24 febbraio 2021

Contenuti, interpretazioni e contraddizioni dello stimulus di Biden

 

La pandemia sembra avere fatto saltare letteralmente tutti i parametri. Di fronte alla straordinarietà della crisi si risponde con provvedimenti a loro volta straordinari: per la portata della sfida provocata dal combinato disposto di crisi economica e crisi sanitaria; per le dimensioni dei piani con cui si cerca di darvi risposta; perché d’improvviso tutti i paletti di debito e deficit abitualmente invocati sembrano avere perso il loro significato ultimo.

Gli Stati Uniti non fanno eccezione. Anzi, disponendo di privilegi per molti aspetti unici utilizzano la leva monetaria e quella di bilancio con grande aggressività. Lo si vide già con Trump, quando in pochi mesi furono approvati due provvedimenti straordinari, il primo, in marzo, di 2.000 miliardi di dollari; il secondo – in dicembre – di 900 miliardi di dollari. Ed è ora in discussione un terzo piano, che l’amministrazione Biden chiede raggiunga quasi la stessa cifra del primo (la proposta originaria, per il momento approvata in Commissione bilancio alla Camera, si attesta attorno i 1.900 miliardi di dollari). Sommati, i tre piani portano alla cifra astronomica di quasi 5.000 miliardi di dollari, più del 20% del PIL complessivo del 2020.

Cosa contengono questi piani? Cosa ci dicono del confronto politico negli USA oggi? E quali problemi pongono?

I contenuti, innanzitutto. In estrema sintesi quelli di questi ultimo stimulus possono essere raggruppati in quattro categorie. In primo luogo vi sono i trasferimenti ad autorità locali – Stati, municipalità, contee, nazioni indiane e territori – pesantemente colpite dalla crisi e non più in grado di assicurare alcuni servizi essenziali. Un secondo aspetto riguarda le misure, dirette e indirette, per rispondere al Covid: finanziamenti straordinari per la campagna di vaccinazione e di test, ma anche sussidi per acquistare una assicurazione medica e la facilitazione dell’accesso alla sanità pubblica (Medicaid) attraverso l’innalzamento delle soglie minime di reddito per potervi avere diritto. Un terzo pilastro è rappresentato dal sostegno all’impresa e all’occupazione: finanziamenti e crediti agevolati; programma straordinario di contributi a bar e ristoranti; sussidi di disoccupazione di cui si aumenta l’entità (da 300 a 400 dollari settimanali) e la durata (a seconda dei casi, dalle 50 alle 74 settimane). Quarto e ultimo aspetto, infine, la miriade di aiuti diretti agli americani, in forma di crediti fiscali, in particolare a famiglie con figli minorenni, di finanziamenti per accelerare il ritorno alla scuola in presenza, di sostegno all’edilizia popolare e ai programmi (“food stamps” e altro) di aiuto alimentare destinati a individui e famiglie che hanno redditi bassi e bassissimi. Con una piccola forzatura analitica, possiamo includere in questa ultima categoria anche la misura simbolo, controversa ma immensamente popolare, del piano: gli assegni diretti di 1.400 dollari a individuo per chi percepisce redditi individuali inferiori a 75.000 dollari annui e familiari inferiori ai 150.000. Infine, in parte scollegato dalla logica economica del piano ma centrale per il programma di Biden vi è l’aumento graduale del salario minimo federale per portarlo a 15 dollari all’ora entro il 2025.

Come possiamo interpretare questo costosissimo programma? Diverse risposte possono essere offerte. Da parte dei democratici vi è l’evidente intenzione di sfruttare la situazione per promuovere un’ambiziosa agenda progressista che piace trasversalmente, e non solo ai suoi elettori, e che, se realizzata, si pensi al forte aumento del salario minimo o al rilancio della sanità pubblica, risulterebbe propedeutica a un cambiamento sistemico e di paradigma i cui riverberi potrebbero farsi sentire a lungo. Incidono in qualche modo i pesanti deficit del periodo trumpiano – nel 2019, ben prima della pandemia, il deficit di bilancio sfiorò il 5% del PIL – che hanno in una qualche misura screditato gli appelli alla responsabilità fiscale e all’attenzione per i conti pubblici, in particolare quando provengono da una parte, quella repubblicana, che sui doppi standard (pro deficit quando alla Casa Bianca; pro conti in ordine quando all’opposizione) si è giocata parte della sua credibilità residua. Facilitano il compito la bassa inflazione e, ovviamente, la crisi. Pesa però anche un’onda di lungo periodo, che predata il Covid e che spiega almeno in parte l’elezione di Trump nel 2016: una richiesta di tutela e protezione sociale che proviene da parti d’America già duramente colpite dalle dinamiche d’integrazione globale, dalla crisi del 2008 e dalla sua onda lunga.

