9 ottobre 2020

Cina e Vaticano a due anni dall’accordo sulla nomina dei vescovi. Intervista a Francesco Sisci

 

Intervista a Francesco Sisci, docente della Renmin University di Pechino

Lo scorso 22 settembre sono trascorsi due anni dalla firma dell’accordo provvisorio sino-vaticano sulle nomine episcopali. Da allora il dialogo tra il governo cinese e la Santa Sede ha portato al riconoscimento congiunto di nove vescovi, mentre le relazioni bilaterali hanno intrapreso un processo di normalizzazione culminato lo scorso febbraio nell’incontro tra il ministro degli Esteri cinese Wang Yi e monsignor Paul Richard Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati della Santa Sede, in occasione della Conferenza sulla sicurezza di Monaco 2020. Non sono stati due anni facili. I dettagli dell’intesa sono tutt’oggi ignoti. L’agenzia vaticana AsiaNews ha ripetutamente denunciato minacce, pressioni e persecuzioni contro il clero che si è rifiutato di aderire all’Associazione patriottica cattolica cinese, la “Chiesa ufficiale” fondata dal governo cinese nel 1957 in contrapposizione alla “Chiesa sotterranea”, rimasta segretamente fedele al papa fino al raggiungimento dell’intesa sino-vaticana. Nonostante le criticità ancora irrisolte, secondo il cardinale Pietro Parolin, ci sono «buone possibilità» che l’accordo venga confermato: «la nostra intenzione è che sia prolungato ad experimentum come si è fatto in questi due anni, in modo da verificarne ulteriormente l’utilità per la Chiesa in Cina». Comunità religiosa a parte, le future mosse della Santa Sede avranno verosimilmente conseguenze anche per le relazioni con gli Stati Uniti e Taiwan, l’isola “ribelle” che ‒ nonostante il pressing di Pechino ‒ annovera il Vaticano tra quegli ultimi quindici Paesi con cui intrattiene ancora rapporti ufficiali. Secondo l’amministrazione Trump, un rinnovo dell’accordo comprometterebbe «l’autorità morale» della Chiesa. Abbiamo chiesto a Francesco Sisci, docente della Renmin University di Pechino, di fare il punto della situazione.

 

Dottor Sisci, proviamo a tracciare un bilancio di questi primi due anni di accordo. C’è chi continua a ritenerlo un accordo profondamente iniquo. Le pressioni sulla comunità cattolica non accennano a diminuire…

Innanzitutto bisogna intenderci su quali erano gli obiettivi di questo accordo. Almeno dalle dichiarazioni pubbliche, c’era quello di cercare di ottenere un ruolo del papa nella nomina dei vescovi e riunire di più la Chiesa. Su questi due punti ci sono stati passi avanti: sette vescovi scomunicati sono stati riconosciuti dal pontefice e ne sono stati nominati altri due [con l’approvazione del governo cinese]. I passi avanti non sono stati fenomenali, ma ci sono stati. Non ci scordiamo che gli ultimi otto mesi sono stati segnati dal Covid, e anche questo penso abbia influito, complicando i colloqui. Quindi non sono passati due anni pieni. Naturalmente ci sono altre questioni, come il problema della persecuzione della Chiesa, che però non fanno parte dell’accordo. Quando pensiamo alle persecuzioni ci vengono in mente quelle di Diocleziano e Nerone, in cui un gruppo religioso specifico veniva isolato e oppresso mentre il resto della popolazione non lo era. In Cina tutto sommato non abbiamo una situazione in cui i cristiani sono trattati peggio degli altri cittadini cinesi. Lì abbiamo ‒ purtroppo ‒ un regime autoritario che impone restrizioni forti a tutta la popolazione. Si tratta di un regime iniquo, ma non in maniera specifica nei confronti cristiani. Anzi, i cristiani cattolici sono trattati oggettivamente meglio di altri gruppi spirituali, come il Falun Gong, che è messo al bando. Il cristianesimo non è vietato [è tra le cinque religioni riconosciute dalla Costituzione cinese]. C’è piuttosto un problema generale: quello dell’autoritarismo della Cina, che però, che io sappia, non è trattato nell’accordo. Sicuramente è un problema che non può essere trascurato dalla Santa Sede, ma è una questione che va al di là dall’intesa sulle nomine vescovili.

