25 gennaio 2022

Come cambiano gli equilibri europei con l’elezione di Metsola

 

Roberta Metsola, terza donna ad essere eletta presidente del Parlamento europeo, più giovane in assoluto (appena 43 anni) e prima proveniente da un piccolo Paese dell’Unione, per storia personale, vicende politiche e carriera appare come l’incarnazione perfetta dell’eurocrate. Non quello classico, però, magari proveniente dalle alte burocrazie francesi, italiane o tedesche, con trascorsi nei ministeri e buone aderenze politiche in tutti gli schieramenti: Roberta Metsola segna l’arrivo sul palcoscenico di una nuova classe dirigente europea, per certi versi simile ma per altri pure molto diversa da chi l’ha preceduta.

 

Metsola si è unita giovanissima al Partito nazionalista, la principale formazione della destra maltese (le cui radici affondano addirittura nell’irredentismo italiano ma che in anni recenti ha assunto posizioni liberalconservatrici), e con l’ingresso dell’isola nell’Unione Europea (UE) ha capito immediatamente che quell’adesione poteva aprire nuovi orizzonti. Dopo aver scalato la giovanile del Partito popolare europeo (PPE), di cui sarà segretario generale, si laurea in legge al College d’Europe ‒ l’università ufficiale del funzionariato europeo ‒ e inizia subito a lavorare prima per il Servizio europeo per l’azione esterna e poi per la Rappresentanza permanente di Malta presso l’UE.

Dopo aver tentato il grande salto in politica nel 2004 e nel 2009, finalmente riesce a entrare al Parlamento europeo nel 2013, subentrando a un collega eletto nel frattempo al Parlamento maltese. Sarà riconfermata sia nel 2014 che nel 2019, risultando la più votata del suo partito.

Contemporaneamente anche il marito, Ukko Metsola, di cui ha adottato il cognome, si è candidato alle europee, nelle file del centrodestra finlandese. Tuttavia, ha avuto minore fortuna e, dopo aver mancato l’elezione nel 2009, ha intrapreso una strada diversa che l’ha portato ad essere il vicepresidente per le relazioni istituzionali di Royal Caribbean, il colosso americano delle crociere di lusso.

 

Al Parlamento europeo Roberta Metsola ha percorso con una certa velocità tutto il cursus honorum tipico dell’Assemblea: i primi passi in una commissione non troppo prestigiosa, l’impegno su dossier non conflittuali come i diritti dei minori, fino allo sbarco in una delle commissioni principe del Parlamento, la LIBE, che si occupa di libertà civili, affari interni, ma soprattutto di dossier molto scottanti come quelli sul rispetto dei diritti umani dentro e fuori l’Unione Europea o su temi etici. Qui Metsola si è contraddistinta per posizioni piuttosto intransigenti: convintamente antiabortista, ha spiegato che la sua posizione deriva più da «questioni di politica interna maltese» che da un vero convincimento personale (Malta rimane l’unico Stato europeo dove l’aborto è ancora pienamente illegale), al tempo stesso ha difeso con emendamenti e interventi in aula il primo ministro, nonché suo compagno di partito, il bulgaro Bokyo Borisov, accusato di varie frodi elettorali e definito da Reporter senza frontiere, «pericoloso per la libertà di stampa».

 

Queste prese di posizione non le hanno impedito di continuare la sua scalata fino a diventare ‒ grazie alle dimissioni di Mairead McGuinness, nominata commissario europeo ‒ prima vicepresidente vicaria del Parlamento europeo durante il mandato di David Sassoli. La sua elezione allo scranno più alto dell’Aula di Strasburgo non è stata una sorpresa: da mesi il Partito popolare europeo lavorava per portare un suo esponente alla guida del Parlamento e Metsola aveva tutte le caratteristiche: giovane, donna, dotata di buona esperienza parlamentare, poliglotta e, cosa non di poco conto, dotata di buoni rapporti sia con il centrodestra italiano che con la potente delegazione cristianodemocratica tedesca. Inoltre, provenendo da uno Stato piccolo, la neopresidente può dire di rappresentare le istanze di tanti Paesi che ‒ per vari motivi ‒ si sono sempre sentiti esclusi dal grande gioco politico europeo.

 

Tuttavia, la sua elezione non è priva di ombre: le posizioni di Metsola riguardo i temi etici hanno fatto sollevare più d’un sopracciglio nel mondo della sinistra continentale tanto da spingerla, già nelle prime dichiarazioni, a spiegare come ‒ per essere totalmente super partes ‒ non esprimerà mai il suo voto in Aula, proponendosi come presidente del tutto neutrale rispetto alle decisioni che prenderà il Parlamento. Questa scelta le eviterà critiche dirette ma rischia, al tempo stesso, di indebolire quel peso anche “morale” della presidenza del Parlamento che ha rappresentato uno dei lasciti maggiori del compianto presidente David Sassoli. Allo stesso modo la sua elezione, avvenuta al primo scrutinio col supporto di tutte le forze che sostengono la Commissione von der Leyen con in aggiunta i conservatori di Giorgia Meloni e la delegazione leghista, rompe ‒ in maniera definitiva ‒ il concetto di “cordone sanitario” che aveva caratterizzato le ultime due legislature europee. Contribuendo ad eleggere la presidente del Parlamento, le forze “nazionaliste” e “populiste” entrano a pieno titolo nella dinamica democratica europea, rivendicando appieno un ruolo politico che ‒ fino ad oggi ‒ era stato loro negato.

Nella dinamica del voto, peraltro, si nota un evidente spostamento a destra dell’intero ufficio di presidenza del Parlamento europeo: nel gioco di veti, alleanze, controveti e trappole che caratterizza l’elezione dei vicepresidenti, il grillino Fabio Massimo Castaldo è rimasto fuori dai quattordici nominati, mentre i Verdi ‒ che fino a gennaio esprimevano due vice ‒ avranno un solo rappresentante nel bureau, al tempo stesso però il gruppo centrista Renew Europe aumenta di uno la sua quota e per la prima volta i Conservatori e riformisti esprimono un loro vicepresidente. Come se non bastasse, il vicario di Metsola sarà il popolare austriaco Othmar Karas, anziché ‒ come da prassi – un esponente del centrosinistra.

 

Insomma, il passaggio dalla “maggioranza Ursula” alla “maggioranza Metsola” segna un cambio netto degli equilibri parlamentari nell’Unione Europea che, nel quadro complessivo, segnano una tendenza contraria rispetto alle dinamiche nazionali. Mentre nelle elezioni nazionali le sinistre variamente intese avanzano (in Germania, per esempio, ma pure nelle amministrative italiane), con i partiti membri del PPE che ormai non sono più al governo in nessun grande Paese europeo e le forze “populiste” sempre meno influenti, a Strasburgo la destra sembra aver voluto battere un colpo, riportando dopo appena due anni e mezzo una sua esponente al vertice del Parlamento europeo.

Un successo, che tuttavia, non manca di ombre significative e che rischia, nel medio termine, di fare più danno che bene sia al Partito popolare che alla democrazia europea.

 

Immagine: Roberta Metsola (29 ottobre 2021). Crediti: ERA Foto / Shutterstock.com

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