21 giugno 2018

Colombia, Iván Duque nuovo presidente

Iván Duque, candidato del centrodestra, è il nuovo presidente della Colombia. Considerato vicino ad Álvaro Uribe, presidente dal 2002 al 2010, Duque ha ottenuto nel ballottaggio del 17 giugno 10.282.849 voti, che corrispondono a circa il 54% dei partecipanti alla contesa elettorale; il suo avversario Gustavo Petro, candidato del centrosinistra con il movimento Colombia Humana, con 7.971.459 voti, si è attestato al 42% circa.

Iván Duque era favorito avendo ottenuto nel primo turno del 27 maggio il 39,14% dei voti contro il 25,08% di Gustavo Petro. Del resto, sia pure attraverso contrasti interni e rivalità personali, il predominio elettorale di conservatori e liberali è solido in Colombia da molti anni e la sinistra può considerare quello del 17 giugno un buon risultato: Petro ha avuto la maggioranza nella capitale e nelle grandi città, mentre Duque ha vinto nelle zone rurali.  

Nondimeno, l’elezione di Duque rappresenterà probabilmente una sterzata a destra del quadro politico in Colombia, in un Paese fortemente diviso, come si è visto anche dai risultati estremamente frammentari nelle elezioni parlamentari del marzo 2018. Iván Duque è il più giovane presidente della storia della Colombia; avvocato, imprenditore e senatore nella passata legislatura, ha caratterizzato la sua campagna elettorale con l’opposizione ai termini dell’accordo di pace con le FARC (ex Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia, ora diventate un partito, con un nuovo nome e lo stesso acronimo: Forza Alternativa Rivoluzione Comune).

Nel novembre 2016 il governo della Colombia e le FARC avevano concluso a Cuba un nuovo accordo di pace che recepiva alcune indicazioni scaturite dal referendum che aveva bocciato gli accordi stipulati tra gli ex guerriglieri e il governo. I termini della rinnovata intesa sono stati approvati dal Parlamento, ma l’ex presidente Álvaro Uribe, una parte dei conservatori e della società civile hanno continuato ad opporsi. Nelle elezioni per il rinnovo del Parlamento gli schieramenti avversi al modo in cui sono state concluse le trattative sono stati premiati dagli elettori.

Duque ha cavalcato queste insoddisfazioni e ne ha fatto un momento centrale della sua campagna elettorale. L’inserimento di migliaia di militanti delle FARC nella società non può essere indolore, per i costi economici, per i rancori e le molte ferite aperte, da una parte e dall’altra. Il lungo conflitto fra le FARC da un lato e le forze governative e le milizie antiguerriglia dall’altro è stato caratterizzato, nei lunghi decenni di scontro civile, da abusi, violenze, complicità con il narcotraffico; l’eredità di questo scontro durato più di cinquant’anni è pesante e ricucire senza rimuovere è complesso. Circa la metà della popolazione pensa che affrontare questi passaggi difficili sia un prezzo necessario per consolidare la pace, un bene incommensurabile; ma c’è un’altra Colombia che non ci sta e non accetta di superare in questo modo le ferite del passato.

Adesso Duque vuole modificare i termini dell’accordo, ma rischia di minare equilibri fragili. Inoltre, nonostante una buona crescita economica, la Colombia è un Paese attraversato da diseguaglianze profonde e dalla piaga del narcotraffico. La riconversione delle colture di coca e la bonifica dalle mine antiuomo disseminate ovunque durante la guerra civile sono due sfide difficili che il nuovo corso politico dovrà affrontare. La pace è un traguardo importante, ma il suolo e la memoria collettiva sono infestati da esplosive tracce del passato.

 

Crediti immagine: da Inter-American Dialogue. Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0)

 


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