 

Tra i meriti dell’accordo, lei ha citato una maggiore unione della Chiesa cinese. Eppure, secondo diverse fonti, si starebbe creando una sorta di scisma all’interno della comunità cattolica. Diverse voci contrarie hanno denunciato le pressioni crescenti delle autorità cinesi

Ritengo che le voci relative allo scisma siano una falsità. Per la prima volta in 70 anni tutti i vescovi cinesi sono in accordo con Roma. Le proteste contro l’accordo vengono da alcuni ambienti esterni alla Cina. Lasciamo parlare i vescovi cinesi. Qualcuno potrebbe obiettare sostenendo che i vescovi cinesi sono favorevoli perché hanno paura. Ci sono però vescovi non riconosciuti dal governo che hanno vissuto in clandestinità per tutta la loro vita. Perché dovrebbero aver paura oggi se non ne avevano venti, trenta, quaranta o cinquant’anni fa, quando oggettivamente la situazione era peggiore? Penso che così si rischia di creare confusione. Questo non vuol dire che la situazione sia rose e fiori. Non lo è affatto. Ma, ripeto, è a causa di un problema generale legato al sistema politico cinese; un problema che certamente va affrontato. Come? In tanti modi, ma non credo che intraprendere una crociata contro la Cina sia quello più giusto.

 

Quando si riferisce ad elementi esterni contrari allude anche alla Chiesa di Hong Kong?

La Chiesa di Hong Kong è divisa, non è tutta contro Pechino. Ci sono alcuni elementi in disaccordo [il cardinale Zen è uno dei principali oppositori], ma il cardinale Tong [amministratore apostolico della diocesi dal 5 gennaio 2019], si è sempre espresso a favore del dialogo e, che io sappia, ha la maggioranza della Chiesa di Hong Kong dietro di sé. Non tutta chiaramente. Però è singolare che a Hong Kong la Chiesa sia divisa sul rapporto con Pechino, mentre dentro la Cina continentale tutti i vescovi sono a favore.

 

Che ruolo ha o ha avuto la Chiesa di Hong Kong nei negoziati tra la Chiesa cinese e il Vaticano?

In passato, quando la Chiesa cinese operava in clandestinità, Hong Kong fungeva un po’ da ponte. Più o meno fino a dieci-quindici anni fa, i cattolici cinesi parlavano con Hong Kong che poi riferiva a Roma. Negli ultimi anni, gradualmente ma sempre di più, con l’istituzione di rapporti diretti, la Chiesa cinese ha cominciato a dialogare direttamente con Roma senza passare per Hong Kong. È logico che sia così.

 

L’accordo viene definito storico dal momento che Pechino ha deciso di riconoscere l’autorità del papa. Che lei sappia, all’interno della leadership cinese c’è stata coesione nel fare un passo così simbolicamente importante?

Non so come sia avvenuto il dibattito in Cina. Però il passo è stato fatto, e se è stato fatto vuol dire che è stato raggiunto un consenso.

 

Tornando alla natura dell’accordo, si è soliti dire che il Vaticano ha perseguito il dialogo con obiettivi pastorali, mentre per Pechino la firma presuppone implicazioni politiche e diplomatiche. Secondo lei, alla luce dell’incontro storico tra i rispettivi rappresentanti per gli Affari esteri Wang Yi e Mons. Gallagher, c’è la possibilità che il Vaticano in futuro decida realmente di istituire rapporti ufficiali con Pechino a discapito di Taiwan?

Non necessariamente ogni passo che il Vaticano intraprenderà nei confronti di Taiwan sarà negativo. Innanzitutto, a Taiwan non c’è una rappresentanza diplomatica della Santa Sede. Il problema in passato non era Taiwan; era che la Cina non voleva acconsentire ad avere dei rapporti con la Santa Sede, non che il Vaticano non era disposto a tagliare le sue relazioni diplomatiche con Taipei. Ovviamente, la rottura dei rapporti tra il Vaticano e Taiwan aggraverebbe una situazione già estremamente delicata. Oggi il governo taiwanese ha relazioni militari più strette con Stati Uniti e Giappone. Ci sono continuamente sortite aeree cinesi. Quindi penso che al momento non ci sia urgenza per nessuna delle due parti di cambiare i termini del rapporto.

