25 febbraio 2021

La Cina un anno dopo

Il 23 gennaio 2020 è una data spartiacque nella storia della pandemia in Cina. Se prima di quel giorno la gestione dell’emergenza sanitaria presenta diversi punti di opacità, nei giorni successivi si registra un cambio di rotta evidente. È nelle ore che frammezzano quella giornata e la successiva che inizia, sotto i riflettori del mondo intero, la più grande quarantena nella storia dell’umanità: 60 milioni le persone coinvolte, all’interno del perimetro della provincia di Hubei e del suo capoluogo Wuhan.

In quei giorni, le cose cambiano piuttosto in fretta. Dai telegiornali si apprendono quotidianamente i dati aggiornati sul numero dei casi di contagio e dei decessi. Le cifre di volta in volta annunciate continuano a superare quelle delle 24 ore precedenti. Ma nonostante il periodo di profonda incertezza, al pubblico arrivano messaggi chiari. L’importanza della mascherina è indubbia: in TV tutti ne indossano una, in qualsiasi contesto, anche quando davanti alle telecamere parla una singola persona. Viene anche fissata una soglia per la temperatura corporea: se superiore ai 37,3 gradi, bisogna recarsi immediatamente in ospedale.

Succede anche a me. È il 27 gennaio 2020. L’asticella di mercurio del termometro raggiunge i 37,6 gradi: 3 tacche al di sopra dei fatidici 37,3. Sebbene l’epidemia sia ancora agli inizi, in ospedale sono già stati predisposti protocolli anti-Covid (io vengo sottoposto ad analisi del sangue, tampone nel naso e TAC), e i medici sanno esattamente come gestire persone nella mia condizione. Mi rincuora non poco il risultato delle mie analisi: dispepsia, accompagnata da quello che i cinesi sono soliti chiamare shanghuo, un eccesso di calore interno. Tanta acqua calda avrebbe risolto i miei malanni. Ma ho anche modo di imbattermi in uno dei grossi problemi cui si trova a far fronte la Cina in quella fase: un cartello scritto a mano affisso sulla porta di una farmacia accanto all’ospedale avvisa i passanti che sono terminate, tra le altre cose, le mascherine, l’alcol e i disinfettanti. Mi rendo poi subito conto che a esserne sprovvisto non è solo quell’esercente.

Da allora parte una mobilitazione che coinvolge l’intero Paese in una “guerra del popolo” ingaggiata contro il nemico invisibile chiamato nuovo Coronavirus. Un ruolo cruciale è svolto dalle shequ, le comunità di quartiere mediante le quali viene assicurato un controllo capillare del territorio. Data la loro prossimità alle famiglie e agli individui che abitano nelle aree di loro competenza, queste strutture permettono, tra le altre cose, di registrare e mappare la situazione sanitaria dei residenti dei vari quartieri e di tracciarne gli spostamenti (con telefonate, ad esempio, tese ad accertare i movimenti fuori città nel periodo della Festa di Primavera). Ma espletano anche tutta una serie di funzioni organizzativo-gestionali, che vanno dal rilascio di lasciapassare per accedere ai complessi residenziali all’organizzazione di screening di massa con tamponi orofaringei. Elemento distintivo della gestione pandemica da parte delle autorità cinesi, in una fase però successiva, è proprio il ricorso a test di massa volti a circoscrivere tempestivamente i nuovi focolai, anche se in presenza di numeri assai esegui di nuovi soggetti risultati positivi al Covid.

Sono solo alcune delle misure che hanno permesso alla Cina di contenere efficacemente la diffusione del virus e di far incassare al governo cinese una vittoria nella lotta alla pandemia. Va tuttavia rilevato che, sotto il profilo politico, l’analisi qui si biforca su due livelli. Se sul piano interno la gestione della pandemia ha sicuramente permesso al governo cinese di riaffermare la superiorità del suo sistema, a livello esterno, complici vari fattori, la percezione della Cina in diversi Paesi del campo occidentale ha visto un peggioramento, come evidenziato anche da una indagine effettuata l’anno scorso dal Pew Research Center in 14 tra le maggiori economie avanzate del mondo.

Sotto il profilo economico, invece, il rapido assorbimento delle ricadute della pandemia ha consentito a Pechino di rimettere in moto la locomotiva cinese in tempi piuttosto rapidi. Basti pensare che, se nel primo trimestre dell’anno scorso il PIL cinese si è contratto del 6,8% su base annua, a chiusura del 2020 il Paese si è rivelato l’unica grande economia del mondo a registrare una crescita positiva, mettendo a segno un +2,3% (il dato peggiore dal 1976). Inoltre, secondo le ultime stime del Fondo monetario internazionale, nel 2021 l’economia cinese dovrebbe crescere dell’8,1%. Non è tutto: il Centre for Economics and Business Research prevede che la Cina supererà gli Stati Uniti, diventando la prima economia nel mondo, entro il 2028, con cinque anni di anticipo, dunque, rispetto a quanto stimato inizialmente. La causa risiederebbe proprio nella pandemia di Covid-19.

 

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Immagine: Persone che indossano le mascherine all’inizio dell’epidemia di Coronavirus, Chengdu, Cina (23 gennaio 2020). Crediti: IHOR SULYATYTSKYY / Shutterstock.com

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