24 gennaio 2023

Carri armati all’Ucraina, le esitazioni di Berlino

Quarta economia a livello globale e prima in Europa, la Germania fatica ad assumere una dimensione analoga in politica estera, frenata da motivazioni interne e tendenze storiche ormai di lunga data. L’ultima dimostrazione dei tentennamenti di Berlino arriva sul caso dei Leopard 2, i carri armati da battaglia richiesti dall’Ucraina per rafforzare le proprie capacità di difesa contro l’aggressione russa e sulla cui fornitura il governo tedesco non ha ancora preso una decisione. Questa dinamica ha di fatto “azzoppato” la riunione del Gruppo di contatto per l’Ucraina, formato da oltre 50 Paesi, i cui rappresentanti si sono riuniti venerdì scorso nella base aerea di Ramstein, nella Germania sud-occidentale. Il tema relativo all’invio dei carri Leopard 2 era uno dei punti cruciali del confronto tra i ministri della Difesa e altri funzionari delle nazioni che sostengono Kiev, viste le pressioni di numerosi Stati europei affinché Berlino sbloccasse la situazione di stallo creatasi negli ultimi mesi.

La Germania produce infatti i carri armati da combattimento in questione e ha l’ultima parola anche sui mezzi venduti all’estero, in caso le forze armate clienti intendano a loro volta cederli a terzi, come nel caso dell’Ucraina. Le autorità di Kiev e altre cancellerie europee ritengono fondamentali i Leopard 2 per l’esito dello scontro con Mosca, motivo per cui da diverso tempo si sono rivolte al governo di Berlino perché venga approvata la fornitura all’esercito ucraino. Nello specifico, vi sarebbero oltre 2000 Leopard 2 in giro per l’Europa, distribuiti tra la Germania (che ne ha circa 350, non tutti operativi) e altri 13 Paesi. Molti di questi, tra cui la Polonia, la Repubblica Ceca e la Slovacchia, vorrebbero mettere a disposizione dell’Ucraina parte del proprio parco mezzi, nell’ambito di una generale spinta per fornire strumenti e sistemi d’arma sempre più efficaci allo sforzo militare di Kiev. Da qui il problema sorto a Ramstein: a fine incontro, il ministro della Difesa tedesco, l’appena nominato Boris Pistorius ‒ che ha sostituito la dimissionaria Christine Lambrecht proprio nei giorni precedenti la riunione ‒ si è limitato a evidenziare come non sia stato raggiunto un accordo sulla fornitura dei Leopard 2. Al contempo, ha aggiunto Pistorius, il dicastero tedesco starebbe studiando il dossier, partendo dagli inventari nei depositi militari nazionali. Una chiusura momentanea e una potenziale apertura futura, che permetterebbero alla Germania di non perdere la faccia di fronte agli alleati e guadagnare tempo per valutare possibili pro e contro della decisione sui carri armati.

 

Resta però difficile capire quali siano davvero i fattori che mettono un freno alla “generosità” del governo tedesco guidato da Olaf Scholz. Sebbene già in precedenza il cancelliere avesse spiegato le ragioni di Berlino, preoccupata di mantenere il delicato equilibrio tra il dare supporto all’Ucraina e il ritrovarsi pienamente coinvolti nel conflitto con la Russia, è altresì vero che la Germania fa ormai parte a pieno titolo del fronte di nazioni che da mesi fornisce armi, munizioni e altro equipaggiamento a Kiev. A questo si aggiunge il fatto che l’estensione della guerra alla NATO, una delle linee rosse paventate da Scholz, non si è ancora verificata nonostante le affermazioni di Mosca in questo senso. Per tali motivi, l’indecisione tedesca sull’invio dei Leopard 2 ha assunto contorni poco chiari e sembra mettere in discussione la volontà del Paese di assumere un ruolo guida a livello europeo che le competerebbe per lo status di sostanziale “leader” che detiene da anni in seno all’Unione Europea, almeno sul piano economico. Berlino pare invece aver rinunciato in partenza a questo compito fin dai primi giorni dell’invasione russa, lasciando la luce dei riflettori in particolare alla Polonia e ai Paesi baltici, portatori di una retorica più sicura e aggressiva, ma sicuramente meno capaci in termini finanziari e di soft power. Questa “riluttanza” tedesca è divenuta sinonimo di attendismo, laddove le autorità hanno preferito aspettare l’iniziativa altrui per seguire in scia ed evitare di assumersi per primi una responsabilità, una dinamica vista in diverse occasioni da febbraio scorso: la Germania finisce per inviare armi e denaro a Kiev, ma quasi sempre a seguito dell’attivismo di altre nazioni, quasi cercando di mantenere un profilo basso. Per i Leopard 2 potrebbe accadere lo stesso, ovvero prendere una decisione ‒ positiva ‒ in merito solo dopo che gli Stati Uniti avranno inviato all’Ucraina i carri armati M1 Abrams, o al massimo in contemporanea.

Alcuni esperti hanno evidenziato come Berlino manifesti un deficit decisionale sugli aspetti militari e in particolare sulla fornitura di sistemi d’arma che può essere legato alla storia nazionale e allo status di “potenza pacifica” assunto a partire dalla Seconda guerra mondiale. Questioni culturali e politiche, dunque, impedirebbero ancora oggi alla Germania di muoversi sullo scacchiere internazionale, o quantomeno su quello europeo, con il peso che ci si aspetterebbe dal Paese più popoloso e forte economicamente del continente. Altri critici, meno benevoli verso Berlino, accusano il governo tedesco di non voler “provocare” ulteriormente il Cremlino, sperando in una ripresa dei rapporti politici e soprattutto energetici con la Russia alla fine del conflitto, ma tale tesi sarebbe in contrasto con quanto deciso finora dalla Germania in materia di sostegno all’Ucraina e non terrebbe in conto la relazione fondamentale, in termini di sicurezza e non solo, che intercorre tra Berlino e Washington.

 

Nel fine settimana sono in ogni caso arrivati nuovi sviluppi sulla vicenda dei Leopard 2. La ministra degli Esteri tedesca, Annalena Baerbock, ha affermato che la Germania «non si metterà di traverso» nel caso pervengano richieste da altri Paesi relativamente all’autorizzazione di invio dei carri armati all’Ucraina. Un passo avanti che in qualche modo ricuce lo strappo avvenuto a Ramstein, su cui il primo ministro polacco Mateusz Morawiecki aveva “speculato” rilanciando sul progetto di costituire una “coalizione più piccola” di nazioni pronte a donare “carri armati moderni” per la causa di Kiev. L’apertura di Baerbock potrebbe essere una risposta a Varsavia e agli altri Paesi partner, o anche un segnale di rapido cambiamento di rotta sui Leopard 2, preludio di una prossima decisione del governo tedesco in merito alla fornitura diretta di tali mezzi all’Ucraina. Ancora una volta, dunque, la Germania avrebbe tentennato per poi lasciarsi convincere e “coinvolgere” dagli alleati, un copione già visto in varie occasioni da febbraio scorso.

 

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Immagine: Un carro armato tedesco Leopard 2 su un carro ferroviario, Schwandorf, Germania (14 novembre 2018). Crediti: Andreas Wolochow / Shutterstock.com

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