27 gennaio 2020

Cile, dove la proprietà dell’acqua è un tema cruciale

La Costituzione cilena del 1980, redatta e approvata sotto la dittatura militare di Augusto Pinochet, ha fornito il quadro giuridico dell’attuale sistema neoliberista estremo in vigore in Cile e ha consentito un processo di privatizzazione di alcuni servizi essenziali, tra cui l’acqua e quelli ad esso connessi. I “diritti d’uso dell’acqua”, da sempre e ovunque regolati per legge, nel 1981 in Cile erano normati dal cosiddetto Codice idrico, richiamato nel quadro della Costituzione al capitolo III, intitolato Diritti e Doveri Costituzionali, in particolare nell’art. 24, che recita: «I diritti delle persone sull’acqua, riconosciuti o costituiti in conformità con la legge, concederanno ai loro detentori la proprietà su di essa». In virtù di questa norma costituzionale è stato possibile che i diritti idrici concessi dallo Stato fino ad allora gratuitamente venissero privatizzati e le società pubbliche che gestivano servizi idrici e sanitari venissero vendute a privati. La giustificazione fornita dal suo autore, ex ministro delle Finanze del regime militare, era che bisognava creare solidi diritti di proprietà, non tanto sull’acqua quanto sul suo utilizzo, al fine di facilitare il regolare funzionamento del mercato con tutti i mezzi.

La verità è che gran parte di queste attività sono state realizzate negli anni Novanta, quando si era già in democrazia, ma senza che la voce del popolo su questo argomento venisse ascoltata, così come è successo con la privatizzazione della salute, dell’istruzione e del sistema pensionistico. A ciò si aggiunga che, nonostante le numerose riforme introdotte nella Costituzione, ogni volta che si provava a cambiare questa norma, la destra si opponeva impedendo di raggiungere i due terzi dei voti necessari per una riforma costituzionale. Non sorprende pertanto che anche nelle manifestazioni di protesta sociale esplose nell’ottobre 2019 il tema dell’acqua sia annoverato tra quelli su cui la società cilena richiede un cambiamento.

Anche in altri Paesi si è cercato di compiere un simile processo di privatizzazione dell’acqua. In Italia, nel 2011, si è svolto su questo tema un referendum abrogativo in cui, contrariamente alle attese, si è registrata un’alta partecipazione al voto, che ha superato il 58% degli aventi diritto. Il risultato è stato categorico: più del 95% degli italiani e delle italiane ha respinto la norma che consentiva la privatizzazione della gestione dei servizi idrici.

Già al tempo dell’Impero romano l’uso dell’acqua era considerato un bene pubblico ed era gratuito. Ancora oggi a Roma vi sono più di duemila fontane (nasoni) liberamente utilizzabili da cittadini e turisti. Le grandi opere di epoca romana, acquedotti e servizi fognari (Cloaca maxima), grazie all’opera di ingegneri e architetti tra cui spicca la figura di Vitruvio, costituirono gli elementi della rete di strutture per la canalizzazione delle acque bianche e nere della capitale dell’impero che, sotto l’imperatore Augusto, aveva più di un milione di abitanti.

Il Cile, da circa 10 anni, è alle prese con una grave siccità che colpisce in particolare le sue aree centrali. Una parte importante della responsabilità di questo disastro climatico è imputabile a cicli naturali, ma almeno il 30% della colpa è, secondo gli scienziati, attribuibile all’azione dell’uomo. Santiago, con oltre 7 milioni di abitanti, potrebbe essere gravemente interessata dal fenomeno per altri 2 anni. Tutto dipenderà da quanta acqua, nella prossima stagione delle piogge, che va da aprile a settembre, serbatoi, fiumi e laghi riusciranno a incamerare. Ci sono aree in cui le compagnie private impegnate in agricoltura e che vantano diritti di sfruttamento su fiumi e bacini sotterranei hanno letteralmente prosciugato le fonti di approvvigionamento, tanto che la popolazione urbana di alcune piccole città vicine deve essere rifornita da autocisterne.

I cileni e le cilene avranno l’opportunità di darsi presto una nuova Costituzione se verrà approvato come previsto il referendum del 26 aprile. Coloro che saranno eletti all’Assemblea costituente dovranno stabilire, tra l’altro, se la proprietà privata dell’acqua debba rimanere confermata anche nella nuova norma costituzionale che sta per nascere. Sarebbe già questo, il ritorno dell’acqua alle mani di cileni e cilene, ragione più che sufficiente per votare per una nuova Costituzione. Le ragioni del profitto non possono condizionare l’accesso a e l’uso di un bene pubblico di prima necessità. Il fatto che in Cile l’acqua sia privata è dovuto solo alla permeabilità dei governi democratici agli interessi dei privati; governi che hanno finito per assumere come propri i principi del neoliberismo estremo e che oggi sono responsabili del malessere sociale che scuote la società cilena.

 

Immagine: Un manifestante colpito da un getto d’acqua da un camion della polizia, Santiago, Cile (26 novembre 2019). Crediti: abriendomundo / Shutterstock.com

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0