19 settembre 2016

Chi non vuole la Brexit

A poco più di una settimana dal voto con cui gli elettori del Regno Unito si sono espressi a favore dell’uscita dall’UE, diversi analisti hanno cercato di formulare ipotesi tanto sul futuro di un Paese che ha deciso di dire addio all’Unione in nome di un romantico ritorno al suo passato di superpotenza e della riconquista della sua sovranità; quanto dall’altra parte sulla tenuta stessa del progetto politico europeo, ora che la percezione della sua intrinseca irreversibilità è venuta meno. Nella disamina dei risultati è stata in particolare evidenziata una polarizzazione del consenso sulla base del fattore generazionale, con l’opzione ‘Leave’ a guadagnare sostenitori con l’avanzare dell’età. Tuttavia - alla luce di un’ulteriore analisi proposta da Sky Data - l’incidenza del dato demografico è stata parzialmente reinterpretata, perché se da un lato è indiscutibile che i giovani elettori si sono espressi nettamente a favore del ‘Remain’, dall’altro sembra che la partecipazione al voto degli under-24 sia stata decisamente inferiore rispetto alle altre fasce d’età. Un secondo fattore attorno a cui il referendum si è polarizzato è quello geografico: com’è infatti immediatamente emerso dalla mappatura del voto, ampia è stata l’adesione all’opzione ‘Leave’ (53,4%) in territorio inglese, e altrettanto inequivocabilmente a favore dell’uscita (52,5%) si è espresso il Galles; a fare da contraltare, con il loro massiccio sostegno alla permanenza nell’UE, la Scozia (62%) e l’Irlanda del Nord (55,8%). Ed è su questi ultimi due casi – così come sulla rilevantissima eccezione di Londra rispetto allo scenario elettorale inglese – che pare opportuno soffermarsi, anche per le potenziali ricadute dei risultati elettorali dal punto di vista politico. Il voto di Londra, capitale cosmopolita che pesa per circa il 22% del PIL dell’intero Regno Unito, non può infatti non avere risvolti a fronte di un evidente contrasto con l’opinione espressa alle urne dalla maggioranza del Paese, e mentre nei distretti di Boston e South Holland nel Lincolnshire il 75,6% e il 73,6% dei votanti chiedeva l’uscita dall’UE, nei 33 boroughs londinesi il 59,9% degli elettori sosteneva il ‘Remain’, e solo in 5 casi vinceva l’opzione del ‘Leave’. E così, accanto alle manifestazioni e ai cortei per la permanenza nell’Unione, il giornalista James O’Malley ha persino lanciato sulla piattaforma change.org una petizione per chiedere al neo-sindaco Sadiq Khan di dichiarare l’indipendenza di Londra dal Regno Unito e procedere immediatamente alla richiesta di ammissione all’Unione Europea. Pur considerata sotto molti aspetti impraticabile, al 3 luglio la proposta aveva già raccolto oltre 178.000 adesioni e addirittura qualche opinione positiva sulla sua reale fattibilità da parte di esperti e analisti finanziari, che hanno indicato nella città-Stato di Singapore un possibile modello di riferimento.     Assai problematici per la tenuta del Regno Unito sono poi gli esiti del voto in Scozia e Irlanda del Nord, dove le istanze di secessione da Londra continuano ad avere un peso politicamente importante. In campagna elettorale, lo Scottish National Party ha tenuto una posizione esplicitamente filoeuropea, e a risultati consolidati la sua leader e first minister Nicola Sturgeon ha dichiarato che sarebbe ‘democraticamente inaccettabile’ per gli scozzesi uscire dall’UE contro la loro volontà, ribadendo di essere intenzionata a negoziare con i partner europei le migliori condizioni per proteggere gli interessi della Scozia. Potrebbe questo portare a un nuovo referendum per l’indipendenza dopo quello di settembre 2014? Ipotesi tutt’altro che remota. Dall’altra parte del Canale di San Giorgio, in Irlanda del Nord, i repubblicani di Sinn Féin hanno poi già annunciato l’intenzione di chiedere un referendum per la riunificazione con l’Eire. Volgendo lo sguardo al passato, è di particolare interesse il fatto che nel referendum del 1975 sulla permanenza del Regno Unito nelle Comunità europee furono gli inglesi a esprimersi convintamente per il sì (68,7%), a fronte di un’adesione decisamente più tiepida tanto della Scozia (58,4%) quanto dell’Irlanda del Nord (52,1%). In un’interessante analisi pubblicata sull’Irish Times, Peter Moloney - visiting professor al Boston College - ha sottolineato che gli orientamenti di Edimburgo e Belfast sono cambiati nel corso di un quarantennio per una serie di fattori: innanzitutto, Scozia e Irlanda del Nord hanno tratto enorme beneficio dalle politiche regionali di sviluppo messe in campo dall’Europa, quando invece negli anni Settanta erano forti i timori che le medesime politiche approntate dal Regno Unito potessero subire un freno a seguito dell’ingresso nelle Comunità Europee. Inoltre, nel più ampio quadro del comune progetto politico europeo, Londra ha mostrato una maggiore disponibilità a garantire quelle autonomie e attuare quella devolution tanto auspicate dalla Scozia e dall’Irlanda del Nord, che hanno dunque visto nell’Europa un ‘alleato’ per le loro rivendicazioni. Infine, nella campagna referendaria, argomenti di particolare impatto per gli elettori inglesi come il contenimento dei flussi migratori o il recupero della sovranità non hanno fatto presa sui cittadini scozzesi e nordirlandesi. Ora si apre una partita complessa, quella relativa alle trattative per l’uscita del Regno Unito dall’UE: a condurle, dopo le dimissioni di David Cameron, sarà il prossimo leader conservatore e premier britannico, ma la Sturgeon ha già detto che il Parlamento scozzese potrebbe provare a bloccare il processo. Intanto, gli studiosi valutano l’effettiva praticabilità di una soluzione che tenga le due nazioni ‘anti-Brexit’ nell’UE senza che queste lascino il Regno Unito. L’esempio più citato è quello della Danimarca, che esercita la sua sovranità su due territori – le Isole Far Øer e la Groenlandia – non facenti parte dell’Unione Europea; ma una prospettiva ribaltata rispetto a quella danese in cui il ‘centro’ – l’Inghilterra – sarebbe fuori assieme al Galles mentre le altre nazionalità resterebbero dentro appare non semplice da realizzare. Per Londra è stata invece presentata la suggestiva analogia con Berlino Ovest, membro delle Comunità Europee ma formalmente non parte della Germania Occidentale, sebbene i contesti storici siano difficilmente paragonabili. Intanto, il 28 giugno al Parlamento Europeo, il discorso del deputato scozzese Alyn Smith è stato accolto da una standing ovation: dopo aver ricordato che scozzesi, nordirlandesi, londinesi e molti inglesi e gallesi hanno votato per restare nell’Unione, Smith ha sottolineato che nel corso dei negoziati saranno necessari ‘mente fredda e cuore caldo’. Infine l’appello ai colleghi europei: ‘La Scozia non vi ha delusi. Per favore, ora voi non deludete la Scozia’. Nei prossimi lunghi mesi si saprà se le istanze di chi non ha voluto la Brexit potranno essere accolte.

 


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