10 settembre 2018

Cina e Taiwan, una lunga battaglia diplomatica

Senza la riunificazione con Taiwan il ‘risorgimento della nazione cinese’ (Zhongguo fuxing) non potrà dirsi compiuto e il ‘sogno cinese’ (Zhongguo meng) sarà solo parzialmente realizzato. La piena unificazione con Taiwan – che i comunisti cinesi considerano da sempre come la ventitreesima provincia ‘ribelle’ (fanpan xing) – rientra, infatti, nei compiti da assolvere per completare il rinnovamento della nazione e ritornare alle glorie dell’epoca imperiale.

Sin dall’epoca imperiale, infatti, Taiwan ha avuto un ruolo strategico per il governo centrale e la sua riunificazione con Pechino avrebbe un forte impatto sull’identità nazionale cinese, in quanto contribuirebbe a sanare le ferite inflitte dal Giappone e dalle potenze imperialiste occidentali durante il famigerato ‘secolo di vergogna e umiliazione’ (bainian chiru). Per di più, si tradurrebbe in un grande successo per il Partito comunista cinese, al quale le forze nazionaliste guidate dal Guomindang di Chiang Kai-shek hanno impedito nel 1949 di prendere possesso dell’isola, facendone il proprio rifugio e poi sede della Repubblica di Cina (ROC). Una situazione che l’avvio della guerra fredda e lo scoppio della guerra di Corea (1950-53), in particolare, hanno contribuito ad internazionalizzare, impedendo alla Cina maoista di mettere in pratica i piani di invasione dell’isola e di procedere all’unificazione del Paese. La comunità internazionale ha riconosciuto la ROC quale legale rappresentante di tutta la Cina fino al 1971, quando, anche a seguito del processo di distensione tra Pechino e Washington, la Repubblica popolare cinese (RPC) venne ammessa all’ONU, in sostituzione della ROC, con la Risoluzione 2758 del 25 ottobre.

Ma Pechino non ha mai rinunciato all’idea di riannettere Taiwan per riunificare il territorio cinese e ha fatto del principio di ‘un’unica Cina’ (yige Zhongguo yuanze) la condicio sine qua non per intrattenere rapporti con il resto del mondo. Il principio prevede che tutti i cinesi che vivono da un lato e dall’altro dello Stretto di Formosa appartengono ad un’unica Cina e che ‘Taiwan è parte della Cina’. Si tratta di un principio non negoziabile, che non ammette deroghe, e che anche il governo di Taipei ha sostanzialmente accettato, nell’ambito del cosiddetto Consenso del 1992, salvo poi rimetterlo in discussione di quando in quando. Dal canto suo Pechino non ha esitato ad optare per la linea dura, in sua difesa. È il caso, per esempio, della Legge antisecessione (fan fenlie guojia fa), promulgata dall’Assemblea nazionale del popolo (il Parlamento cinese) nel marzo 2005, che rende automatica una risposta armata di Pechino nel caso in cui Taiwan dovesse dichiarare l’indipendenza, e che si era resa necessaria, agli occhi del governo comunista, per arginare le spinte indipendentiste presenti nell’isola e che l’amministrazione democratico-progressista guidata da Chen Shui-bian (2000-08) aveva contribuito ad incoraggiare.

Ciò detto, uno degli strumenti privilegiati di cui si è servito il governo di Pechino per cercare di risolvere la questione taiwanese, a partire dagli anni Novanta, e ancora più nei decenni successivi, è stato quello di indebolirne la politica estera, ingaggiando una ‘battaglia diplomatica’ combattuta a suon di dollari. In questa battaglia il 2018 è destinato a rimanere un anno cruciale. Il 21 agosto, infatti, è stato siglato il riconoscimento diplomatico tra la RPC e la Repubblica di El Salvador e la contemporanea rottura dei rapporti tra San Salvador e Taipei. Una rottura tanto più importante in quanto rappresenta l’ennesima per Taiwan, nell’arco di poco tempo: la terza nel giro di due mesi – dopo quella del Burkina Faso e della Repubblica Domenicana, nel mese di maggio – e la quinta dell’ultimo anno e mezzo – dopo quella di Panama, nel giugno 2017, e quella di São Tomé e Príncipe, nel dicembre 2016. Sempre nel 2016, a riconoscere il governo di Pechino era stato anche il Gambia, che aveva interrotto i rapporti con Taiwan tre anni prima. E così Taiwan si ritrova oggigiorno ad essere riconosciuta da soli diciassette Stati, tra i più poveri e meno sviluppati, oltre che meno influenti sul piano geopolitico, con l’unica eccezione rappresentata dalla Santa Sede, con la quale peraltro sono in corso trattative (più o meno ufficiali) per la risoluzione della questione legata alla nomina dei vescovi, che potrebbe costituire una base di partenza per un riconoscimento diplomatico, in un futuro non lontano.

