14 maggio 2021

Il Centrafrica in bilico

Il Centrafrica è sempre in bilico. Vive, al momento, l’ennesima pausa dai combattimenti – almeno in gran parte delle città – e un nuovo ciclo negoziale che apre fessure di speranza, ma è appena uscito da un periodo di grave recrudescenza del conflitto che lo insanguina dal 2013. I mesi iniziali dell’anno, infatti, seguiti alla prima tornata elettorale di dicembre 2020 che ha riconfermato il presidente uscente Faustin-Archange Touadéra, sono stati terribili, con un numero impressionante di nuovi sfollati – oltre 200.000 in meno di due mesi ‒ e notizie di morti, ferimenti e sparizioni a ritmo quotidiano. La statistica generale di profughi interni ed esterni generati dalla guerra centrafricana, si aggiorna quindi a un milione e mezzo, un terzo dei circa 4 milioni e 700.000 abitanti: ad oggi la proporzione più alta del mondo.

L’escalation di inizio d’anno è il risultato di tensioni montanti scatenate da attacchi preordinati nelle zone nord e sud della capitale Bangui, a opera dei ribelli della Coalizione dei patrioti per il cambiamento (CPC, Coalition des Patriotes pour le Changement), un mix di milizie antigovernative unitesi sul finire del 2020, capitanate dall’ingombrante ex presidente François Bozizé (fuggito dopo il colpo di Stato del 2013 e rimasto in esilio fino a dicembre del 2019, è accusato di “crimini contro l’umanità e incitamento al genocidio”). All’origine delle violenze c’è stato il rifiuto della Corte costituzionale di dare il via libera alla candidatura proprio di Bozizé. L’ex presidente, furibondo per la decisione, ha rapidamente messo su un’alleanza di gruppi politici e armati che ha chiamato i cittadini a boicottare il processo elettorale, terrorizzato la popolazione con raid e incursioni militari e messo a rischio la tenuta degli accordi di pace faticosamente raggiunti nel 2019.

Per riportare la situazione alla calma minimale di oggi, però, e ricacciare i ribelli fuori dalle città confinandoli nelle foreste, non è bastata l’azione del governo centrale e del suo esercito. C’è voluto l’intervento di truppe russe e ruandesi. Il presidente Touadéra, infatti, ha cercato in un primo momento di trovare un accordo con i ribelli che soddisfacesse le parti in conflitto e riconducesse il Paese almeno a una pausa dagli scontri. Vistosi rimandare il messaggio di pace al mittente, si è affidato a contractor stranieri per organizzare l’offensiva militare definitiva. Ha stipulato così accordi bilaterali con il Rwanda e con la Russia e messo a fianco delle Forze armate centrafricane (FACA, Forces Armées Centrafricaines), un potente esercito di mercenari che nel breve giro hanno ripulito i centri urbani dalla presenza dei gruppi armati.

Ma il prezzo da pagare all’ingerenza straniera e mercenaria è alto. Non solo in termini economici.  Stando a testimonianze locali sempre più numerose e attendibili, i russi che combattono a fianco dell’esercito regolare si sarebbero macchiati di abusi sulla popolazione e avrebbero perpetrato crimini gravissimi tra cui esecuzioni extragiudiziali su persone accusate di far parte o di simpatizzare per i ribelli. La Russia, nel frattempo, meno di un mese fa ha fatto sapere di essere pronta a investire 11 miliardi di dollari per progetti infrastrutturali nella Repubblica Centrafricana, una cifra enorme per un Paese relativamente piccolo che fa sperare per una nuova era di pace e sviluppo, ma accresce anche i timori per possibili forme di neocolonialismo.

Il Centrafrica è una delle crisi umanitarie peggiori al mondo ormai da otto anni. Il conflitto vero e proprio è scoppiato nel 2013 quando le milizie musulmane Seleka realizzarono un colpo di Stato che portò alla defenestrazione di Bozizé, a sua volta salito al potere a seguito di un golpe dieci anni prima. Il nuovo esecutivo, tutto a targa islamica guidato dall’autoproclamatosi presidente Michel Djotodia, scatenò l’immediata reazione delle milizie cristiane Anti-balaka e innescò una vera e propria guerra i cui strascichi arrivano fino a oggi. Nel frattempo, il numero di esuli forzati è aumentato in modo esponenziale così come il novero di centrafricani in situazione di emergenza: circa 2 milioni e mezzo – più della metà della popolazione – giacciono in uno stato di insicurezza alimentare, un terzo dei quali si trovano in condizioni di gravissima emergenza.

L’ultimo tavolo negoziale tra il governo e una quindicina di gruppi armati che ha condotto a una tregua risale al febbraio 2019. Ma la pace complessiva e il controllo totale della situazione, complici anche i nuovi scontri pre e postelettorali, non si sono mai raggiunti del tutto.

Ad aprile si è svolto in Angola un vertice della Conferenza internazionale sulla regione dei Grandi Laghi (ICGLR, International Conference on the Great Lakes Region) che ha messo al centro della discussione la situazione nella Repubblica Centrafricana. Oltre al presidente ospitante erano presenti i capi di Stato di Rwanda, Congo e, ovviamente, Centrafrica. Il summit ha dimostrato una nuova sensibilità dei vicini e dell’Unione Africana verso la questione e benedetto la recente risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’ONU che ha approvato l’aumento di 2.750 effettivi nel corpo di interposizione delle Nazioni Unite (MINUSCA, United Nations Multidimensional Integrated Stabilization Mission in the Central African Republic).

Resta da capire se le azioni combinate di esercito, MINUSCA, mercenari russi e ruandesi, porteranno davvero la pace o saranno fonti di nuove instabilità.

 

Immagine: Pattugliamento delle strade di Bangui dopo gli scontri etnici, Repubblica Centrafricana (11 marzo 2014). Crediti: sandis sveicers / Shutterstock.com

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