11 febbraio 2021

Come la pandemia ha diviso ultraortodossi e laici israeliani

 

La frattura tra la componente laica e quella ultraortodossa (o haredi) in Israele non è certo una novità, ma la pandemia ha allargato lo iato tra le due parti e costretto il Paese ad una seria riflessione sulle conseguenze che il separatismo di una parte della sua popolazione ha sull’intera comunità.

 

Gli haredim (‘timorati di Dio’) rappresentano il 12% della popolazione israeliana, vantano un alto tasso di natalità, vivono principalmente in quartieri separati, seguono regole sociali specifiche basate sui testi sacri e sull’interpretazione data dai rabbini e hanno scuole proprie (le yeshivot), in cui gli uomini si dedicano per tutta la vita allo studio della Torah, evitando così il servizio militare obbligatorio. Gli studenti delle yeshivot ricevono inoltre un sussidio statale e un alto numero di ultraortodossi fa affidamento su di essi per vivere e per mantenere la propria famiglia, incidendo così sul sistema sociale israeliano.

 

Il separatismo degli haredim è da tempo percepito come potenziale problema dal resto della popolazione israeliana, ma finora non erano emerse particolari ragioni per mettere un freno alla loro indipendenza. La risposta della comunità ultraortodossa alla pandemia, però, ha fatto invocare un intervento da parte delle autorità. Una parte degli haredim ha infatti più volte violato le restrizioni imposte dal governo per far fronte alla crisi sanitaria, partecipando in massa a funerali e matrimoni, lasciando aperte le scuole e continuando a riunirsi nel corso della giornata. I pochi tentativi della polizia di impedire queste occasioni di assembramento si sono poi trasformati in scontri aperti con gli ultraortodossi, che a Tel Aviv, Gerusalemme e Bnei Brak hanno risposto al dispiegamento delle forze dell’ordine lanciando pietre e dando fuoco ad alcuni autobus.          

 

Il mancato rispetto delle restrizioni da parte degli haredim ha inevitabilmente contribuito alla diffusione del Coronavirus nel Paese, come dimostrano i dati rilasciati dal ministero della Salute: tra gli over 60, il numero degli ultraortodossi morti per Covid-19 è quattro volte superiore a quello del resto della popolazione. Nonostante l’alto numero di decessi e la morte di diversi rabbini a causa del Coronavirus, la comunità haredi ha continuato a non rispettare le misure imposte per far fronte alla pandemia, forte anche di una mancata risposta da parte delle autorità. Il governo è intervenuto in maniera blanda di fronte alle continue violazioni degli ultraortodossi, ufficialmente per evitare uno scontro aperto con una parte della comunità israeliana. In realtà, a pesare è principalmente il potere politico degli haredim all’interno della Knesset (il Parlamento israeliano).

 

I partiti ultraortodossi hanno avuto un ruolo sempre più determinante nella formazione dei governi a partire dal 1977, quando l’allora primo ministro Menachem Begin concesse agli haredim l’esenzione dalla leva obbligatoria in cambio del loro appoggio politico. Da quel momento in poi, gli ultraortodossi hanno aumentato il loro grado di indipendenza dallo Stato e negli ultimi undici anni hanno potuto contare sul favore del premier Benjamin Netanyahu, che ha più volte avuto bisogno del loro sostegno per poter governare. Proprio la dipendenza del leader del Likud dalle formazioni degli haredim ha permesso loro di violare le restrizioni senza particolari conseguenze: il premier uscente ha infatti bisogno dei voti degli ultraortodossi anche nelle elezioni previste per marzo per poter continuare a governare.

 

Tuttavia, il disinteresse di una parte consistente della comunità haredi nei confronti delle restrizioni e del benessere stesso della società israeliana rischia di avere degli effetti politici inaspettati. Secondo un sondaggio pubblicato da Channel 12, il 61% degli elettori vuole gli ultraortodossi fuori dal prossimo governo, segno che il grado di indipendenza loro concesso è sempre meno tollerato dal resto della popolazione.

 

Un numero crescente di israeliani chiede quindi al governo di intervenire prima che il separatismo degli ultraortodossi danneggi ulteriormente la tenuta della società israeliana e le fondamenta stesse dello Stato. A questo proposito sono state avanzate diverse proposte per ridurre le disparità di trattamento tra haredim e laici, come la riforma del curriculum delle yeshivot, la riduzione dei finanziamenti per gli studenti delle scuole religiose con più di 18 anni e il ripristino della leva obbligatoria. L’attuazione o meno di queste riforme dipenderà in larga parte dai risultati delle elezioni di marzo e dal ruolo che i partiti ultraortodossi ricopriranno nel prossimo governo.

 

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Immagine: Ebrei ultraortodossi in preghiera, Meron, Israele (26 aprile 2017). Crediti: David Cohen 156 / Shutterstock.com

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