 

Rimanendo sul piano internazionale, pensa che in questa fase storica, in cui la Cina è sotto accusa da più parti, il fatto di aver normalizzato le relazioni con il Vaticano abbia giovato al governo cinese in termini di credibilità? Come dicevamo, si tratta di un passo importante perché implica il riconoscimento dell’autorità papale

Questo è un punto molto delicato. Secondo alcune delle critiche, l’accordo dà un beneficio iniquo alla Cina, perché le conferisce in un certo senso la luce, la benedizione della Chiesa, che evidentemente è un requisito estremamente importante in Occidente. Allo stesso tempo i cinesi, che non capiscono bene il ruolo della Chiesa nel mondo occidentale, finora hanno incontrato difficoltà nel valutare gli elementi positivi di questo accordo. Quale vantaggio ne hanno tratto? Sono incerti perché molti pensano che la Cina non ne abbia ottenuto nessuno. Al momento della firma speravano in un vantaggio più diretto, in un ruolo più attivo della Santa Sede nel dibattito con l’Occidente e soprattutto con gli Stati Uniti. Il ruolo del Vaticano nella politica, storicamente, è sempre stato delicato, difficile da giudicare. E lo è tanto più per un governo che tradizionalmente non ha dimestichezza con la Chiesa. Se l’accordo è argomento di dibattito e fonte di critiche all’interno della Chiesa e del mondo Occidentale, così credo che lo sia anche in Cina. Certamente i cinesi vogliono andare avanti, capiscono che ci sono stati dei benefici. Ma quali essi siano è difficile da calcolare. Mentre noi possiamo valutare con più precisione quali sono i vantaggi per la Chiesa ‒ con il coinvolgimento del papa nelle nomine vescovili ‒ i vantaggi per Pechino sono molto più eterei.

 

Abbiamo parlato dei vantaggi per la Chiesa. Non pensa che l’aver avviato negoziati con un governo autoritario possa aver in qualche modo compromesso la popolarità di Bergoglio? Per non parlare del silenzio sulla questione di Hong Kong e delle violazioni dei diritti umani nei confronti delle minoranze islamiche dello Xinjiang

Quello che ha fatto questo papa, come tutti gli altri, non è semplicemente scomunicare il peccatore di turno, ma è cercare di trovare delle posizioni costruttive. Quando è andato in Birmania ha parlato privatamente della situazione della minoranza musulmana dei Rohingya. Non ne ha fatto una questione pubblica. In Venezuela ha cercato di trovare un dialogo tra Maduro e Guaidó. È sempre stato propositivo, alla ricerca di vie d’uscita. In questo caso penso ci sia una grande difficoltà nel trovare una soluzione costruttiva che vada oltre la condanna. Quello che so è che la Chiesa, sia nella persona del papa sia nella persona di Tong, si è spesa molto per cercare di trovare delle soluzioni più positive a Hong Kong. E questo sforzo, in certi casi, è più utile che avvenga dietro le quinte. Dichiarazioni di giustizia autoreferenziali temo servano solo a farsi belli.

 

Passiamo ai burrascosi rapporti tra il Vaticano e Washington. In un articolo scritto alla viglia della visita di Pompeo in Italia, lei sostiene che le recenti opposizioni americane al rinnovo dell’accordo sanciscono la fine della “luna di miele” tra Washington e Vaticano ma non la rottura di un “matrimonio” che dura dalla fine della seconda guerra mondiale. L’esito delle presidenziali pensa potrebbe innescare un riposizionamento della Santa Sede nei confronti della Cina? Che conseguenze potrebbe avere l’arrivo di un Biden più intransigente sul piano dei diritti umani?

Ancora una volta, la questione dei diritti umani non rientra nell’accordo. Le risulta che il Vaticano abbia chiesto l’approvazione di Washington prima di firmare l’accordo? Certamente ne avrà discusso, certamente avrà informato sull’esito, ma non ha certo chiesto il permesso. Non credo che in questo senso un eventuale cambio di presidente modificherebbe molto la situazione. È invece importante capire cosa potrebbe succedere se l’America ‒ sotto Trump o Biden ‒ dovesse cambiare le sue politiche verso la Cina, in un senso o in un altro. A quel punto, naturalmente, il Vaticano non potrebbe ignorare la nuova posizione americana.

 

Immagine: Messa di Natale nella chiesa della Natività di Nostra Signora, Macao, Cina (24 dicembre 2019). Crediti:  Kit Leong / Shutterstock.com

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