Si tratta di una vera e propria débâcle per il Partito democratico progressista al potere e per la presidentessa taiwanese Tsai Ing-wen – che era stata oggetto di critiche feroci da parte di Pechino per aver telefonato al neoeletto presidente Trump per congratularsi della sua vittoria, in assoluto il primo contatto ai massimi livelli fra Washington e Taipei dal 1979, quando Jimmy Carter riconobbe Taiwan come parte di ‘una sola Cina’ – soprattutto se si pensa alla tenuta della cosiddetta ‘tregua diplomatica’ (waijiao xiuzhan), proposta dalla precedente amministrazione nazionalista guidata da Ma Ying-jeou (2008-16) e accettata da Pechino, che aveva visto le due sponde dello Stretto collaborare nel bloccare la corsa al riconoscimento internazionale dei rispettivi governi e incrementare notevolmente gli scambi tra le due parti.

Questo trend, se da un lato denota un evidente riconoscimento della rinnovata centralità acquisita dalla Cina sulla scena internazionale, che offre innegabili opportunità di crescita e sviluppo ai Paesi che riconoscono e accettano il principio di ‘un’unica Cina’, dall’altro rappresenta una deriva pericolosa capace di minare la sopravvivenza politica della ROC.

A detta di alcuni osservatori l’obiettivo di Xi Jinping andrebbe proprio in questo senso, ovvero conquistare uno dopo l’altro gli alleati di Taiwan, portandoli dalla propria parte, privando l’isola di alleati strategici e restringendo sempre più i suoi margini di manovra in campo internazionale. Per il suo raggiungimento la RPC non bada a spese, mettendo in campo tutti gli strumenti tipici della diplomazia economica di cui essa dispone. Per molti Paesi si tratta di una questione di sopravvivenza e nel riconoscimento di Pechino si intravvedono grandi opportunità di crescita e sviluppo. Al contempo sono sempre più chiari gli svantaggi per i Paesi rimasti fedeli a Taipei. Si può citare a titolo d’esempio il caso della piccola Repubblica di Palau, che si è vista tagliare il flusso turistico cinese (e con esso una fonte notevole di reddito), dopo lo stop imposto da Pechino agli operatori turistici, per via dei rapporti del governo palauano con Taiwan; ma può essere interessante ricordare come tra i pochi casi in cui Pechino ha fatto uso del proprio diritto di veto in seno al Consiglio di sicurezza dell’ONU (9 volte dal 1971 ad oggi), due hanno riguardato il blocco di missioni di pace in Paesi che riconoscevano Taiwan (il Guatemala, nel 1997, e la Macedonia, nel 1999).

Certamente la partita per Pechino non è semplice. Sebbene il governo cinese insista nel considerare la questione taiwanese come una faccenda interna, che come tale deve essere risolta – è noto che la formula ‘un Paese due sistemi’ (yiguo liangzhi), applicata per il recupero di Hong Kong e Macao, era stata originariamente pensata per Taiwan – tuttavia non può permettersi di trascurare la sua dimensione internazionale, essendo la ROC un’alleata importante degli Stati Uniti, i quali per quanto non la riconoscano ufficialmente, la sostengono di fatto militarmente. Non a caso uno dei punti di costante frizione nei rapporti tra Pechino e Washington, all’indomani dell’allacciamento di relazioni diplomatiche ufficiali, è relativo alla vendita di armi statunitensi al governo taiwanese. In tal senso Pechino studia bene le proprie mosse, e persiste nell’abile lavorio volto a far capitolare l’isola, continuando nella strategia di indebolimento della sua politica estera e in generale del suo isolamento sulla scena internazionale, anche all’interno di quelle organizzazioni che ne avevano accolto la partecipazione come stato osservatore, o sotto altri nomi. Negli ultimi due anni la Cina è riuscita ad ottenere dall’Organizzazione mondiale della sanità l’esclusione di Taiwan come membro osservatore sia dai principali meeting tecnici sia dall’assemblea generale (un ruolo che deteneva dal 2009); nel luglio scorso, il Comitato olimpico d’Asia, al quale Taiwan partecipa sotto il nome di Taipei Cina, ha annullato i Giochi olimpici giovanili d’Asia, previsti a Taiwan nel 2019. Non meno importante è la recente decisione di alcune compagnie aeree internazionali di cancellare la destinazione ‘Taiwan’, per compiacere alle richieste del governo della Cina popolare, e di quello che rappresenta innegabilmente il principale mercato turistico di tutti i tempi.

 

Crediti immagine: da NASA [Public domain], attraverso Wikimedia Commons


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