24 ottobre 2017

Catalogna. Le tappe dello scontro tra Puigdemont e Rajoy

Sono trascorse oramai più di tre settimane dal referendum sull’autodeterminazione voluto dal fronte indipendentista, in chiara rottura con l’ordinamento spagnolo, e da allora gli eventi si sono susseguiti pressoché senza soluzione di continuità, con l’esecutivo della Generalitat che sollecita il confronto politico con le autorità centrali cercando di uscire dal cul-de-sac in cui si trova, e il presidente del governo di Madrid Mariano Rajoy che rimane fermo sulla sua posizione: Barcellona ha infranto la legalità costituzionale, minato l’unità della Spagna e messo in discussione la pacifica convivenza; pertanto non potrà esserci dialogo o mediazione finché permarrà la situazione di ‘disubbidienza e illegalità’.

La scorsa settimana, l’esecutivo spagnolo attendeva una risposta dal presidente della Generalitat Carles Puigdemont, che il 10 ottobre – nel suo discorso davanti al Parlamento locale – aveva da una parte riconosciuto il diritto conquistato dai catalani con il voto referendario ad avere uno Stato indipendente, ma dall’altra aveva proposto di sospendere gli effetti della dichiarazione d’indipendenza, per cercare una soluzione condivisa e sbloccare così l’impasse. Una posizione che, a caldo, Madrid aveva interpretato come inequivocabile annuncio della secessione, ma su cui poi Rajoy ha immediatamente voluto chiedere un chiarimento: quanto affermato davanti all’Assemblea catalana era da considerarsi una formale proclamazione di indipendenza? Barcellona aveva tempo fino alle ore 10 del 16 ottobre per esprimersi al riguardo. In caso di risposta positiva, sarebbe scattata un’ulteriore scadenza, quella delle ore 10 del 19 ottobre: entro tale termine ultimo, le autorità catalane avrebbero dovuto rettificare la loro posizione e revocare la decisione, così da ripristinare l’ordine costituzionale ed evitare l’attivazione da parte di Madrid dell’art. 155 della Carta fondamentale.

Nella sua lettera del 16 ottobre inviata a Rajoy, Puigdemont tornava però a invocare il confronto, proponendo l’instaurazione in due mesi di un dialogo tra le parti e chiedendo contemporaneamente sia la «cessazione della repressione contro il popolo e il governo di Catalogna» sia l’immediata convocazione di una riunione, per provare a impostare una prima trattativa tra Spagna e Catalogna. Immediata la replica – anch’essa tramite lettera – del presidente del governo spagnolo, che rimarcava come da Barcellona non fosse arrivata alcuna risposta sulla dichiarazione d’indipendenza e sollecitava nuovamente Puigdemont a fare chiarezza entro i tempi della seconda scadenza.

Quanto all’attivazione dell’art. 155 per imporre alla Catalogna ribelle il rispetto degli obblighi costituzionali, Rajoy ha voluto puntualizzare che essa non avrebbe determinato – come sostenuto dal presidente della Generalitat – una sospensione dell’autogoverno, quanto piuttosto una ‘restaurazione della legalità nel quadro delle autonomie’, presupposto indispensabile per avviare qualsiasi forma di dialogo. Inequivocabile poi la chiosa finale: le condizioni per aprire «una nuova fase di normalità e lealtà costituzionale» c’erano tutte, ma toccava a Puigdemont fare il passo decisivo. Se però il presidente catalano non intendeva muoversi in questa direzione, avrebbe dovuto considerarsi «unico responsabile dell’applicazione della Costituzione», vale a dire del ricorso all’art. 155.

Dopo l’arresto dei leader delle organizzazioni indipendentiste ANC (Assamblea Nacional Catalana) e Òmnium cultural – Jordi Sànchez e Jordi Cuixart – cui hanno fatto seguito importanti manifestazioni di piazza, il confronto/scontro a colpi di missive tra Puigdemont e Rajoy è proseguito il giorno 19: da parte sua, il presidente della Generalitat ha evidenziato gli sforzi catalani per il dialogo e la risposta negativa di Madrid, sottolineando a questo punto un possibile imminente voto del Parlamento catalano per dichiarare l’indipendenza; il presidente del governo spagnolo invece ha confermato che l’esecutivo – convocato per una riunione straordinaria il 21 ottobre – avrebbe provveduto ad avviare le procedure per l’attivazione dell’art. 155. Annuncio a cui è stato dato immediatamente seguito, per la prima volta nella storia della Spagna post-franchista: l’esecutivo di Madrid ha rimarcato di non avere altre alternative, sottolineando come Barcellona – in violazione dei suoi obblighi – avesse intrapreso un percorso secessionista in aperta ribellione con le autorità centrali e in violazione delle pronunce del Tribunale costituzionale.

Adesso inizia un percorso finora inesplorato, le cui evoluzioni sono tutte da valutare: Puigdemont ha accusato Rajoy di aver lanciato ‘il peggior attacco’ contro le istituzioni e il popolo catalano dai tempi di Francisco Franco, annunciando una sessione parlamentare per definire i passi da compiere; il primo ministro spagnolo dal canto suo ha assicurato che con la procedura dell’art. 155 non saranno in alcun modo toccati l’autogoverno e l’autonomia della Catalogna, ma soltanto allontanate dalla gestione del potere quelle personalità che hanno collocato la comunità catalana ‘ai margini della legge’. L’obiettivo è quello di giungere in tempi rapidi, con la rimozione delle autorità locali e il passaggio temporaneo di consegne a nuovi organi e autorità designati dal governo centrale, alla convocazione di nuove elezioni locali.

Si è dunque ormai aperta una settimana decisiva: a Madrid, nel quadro dell’art. 155, la commissione ad hoc del Senato è chiamata a riunirsi, mentre Puigdemont potrà esporre le sue ragioni. Per giovedì, è prevista la convocazione del Parlamento catalano, per discutere della crisi istituzionale ma anche – forse – per dichiarare questa volta a tutti gli effetti l’indipendenza. Il voto del Senato spagnolo sull’art. 155 è invece previsto per la giornata di venerdì.


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