13 maggio 2021

Cile: i percorsi della sinistra

Il 21 novembre prossimo i cileni dovranno votare al primo turno delle elezioni presidenziali.  Se non ci sarà un vincitore con il 50%+1 dei voti sarà necessario ricorrere a un ballottaggio tra le prime due forze il 19 dicembre, dal quale emergerà il futuro presidente. Sembra un tempo breve, ma in politica può essere un’eternità, specialmente nella situazione politica attuale, con un’esplosione di candidature e un calendario elettorale sovraccarico che sfugge alla razionalità, in parte a causa della pandemia e in parte per responsabilità dell’élite politica.

 

I 30 anni di democrazia e di crescita economica vissuti dal Paese sono diventati il principale punto di scontro tra il centro-sinistra e la sinistra radicale rappresentata dal Partito Comunista (PC) e dal Frente Amplio (FA), un conglomerato di più di una dozzina di partiti e movimenti. Entrambi sottolineano che durante i 24 anni di governo della sinistra non c’è stata la volontà politica di cambiare il modello economico neoliberale ereditato da Pinochet, o che i cambiamenti fatti sono stati insufficienti, o che c’è stato un accomodamento rispetto al sistema. Questi argomenti, tra gli altri, sono stati ostacolo al raggiungimento di un’unità ampia e alla scelta di una candidatura presidenziale unica della sinistra. Sarà difficile raggiungere un accordo per interpretare quel periodo storico su cui si può dire ‒ usando la saggezza orientale ‒ che è passato ancora troppo poco tempo per formulare un giudizio definitivo. Prime conseguenze di questa rottura sono state la divisione e la registrazione di sette liste di opposizione per la convenzione costituzionale che eleggerà 155 costituenti per scrivere la nuova Costituzione il 16 maggio, mentre la destra ne ha registrata solo una.

 

Il malessere sociale e l’attuale disordine ideologico sono il riflesso di quell’accumulo di frustrazioni che, come un magma silenzioso, è confluito nell’esplosione sociale del 18 ottobre 2019 o 18/O, come è noto. I partiti politici, in generale, non sono stati in grado di dare una lettura corretta di ciò che è successo e hanno invece cercato di ottenere vantaggi a breve termine che sono stati respinti dalla maggioranza dei cittadini. Ancora peggio è stato il governo del presidente Sebastián Piñera, che tutt’ora non sembra capire le ragioni dell’esplosione sociale che ha scosso la società cilena. Allo stesso modo, il centro-sinistra non comprende la disaffezione del popolo verso i suoi partiti e i suoi dirigenti, né l’emergere della candidatura di una deputata che, secondo gli ultimi sondaggi, travolge la sinistra e la destra.

 

I cambiamenti culturali sono difficili da leggere e ancora più difficili da interpretare correttamente. Richiedono, come il vino, di sedimentare nel tempo. Gran parte della superiorità dimostrata dai rappresentanti della dittatura civile-militare che governava il Cile si rifletteva nell’arrogante idea di voler differenziare il modello economico del Paese da quello dei Paesi vicini e sintetizzata nella frase “il Cile dice addio all’America Latina”, che fu consciamente o inconsciamente fatta propria da molti politici. Fino a poco tempo fa, la stabilità politica ed economica del nostro Paese era un motivo di orgoglio. Ricordiamo che appena 10 giorni prima del 18/O, il presidente Piñera ha detto che il Cile era un’oasi nella regione. Oggi le cose sembrano un po’ diverse e stiamo diventando sempre più simili ai nostri vicini su diverse questioni, compreso il numero di candidati presidenziali. Il Perù ne ha avuti 18 nelle ultime elezioni, l’Ecuador più di 20 e il Cile, finora, 16. È vero che abbiamo contato le elezioni primarie obbligatorie che contribuiranno a ridurre il numero di concorrenti, ma la dispersione dei candidati è un riflesso del cambiamento del sistema elettorale, da un lato, e dall’altro, anche della mentalità di una società in cui il cambio generazionale ha coinciso con l’empowerment generale della cittadinanza prodotto della crescita economica e con l’espansione delle libertà che hanno democratizzato la vita. Sono stati introdotti profondi cambiamenti nei valori tradizionali, nell’autostima, nei modelli di consumo, che apparentemente chi ci ha governato e i partiti politici non hanno saputo interpretare bene.

 

Il centro-sinistra e la sinistra si presentano oggi con dieci candidati alle primarie presidenziali, ed è molto probabile che arrivino divise in uno scenario imprevedibile per quanto riguarda la partecipazione al voto, sia a causa della pandemia che per il disincanto. Con un governo abbandonato dai suoi parlamentari, con percentuali di sostegno popolare al presidente Piñera ad una sola cifra, con una perdita totale di prestigio all’interno e nessuna credibilità all’estero, è paradossale che questi candidati si vedano come possibili vincitori. Si può ancora evitare che il giorno dopo ci siano rimpianti e recriminazioni per non aver raggiunto un’intesa sulla base di un programma minimo che rispetti i valori centrali di libertà e democrazia e che raccolga le principali richieste dei cittadini espresse durante la protesta sociale del 18/O. La sinistra democratica e i suoi valori sono incentrati sulla giustizia sociale, il che significa costruzione di uno Stato che garantisca i diritti fondamentali dell’educazione, della salute, della casa, delle pensioni, degli alloggi e il rispetto illimitato dei diritti umani, tra le altre cose.

