07 settembre 2016

Colombia, siglato l’accordo tra governo e Farc

Con l’annuncio ufficiale del 25 agosto il governo colombiano e le Farc (Forze armate rivoluzionarie della Colombia) hanno dichiarato la conclusione dell’ultima grande guerriglia dell’America Latina. Esploso nel contesto della “guerra fredda” e dello sviluppo dei movimenti “bolivaristi”, il conflitto ha segnato almeno tre generazioni, lasciando sul terreno più di 200.000 morti. La portata di questo accordo, figlio di oltre tre anni di trattative, sembra quindi davvero epocale.

Tutto ha avuto inizio negli anni Sessanta, in una Colombia piagata dalla corruzione politica e dalla profonda diseguaglianza sociale, ma anche attraversata da forti lotte sociali di diversa matrice. Movimento marxista-rivoluzionario, nato nel 1964 come braccio armato del Partito comunista, le Farc si costituiscono in difesa dei contadini in lotta contro i latifondisti e individuano tra i loro target l’influenza nefasta del neo-colonialismo statunitense. Nella piattaforma politica del movimento figurano le “riforme strutturali” e l’instaurazione di una democrazia popolare e socialista. La decisione d’intraprendere la lotta armata avviene dopo la repressione delle esperienze d’autorganizzazione contadina che si erano sviluppate nelle regioni Tolima e Huila. Da allora è iniziato anche il radicamento dell’organizzazione che nel corso degli anni è arrivata a controllare ampie porzioni di territorio raggiungendo gli oltre 20.000 militanti nel 2002.

Nell’ultimo decennio si è registrata una diminuzione degli effettivi. Tuttavia, le importanti perdite ai vertici del comando – in primis la morte nel 2008 di Pedro Antonio Marin, conosciuto con il nome di battaglia di Manuel Marulanda – non hanno impedito alle Farc di conservare il controllo e il consenso delle regioni del sud-est del paese e nelle aree montagnose afferenti alla cordigliera andina. Sono queste, del resto, anche la principale fonte di finanziamento dell’organizzazione che esercita su di esse il meccanismo dell’impuesto para la paz sui grandi patrimoni (compresi quelli dei narcotrafficanti) e la politica degli “arresti”, considerata dal governo come una pratica di sequestro per fini estorsivi. Tornando al nodo degli accordi, va detto che il confronto era iniziato già negli anni Ottanta con i cosiddetti “accordi della Uribe” firmati con l’allora presidente Betancourt e che prevedevano il cessate il fuoco, l'istituzione di elezioni popolari per sindaci e governatori, la decentralizzazione amministrativa e garanzie per l'attività politica di tutti i movimenti.

Approfittando di questa finestra, le Farc tentavano la via democratica attraverso l’Unión Patriottica, ma con il risultato di incappare in una nuova ondata repressiva. Altri sforzi per trovare un accordo sono ascrivibili agli anni delle presidenze Gaviria (1990-94) e Pastrana (1998-2002), una nuova serie di fallimenti proprio nel periodo in cui il Partito comunista clandestino (ormai separatosi dal Pcc) mirava ad allargare il proprio seguito entrando a far parte del più ampio Movimento bolivariano. La situazione si è sbloccata infine nel 2012, dopo la morte in combattimento di Guillermo León Sáenz, meglio noto come Alfonso Cano, durante gli anni difficili della presidenza Uribe, impegnato insieme all’allora ministro Juan Manuel Santos e con il sostegno di Bush nella repressione delle Farc.

Il negoziato ha preso forma con i dialoghi di Oslo e dell’Avana, conclusi con il cessate il fuoco del giugno 2016. Inserite dagli Stati Uniti nella lista nera delle organizzazioni terroristiche, ma riconosciute invece come movimento politico dalle Nazioni Unite, le Farc hanno potuto contare sul sostegno del presidente venezuelano Chavez (e poi di Maduro) che ha favorito il proseguimento della trattativa. All’Avana Rodrigo Londono, detto Timochenko, e il presidente Santos hanno concordato le misure di uscita dal conflitto, il comune impegno contro i gruppi paramilitari e l’inserimento dell’organizzazione nella vita democratica del paese (da subito rappresentata al Congresso, ma senza diritto di voto fino al 2018); una sfida che non si presenta semplice per un gruppo segnato anche dall’invecchiamento della classe dirigente. Il vero scoglio sarà però il referendum del 2 ottobre con il quale il popolo colombiano è chiamato a giudicare l’accordo. Il quorum è fissato al 13% e i sondaggi sembrano indicare il sostegno all’accordo dalla maggioranza, ma non mancano settori fortemente contrari alla riconciliazione e quel progetto di “giustizia transazionale” (spazi di reinserimento, tribunale della pace e gradualità delle pene) che potrebbe fare della Colombia un’esperienza pilota per i paesi in uscita dalla guerra. La Chiesa colombiana, per esempio, non si è espressa per il Sì e ciò nonostante l’interessamento diretto del Vaticano nella trattativa (anche attraverso l’azione della Comunità di Sant’Egidio).

Da non sottovalutare è anche il ruolo che giocheranno altre organizzazioni armate come l’ELN, che ha chiesto di aprire un negoziato, ma con la quale i rapporti sono ancora tesi e complicati su diversi punti. Anche se l’esito del referendum sarà positivo rimarranno dunque aperti diversi fronti di tensione in un paese ancora ad alto livello di scontro e in cui il problema delle diseguaglianze e quello della subordinazione economica agli interessi stranieri sono ancora tutti da sciogliere. Nello stesso tempo, si può leggere la pace come la chiusura di un lungo capitolo della storia colombiana, quella delle guerriglie latinoamericane, un segmento che si inserisce in uno scenario ancora dinamico per quanto riguarda le forze di sinistra continentali, ma anche in rapida trasformazione, dall’appeasement tra gli Stati Uniti e Cuba alle diverse crisi del Venezuela e del Brasile.

 


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