28 agosto 2020

Convention o guerra dei mondi? Repubblicani e democratici mai così divisi

 

La Convention democratica si è svolta la settimana scorsa, quella repubblicana si è appena conclusa con lo speech di accettazione del presidente Trump (si è tenuto nel giardino della Casa Bianca, fatto piuttosto irrituale: non si usa la residenza presidenziale come luogo per i comizi di partito, di solito). La fine delle Convention segna il vero inizio della campagna elettorale presidenziale. Quali considerazioni si possono svolgere, ora che stiamo entrando davvero nel vivo? Un’anticipazione: c’è da preoccuparsi per il tasso di conflittualità raggiunto dalla democrazia americana.

Il presidente, questa notte, ha detto tutto quello che ci si aspettava che dicesse: ha continuato a insistere sullo slogan del “Law and Order” ‒ i conflitti in strada che vedete sono quello che vi aspetterebbe se Biden vincesse ‒ e a dipingersi come l’unico baluardo che separa l’America dal caos e dal socialismo. Fa impressione osservare, va sottolineato, come questo messaggio così aggressivo e questa delegittimazione dell’avversario avvengano negli stessi giorni in cui per strada si osserva il dispiegarsi di una guerra civile in miniatura, quella a cui abbiamo assistito nelle strade di Kenosha, dove ‒ a seguito del ferimento di Jacob Blake, colpito dalla polizia alla schiena con sette colpi di pistola che lo hanno paralizzato ‒ milizie bianche armate hanno affrontato i manifestanti che hanno sfidato il coprifuoco imposto in città. Un diciasettenne, Kyle Rittenhouse, è accusato dell’omicidio di due manifestanti: un giovane sostenitore di Trump che ha deciso di affiancare la polizia nel mantenimento dell’ordine nella notte degli scontri. La conflittualità verbale della politica è a livelli altissimi, ma lo è anche quella nelle strade. Con forme ben più preoccupanti.

La campagna elettorale sarà l’apoteosi del processo di polarizzazione del sistema politico americano. Cosa è la polarizzazione? Il contrario di quanto sostenuto per una vita da tanti esperti e studiosi dei sistemi politici maggioritari, come quello americano. Ovvero che quei sistemi fossero una garanzia per lo sviluppo di una “democrazia mite”, nella quale si vince al centro, con repubblicani e democratici a contendersi moderati e indecisi. Al contrario, oggi, la delegittimazione assoluta dell’avversario e la galvanizzazione del proprio campo ‒ in un sistema che non si dà come obiettivo una larga partecipazione elettorale: il 40% degli elettori americani (ben oltre i 100 milioni di individui) diserta il voto presidenziale, per disinteresse e sfiducia, ma anche per via di ostacoli materiali posti dal sistema stesso ‒ sono la chiave del successo. Corollario istituzionale della polarizzazione politica del sistema? In un sistema di poteri divisi, la paralisi e la conflittualità legislativa, il conflitto fra istituzioni quando presidenza e Congresso sono controllati da partiti diversi. Altri, e non sono pochi, pongono questo conflitto in chiave storica: l’ultimo in ordine di tempo, in questo articolo, è William Galston, un veterano democratico ora di base alla Brookings Institution. Una battaglia agganciata alle fratture createsi a partire dal Sessantotto americano, al quale Trump si ispira riproponendo il messaggio “Law and Order” di Richard Nixon.

 

Chi viene premiato elettoralmente in questo contesto? Le ultime presidenziali hanno confermato che se ne giovano, in primo luogo, i repubblicani (complice il sistema elettorale, che premia la vittoria Stato per Stato e non il primato del voto popolare nazionale, appannaggio dei democratici). Polarizzare, galvanizzare e tenere negli Stati dove la “piccola tenda” repubblicana ‒ bianca, maschile, anziana ‒ può regalare la vittoria. Nei toni, nel messaggio, nelle strategie... la scelta di polarizzare che adottò Newt Gingrich quasi tre decenni fa ha raggiunto il punto più alto. Il ritorno alla presunta frattura originaria ‒ il 1968 evocato da Trump ‒ potrebbe favorire i democratici. La visione dei rapporti interrazziali da allora è mutata, e i bianchi sono una porzione minore dell’elettorato americano: ma di mezzo c’è il sistema elettorale americano, la sua “chiusura”, l’effettiva capacità dei democratici di mobilitare senza avere la possibilità di far campagna vera (causa Covid).

 

Il Partito democratico, infatti, risponde con la strategia consueta, ovvero allargare il campo della “grande tenda democratica” (così la chiamano) sotto la quale si assiepano posizioni, interessi e storie molto diversi fra loro: la Convention ha rappresentato un mondo anti-Trump molto variegato, dai repubblicani delusi ‒ molto rappresentati ‒ ai movimenti, alle donne, alle minoranze, alla sinistra del partito (nella quale in molti mostrano un forte mal di pancia anti-Biden)…  L’anti-trumpismo ‒ molto più che nel 2016 ‒ tiene questa coalizione così articolata tutta insieme; si mostra un Biden che “si prende cura” contro un Trump che si professa “guerriero” (sono questi gli archetipi emersi nelle Convention televisive di questi giorni). Biden e la macchina democratica, alla fine, funzioneranno negli Stati che hanno regalato la vittoria ai repubblicani, come Wisconsin, Michigan e Pennsylvania, dove Trump ha vinto di un soffio? Strategia repubblicana della compattezza, col rischio di restare troppo pochi, contro strategia democratica dell’allargamento, col rischio di slabbrarsi e perdere pezzi per strada.

 

Timore di un finale da “paura e delirio a Washington”? Sì. Dice Trump: «sono la sola cosa che c’è fra il sogno americano e l’anarchia totale, la pazzia e il caos». Sostiene che i democratici per vincere commetteranno frodi elettorali e useranno il voto per posta come strumento per commettere questo crimine (e questo è un elenco per difetto delle argomentazioni repubblicane contro i democratici). I democratici, dal canto loro, a volte parlano di deriva fascista, di pericolo per la democrazia… Hillary Clinton, per dirne una, invita il partito a non concedere la vittoria a Trump se questi la dichiarasse in una notte di incertezza elettorale (il voto per posta potrebbe diluire di giorni i tempi dello scrutinio). Comunque vada l’America, a novembre, sarà molto più di un semplice Paese diviso.

 

Questo testo è la rielaborazione di quello apparso nella nostra newsletter mercoledì 26 agosto. Per seguirci e seguire gli ultimi 66 giorni di campagna elettorale, vi invitiamo a iscrivervi cliccando qui: https://atlantetreccani.us4.list-manage.com/subscribe?u=82e82c25500fbf5171a0e61a8&id=a1b7fe9e33

 

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Immagine: Gli agenti di polizia di Los Angeles intervengono tra i manifestanti del BLM (Black Lives Matter) e i sostenitori del presidente degli Stati Uniti Donald Trump durante una manifestazione pro-Trump, Los Angeles, Stati Uniti (21 agosto 2020). Crediti:  Ringo Chiu / Shutterstock.com

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