 

Tre sono le componenti che non riescono a raggiungere un accordo. Da un lato, la sinistra intransigente, guidata dal PC cileno, con una lunga tradizione nella storia democratica, che non era disposta ad aderire agli accordi di maggioranza per il plebiscito per una nuova Costituzione. Il suo candidato è sindaco di un quartiere popolare di Santiago, Daniel Jadue, che è molto ben posizionato nei sondaggi, ma con poche possibilità di vincere in un eventuale ballottaggio. Vi è poi la FA, nata dall’università nel 2010. I suoi leader e militanti sono per lo più giovani che non hanno vissuto la dittatura civile-militare o erano allora bambini. Danno per scontata la democrazia e il livello di sviluppo raggiunto, essendo severi critici dei governi guidati dagli ex presidenti Frei, Lagos e Bachelet. Il loro candidato, Gabriel Boric, ha 35 anni e deve ancora raccogliere le firme per registrare la sua candidatura. Il terzo gruppo del centro-sinistra è formato dall’alleanza tra democristiani e socialdemocratici, partiti tradizionali che hanno governato la maggior parte degli ultimi 30 anni. Un settore staccato dalla FA si è unito a un candidato, per un totale di cinque candidati del centro-sinistra. Dobbiamo includere un candidato insolito nella scena politica cilena e che oggi guida i sondaggi, la deputata del Partito Umanista, Pamela Jiles, una giornalista di 60 anni conosciuta come “la nonna”, che oggi dichiara di non essere né di destra né di sinistra. È stata membro del PC per molti anni e ha fatto carriera nei programmi di intrattenimento televisivi.  Riunisce le principali caratteristiche con cui si identifica il populismo. Se non c’è intesa, arriveremo quindi al primo turno presidenziale con tre candidati del centro-sinistra e della sinistra, più un populista e qualche altro candidato marginale. La destra probabilmente presenterà due candidati, compreso uno dell’estrema destra.

 

Raggiungere un accordo con il PC oggi sembra difficile, ma questo alla fine si è sempre dimostrato un partito pragmatico. Hanno fatto parte del secondo governo dell’ex presidente Michelle Bachelet, ma hanno voluto differenziarsi e stabilire l’agenda unendosi alla forte critica dei 24 anni di governi di centro-sinistra che oggi accusano di “socialdemocrazia neoliberista”. È difficile trovare un PC simile a quello cileno nel mondo, ma ce n’è uno tra i Paesi dell’Unione Europea: il Partito Comunista del Portogallo (PCP). Entrambi sono reliquie di un tempo e di un mondo ormai lontani. Partiti con una lunga storia, fondati rispettivamente nel 1912 e nel 1921, con duri periodi di clandestinità, hanno proscritto, perseguitato e assassinato i loro militanti. Entrambi continuano a dichiararsi marxisti-leninisti, sono stati fedeli seguaci dell’Unione Sovietica fino all’ultimo giorno e non hanno mai fatto alcuna autocritica rispetto al socialismo reale, né sugli orrori commessi. Rifiutano anche qualsiasi critica alle poche dittature ideologiche rimaste. In termini elettorali, i comunisti cileni hanno ottenuto il 4,5% dei voti nel 2017 e i portoghesi il 6,3% nel 2019.

 

Solo la volontà e la responsabilità politica dei dirigenti dei partiti può salvare la sinistra dalla sconfitta di fronte a una destra che ha dimostrato brama di potere e riluttanza verso un vero cambiamento nel Paese. Sedersi per negoziare e formare un programma minimo sulle questioni in cui c’è già una vicinanza che soddisfa tutti può essere una via da seguire. Per fare questo, la prima cosa dovrebbe essere rinunciare all’uso di un linguaggio offensivo e squalificante. In secondo luogo, non cercare di arrivare a una visione comune sugli ultimi 30 anni perché non sarà possibile. In terzo luogo, fare uno sforzo pragmatico per agire congiuntamente sulle principali questioni da affrontare nella convenzione costituzionale. In quarto luogo, fare uno sforzo realistico per negoziare le candidature di deputati e senatori al fine di garantire maggioranze reali e impegnate in parlamento. I milioni di persone che hanno votato il plebiscito chiedendo una nuova costituzione vogliono anche un nuovo Paese e un nuovo modo di fare politica.

 

Immagine: Piazza del Palazzo presidenziale del Cile, Santiago, Cile (25 giugno 2018). Crediti: Karina._.photoArt / Shutterstock.com

 


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