17 ottobre 2017

Catalogna. Lo stallo che cela un vuoto

Scaduto il primo ultimatum del governo di Spagna a quello catalano, le convulsioni politiche della crisi spagnola non cessano. La richiesta di chiarire il significato della dichiarazione d’indipendenza affermata e sospesa nei giorni scorsi è caduta finora nel vuoto. Si tratta dunque di capire se quel vuoto sia parte di una tattica inserita in un piano strategico oppure celi, più semplicemente, un vuoto politico. Ciò si chiarirà forse nei prossimi giorni, quando scadrà il secondo ultimatum del governo di Spagna e altri fatti si compiranno.

Nel frattempo la condizione critica di questa situazione di tensione s’evince dall’ultimo scambio epistolare ufficiale tra i due protagonisti principali, Carles Puigdemont e Mariano Rajoy. A conti fatti, la lettera di Puigdemont invoca un dialogo impossibile da svolgersi in un tempo inesistente. Il problema centrale che pone il «cammino come paese indipendente nel contesto europeo» della Catalogna non è un tema per Rajoy, né lo sarà mai. Tale cammino fondato sul dialogo non esiste. Quel che esiste è una corsa contro il tempo per stemperare una crisi politica di consistente pericolosità. La quale, come tutte le crisi, rischia di degenerare a causa della propria inerzia, di rischi incontrollati e di calcoli sbagliati. Consideriamo un elemento cruciale di questi ultimi.

Il calcolo politico di Puigdemont d’internazionalizzare la crisi non ha prodotto risultati e la questione catalana è ormai ricondotta alla dinamica interna della politica spagnola, unita contro la «secessione». Non è chiaro, d’altra parte, come avrebbe potuto essere diversamente. Quel «contesto europeo» ripetutamente invocato, ossia la legittimazione internazionale posta a corollario della dichiarazione d’indipendenza catalana, occlude il cammino politico immaginato dal governatore catalano. Quella politica d’indipendenza unilaterale non può ottenere riconoscimento in Europa. Il «contesto europeo» attuale, l’unione di Stati detta Unione Europea, non è il luogo dove essa può vivere ma quello dov’è destinata a perire. L’Unione stessa rischierebbe la disintegrazione se così non fosse. Né gli Stati membri né la Commissione possono difatti sostenere un principio disgregativo quale quello dell’indipendentismo territoriale unilaterale. Esso significherebbe il collasso del sistema politico dell’Unione che è, in prima istanza, un sistema di Stati sovrani. In assenza di un governo comune europeo gli Stati svolgono un ruolo politico fondamentale, imponendo un principio d’ordine – la propria sovranità. A essa è ricondotta la complessa struttura di autorità sovrapposte e lealtà incrociate che da sempre caratterizza il territorio europeo e i suoi abitanti. L’integrazione europea non ha spostato i termini fondamentali di questa questione: se gli interessi della popolazione europea sono oggi articolati e aggregati, conciliati e legittimati, ciò avviene anzitutto attraverso il meccanismo politico di un sistema di Stati che ha dato vita all’Unione Europea e la fa esistere. Se questo meccanismo politico statuale cede, cede anche l’integrazione europea. 

Non vi è nulla di recondito in queste considerazioni e l’isolamento internazionale della politica di Puigdemont ne reca oggi implicita conferma. Di fronte a questo isolamento la domanda è dunque come sia possibile, per il governo catalano, eludere o ridimensionare il conflitto interno innescatosi sulla «rottura del principio di legalità» citato da Rajoy nella propria lettera. Questo è il vero problema di Puigdemont oggi, non il «cammino come paese indipendente nel contesto europeo» della Catalogna. A tale problema la procura spagnola ha già fatto fronte con la richiesta d’arresto per sedizione del capo della politica catalana Josep Lluís Trapero e l’arresto di due leader indipendentisti. Sembra questa la risposta concreta alla seconda richiesta della lettera di Puigdemont, «far cessare la repressione contro il popolo e il governo della Catalogna». Sia come sia, il tempo di due mesi auspicato da Puigdemont per il dialogo si è subito ridotto a due ore effettive – il tempo della risposta di Rajoy – e lo spazio di manovra rimastogli evoca più la libertà condizionata inflitta a Trapero che la libertà assoluta dallo Stato spagnolo. In questo quadro politico, avverso e introverso, il governo catalano dovrà infine chiarire la propria decisione definitiva sulla scelta politica d’indipendenza, comunicandola entro giovedì. Quella decisione, anche se omessa, potrà condurre al punto del non ritorno rappresentato dalle misure straordinarie previste dalla Carta costituzionale spagnola e finora mai attuate. Nessuno può oggi sapere con certezza cosa deciderà il governo catalano di fronte a questo rischio. Ciò che si sa è che la crisi catalana ha riproposto un insegnamento politico forse ormai chiaro anche ai suoi protagonisti principali: prima di prendere decisioni gravi occorre considerarne i rischi.

 

Crediti immagine: Luis becerra / Shutterstock.com


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