13 agosto 2020

Conflitti del futuro, guerre per l’acqua

Nel 2018 un rapporto della Banca mondiale parlava di ben 507 conflitti nel mondo legati al controllo delle risorse idriche. Le guerre del futuro si combatteranno per “l’oro blu”?

Mentre tutto il mondo è concentrato sull’analisi delle risorse energetiche come principale fattore di guerre, poco si parla, invece, dell’acqua, la cui scarsità potrebbe mutare i destini dei futuri conflitti globali. L’UNESCO, in un rapporto dal titolo emblematico The United Nations world water development report 2019. Leaving no one behind, stimava che nel mondo 2,1 miliardi di persone non hanno accesso all’acqua potabile e 4,5 miliardi non hanno servizi igienici sicuri. I rifugiati sono la categoria più debole e maggiormente esposta alle crisi idriche. Sempre nel rapporto si legge che, dal 2015 al 2019, 25,3 milioni di persone all’anno, in media, migrano a causa dei disastri naturali. È evidente che, come ribadito da molti esperti, non è solo la situazione geopolitica mondiale a causare le migrazioni ma anche il cambiamento climatico in atto.

I ricercatori del Water, Peace and Security Partnership hanno presentato una mappa dettagliata al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite in cui si segnala dove è previsto che si verificheranno i conflitti per l’accesso alle risorse idriche, nel periodo compreso tra il giugno 2020 e il maggio 2021. Il Medio Oriente e il Nord Africa sono le aree più a rischio, aree in cui, oltre all’instabilità politica e di sicurezza, c’è una seria penuria di acqua. Basti pensare all’Iraq meridionale, che sta affrontando da alcuni anni continue siccità legate alla costruzione di grandi dighe in Turchia che limitano il regime d’acqua del Tigri e dell’Eufrate. Il Southeastern Anatolia Project, previsto dal governo di Ankara, comprende, infatti, la costruzione di un sistema di 22 dighe lungo i due fiumi con l’obiettivo di migliorare l’economia locale in una delle zone più povere del Paese. A metà luglio il ministro per le risorse idriche iracheno ha denunciato la forte carenza di acqua nel Nord del Paese, mettendo in guardia sui pericoli che questa situazione potrebbe comportare per la stabilità stessa dell’Iraq. Secondo i dati del ministero, il flusso d’acqua proveniente dalla Turchia si è ridotto del 50% rispetto al 2019 e la stessa diminuzione è stata registrata in relazione alle scarse precipitazioni annuali. Inoltre, alcuni studiosi addebitano la guerra civile in Siria anche ai molti anni di siccità. Tra il 2006 e il 2010, infatti, la Siria ha vissuto la peggiore siccità mai registrata. La penuria d’acqua ha causato la migrazione di quasi 2 milioni di agricoltori verso i centri di Aleppo e Damasco, preparando, forse, il terreno per i disordini politici e sociali degli anni a venire. Gli esempi potrebbero continuare.

In questo periodo i riflettori sono accesi sulla crisi in corso tra Egitto, Sudan ed Etiopia per le acque del Nilo, definito fin dai tempi di Erodoto “il dono per l’importanza che rivestiva per la vita del popolo egiziano. Dal 2011 l’Etiopia ha avviato un progetto di produzione di energia idroelettrica, realizzando una grande diga sul fiume Nilo per favorire lo sviluppo economico e soddisfare i bisogni della popolazione anche in termini di fabbisogno energetico. Una volta terminata la diga, denominata Grand Ethiopian Renaissance Dam (GERD), essa renderà l’Etiopia uno dei principali produttori di energia dell’Africa orientale.

Nonostante vari e vani tentativi di accordo tra Etiopia, Egitto e Sudan (altro Paese interessato alle risorse idriche del Nilo) Addis Abeba ha iniziato, mercoledì 15 luglio, senza accordi con le controparti, il riempimento della diga africana. Il Nilo Azzurro, sul quale sta procedendo la costruzione, è uno dei maggiori affluenti del fiume Nilo, da cui Il Cairo ricava più del 90% del proprio fabbisogno idrico. Secondo l’Egitto, la diga mette in pericolo la vita di più di 150 milioni di persone, egiziane e sudanesi. Al-Sisi vuole assicurarsi che la costruzione di GERD non causi danni all’approvvigionamento egiziano e che il suo riempimento avvenga in maniera graduale. L’Etiopia, invece, sostiene che il progetto idroelettrico sia essenziale per sostenere la sua economia, in rapida crescita, e ritiene che favorirà lo sviluppo di tutta la regione. Addis Abeba, in particolare, dichiara che oltre il 60% del Paese è costituito da terra asciutta, mentre l’Egitto, al contrario, è dotato di acque sotterranee e ha accesso all’acqua di mare che potrebbe desalinizzare. Anche se per il momento, soprattutto per ragioni geografiche (Egitto ed Etiopia non sono Stati confinanti) ed economiche, una guerra tra i due Paesi è un’ipotesi piuttosto remota, se la limitazione del flusso del Nilo dovesse causare una penuria di acqua in Egitto e la via del dialogo non dovesse funzionare, è ragionevole pensare che l’aeronautica del Cairo potrebbe colpire la diga nella zona a monte del fiume, cercando, così, di “arginare” il problema. Se la guerra dovesse aver luogo, potrebbe causare l’ingresso in campo di forze esterne con tutte le conseguenze del caso.

Le spese militari dell’Egitto, lo scorso anno, sono state di 9,7 miliardi di euro, mentre l’Etiopia ha investito solo 300 milioni di euro per la difesa. Tuttavia, Addis Abeba sta guardando ad altri Paesi. L’Etiopia e la Francia hanno concluso il loro primo accordo di cooperazione militare il 12 marzo 2019. Il 16 luglio scorso, il ministro degli Esteri turco si è recato in visita nella capitale etiope. La Turchia, dopo la Cina, è il secondo più grande investitore straniero in Etiopia, con oltre 150 aziende nel Paese e ha, dunque, tutto l’interesse a che la diga venga costruita, a quale prezzo non è dato sapere, per ora.  Tuttavia, visti i rapporti tesi tra Egitto e Turchia in altri teatri, come ad esempio la Libia, vi potrebbe essere un interessamento di Ankara anche in chiave antiegiziana. Qualche tempo fa al-Sisi aveva dichiarato che l’esercito egiziano è forte ed è uno dei più potenti della regione, pronto a compiere qualsiasi missione sui suoi confini o, se necessario, al di fuori. Era un chiaro riferimento alla Libia, o forse c’è dell’altro?

 

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