I problemi e le contraddizioni, infine. Come è per certi aspetti inevitabile, vi è non poca demagogia in alcuni pezzi non marginali del piano. Questo è soprattutto vero per la sua popolarissima misura simbolo: i 1.400 dollari di contributo diretto pro capite per individui e famiglie che si collocano sotto una certa soglia di reddito. Soglia alta, questa, tanto che nei due piani straordinari di Trump ne beneficiarono anche famiglie con un reddito ben al di sopra del tetto massimo (il contributo va infatti a scalare gradualmente all’aumentare del reddito). E soglia scollegata dal fatto di avere effettivamente perso del reddito a causa del Covid: ne possono beneficiare, e ne hanno beneficiato, anche individui e famiglie che non sono stati danneggiati economicamente dalla crisi (addirittura sopra i 300.000 dollari annui, e quindi a chi si colloca nel primo 10% per reddito, in una prima versione discussa alla Camera). A un problema di equità – da più parti si è chiesto di ridurre questa parte del piano per trasferirla ad altri elementi, in particolare i sussidi di disoccupazione ‒ se ne aggiunge uno di efficienza. Superata una certa soglia di reddito, la propensione a consumare cala laddove aumenta quella a risparmiare; tutto ciò incide sulla portata effettiva del moltiplicatore e sulla sua capacità di generare crescita.

E questo ci porta a un secondo problema: gli effetti di lungo periodo e il lascito di questi provvedimenti. In un Paese dalla rete infrastrutturale obsoleta, dalla copertura sanitaria parziale e lacunosa, dalle tutele sociali fragili o assenti, destinare tra i 400 e i 500 miliardi di dollari a questi contributi diretti vuol dire mettere un’ipoteca pesante, che limita drasticamente le possibilità future, come hanno sottolineato anche molti – tra gli altri l’ex segretario del Tesoro Lawrence Summers ‒ non pregiudizialmente contrari alle dimensioni complessive dello stimulus di Biden, ma alla sua articolazione che temono rischi di essere, appunto, un’occasione perduta.

E questo ci porta all’ultimo problema, che è invece tutto politico. Con una controparte repubblicana nella quale, pure tra mille timidezze, più di un senatore tende la mano, un piano con questa caratteristiche non ha possibilità alcuna di ottenere un qualche sostegno bipartisan. Le procedure del Senato imporrebbero in realtà il voto favorevole di 60 senatori su 100 per portare il provvedimento al voto. I democratici dispongono solo di 50 voti più quello della vicepresidente Harris (e di questi 50 ve ne è uno, quello del senatore conservatore della West Virginia Joe Manchin, che non può assolutamente essere dato per scontato). Il provvedimento passerà quindi attraverso il cosiddetto meccanismo della reconciliation, che in forma straordinaria, una volta all’anno e solo per la legislazione relativa al bilancio, permette un voto a maggioranza semplice delle due camere, aggirando la supermaggioranza richiesta al Senato. Questa reconciliation assieme al diluvio di ordini esecutivi di Biden ci mostra però quanto complesso sia governare in tempi di polarizzazione estrema e quali problematicità ne conseguano, su tutte un’azione di governo sempre più esecutivo-burocratica che la polarizzazione stimola, ma dalla quale la polarizzazione risulta ancor più acuita. E che finisce per acuire ancor di più divisioni e scontri.

 

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Immagine: Joe Biden (10 gennaio 2021). Crediti: archna nautiyal / Shutterstock.com

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