze libanesi di voler «iniziare una guerra civile», nella quale il «Partito di Dio» non intende farsi trascinare. Ciononostante, la guida religiosa ha assicurato che il movimento Hezbollah può contare su 100 mila combattenti armati e addestrati in Libano per rispondere a qualsiasi necessità. Il primo ministro Najib Mikati, alla guida del Libano da appena un mese, ha invece dichiarato che non convocherà alcuna riunione del governo prima della risoluzione della disputa inerente al ruolo ricoperto dal giudice Bitar.

Al netto delle dichiarazioni politiche, quanto accaduto in Libano sembra far emergere due dati essenziali per comprendere la situazione. Da una parte si dimostra ancora una volta l’inadeguatezza e la rigidità del sistema istituzionale su base confessionale. Nella disputa sul ruolo di Bitar, tuttavia, non si scontrano solo il diritto all’accusa e alla difesa, ma anche il desiderio di impunità di una parte della classe dirigente e la richiesta di giustizia da parte di una buona fetta di popolazione. La divisione dei poteri ne risulta compromessa, l’unità sociale inevitabilmente sfibrata. D’altra parte, il precipitare della situazione rimette paradossalmente le élite libanesi in quella che la rivista Foreign Policy definisce la loro comfort zone, ossia lo scontro settario e la divisione su base confessionale, tramite i quali sono abituate ad esercitare il potere nella frammentaria e partitocratica democrazia mediorientale. In altri termini, si tratta di un viatico per mantenere lo status quo ed evitare che l’inchiesta di Bitar si trasformi in un terremoto capace di scuotere il sistema di potere dalle fondamenta.

 

Immagine: Veduta aerea del porto distrutto da fortissime esplosioni causate da un incendio in un magazzino, Beirut, Libano (5 agosto 2020). Crediti: diplomedia / Shutterstock.com

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