23 settembre 2020

Coronavirus in Gran Bretagna. Nuove misure per fermare i contagi

 

Settembre non è mai un buon mese per Boris Johnson. La scorsa fine estate aveva portato al neonominato primo ministro una serie di pesanti di sconfitte parlamentari e la clamorosa figuraccia sulla riapertura del Parlamento con tanto di sentenza contraria dell’Alta Corte dopo la sospensione “consigliata” impropriamente alla regina.

Quest’anno invece Boris Johnson ha visto sgretolarsi attorno alla pressione esterna e interna la sua strategia sulla Brexit e, come se non bastasse, un drammatico ritorno del Coronavirus in Gran Bretagna.

Ieri sera, in diretta da Downing Street, il primo ministro ha dovuto infatti annunciare una nuova serie di pesanti misure restrittive per impedire che, secondo le previsioni del governo, le infezioni crescano in maniera esponenziale arrivando a superare i 50.000 casi al giorno entro la fine di ottobre. Per evitare questo, Johnson ha annunciato che da giovedì tutti i pub, ristoranti e take away dovranno tassativamente chiudere entro le ore 22, senza eccezioni. Negli orari di apertura sarà permesso il solo servizio al tavolo.

Inoltre, tornando indietro rispetto alle indicazioni date sino a pochi giorni fa, il governo chiede a tutti coloro che possono farlo, di ritornare a lavorare esclusivamente da casa, riducendo al minimo gli spostamenti. Diviene inoltre obbligatorio l’uso della mascherina in tutti i luoghi chiusi e si estende la “regola del 6” (e cioè il divieto di incontrarsi al chiuso o all’aperto in gruppi maggiori di 6 persone) anche agli sport di squadra.

Questi provvedimenti diventano leggi la cui violazione comporta dunque la comminazione di pene sino a 10.000 sterline e verranno fatti rispettare dalle forze dell’ordine con la collaborazione dell’esercito, se necessario. Tutto questo, ha affermato Johnson, serve a bloccare l’insorgenza esponenziale del virus e a evitare un secondo lockdown nazionale, che per ora si esclude ma che non è inevitabile. I provvedimenti che entreranno in vigore nella giornata di domani, ha affermato ieri il primo ministro in Parlamento, potrebbero durare per i prossimi sei mesi perché quello che preoccupa gli esperti medici e scientifici britannici è l’avvento dell’inverno, che favorirà la diffusione del Coronavirus e che, con le normali malattie di stagione, “basta” da solo a mettere in forte crisi il Servizio sanitario nazionale.

Johnson arriva a questo momento drammatico della gestione della seconda ondata travolto dalle polemiche per le inefficienze del sistema di test e tracciamento dei contagi. Il sistema, che è stato esternalizzato ad un operatore privato, non è in grado di soddisfare la richiesta giornaliera di tamponi e non riesce a dare risultati in tempi rapidi. Inoltre il Regno Unito (UK) non è ancora dotato di una applicazione in grado di tracciare i contagi, una app che ha subito forti ritardi e che uscirà nei prossimi giorni senza però, pare, avere un sistema di tracciamento dei contatti tramite Bluetooth come l’italiana Immuni e altre app gemelle approntate in altri Paesi.

Ovviamente questa nuova crisi sanitaria ha oscurato le feroci polemiche sulla Brexit che si erano scatenate la scorsa settimana a livello internazionale a seguito della presentazione da parte del governo britannico dell’Internal Market Bill: un disegno di legge che ha lo scopo di regolare il mercato britannico all’indomani della Brexit e che, per stessa ammissione del governo, è in aperta violazione degli accordi siglati meno di un anno fa con l’Europa in occasione della ratifica del Withdrawal Agreement.

L’accordo prevede di fatto che, in mancanza di un nuovo trattato commerciale entro il 31 dicembre 2020, l’Irlanda del Nord venga separata dal Regno Unito e rimanga a far parte del mercato unico europeo. Questo permetterebbe di evitare l’istituzione di un nuovo confine tra nord e sud e, soprattutto, non renderebbe necessaria l’istituzione di nuove dogane per le merci in viaggio tra le due Irlande. Come conseguenza però ci sarebbe la necessità di controlli doganali per i prodotti britannici in ingresso in Irlanda del Nord perché, appunto, entrerebbero all’interno del mercato europeo. Allo stesso tempo questo rende più complicate anche le esportazioni dall’Irlanda del Nord al resto del Regno Unito. L’Internal Market Bill in discussione viola apertamente questo accordo e prevede che il governo britannico possa valutare con propria discrezionalità quali esportazioni debbano rispettare tali regole e quali no. Così come prevedrebbe una discrezionalità anche sugli aiuti di Stato alle aziende nordirlandesi, altra fattispecie espressamente vietata dall’accordo siglato.

Questo atteggiamento ha ovviamente causato una reazione violentissima da parte dell’Unione Europea (UE) che ha intimato al Regno Unito di ritirare immediatamente la proposta di legge che sarebbe una aperta violazione del diritto internazionale e causerebbe il crollo della fiducia verso il governo britannico con la conseguente interruzione delle trattative per un futuro accordo commerciale. Ciliegina sulla torta, la polemica ha attraversato l’Atlantico: la speaker del Congresso americano, Nancy Pelosi, ha infatti minacciato di bloccare qualunque futuro accordo commerciale tra Stati Uniti e Regno Unito se il governo britannico dovesse così platealmente mettere a rischio la pace raggiunta con gli accordi del Venerdì Santo, e il candidato democratico Joe Biden è entrato a piedi uniti nella discussione dichiarando che non sosterrà mai un accordo commerciale con il Regno Unito se la Brexit dovesse mettere a rischio la pace in Irlanda. Non occorre ricordare infatti l’importanza, anche simbolica, che ha l’Irlanda per gli Stati Uniti e infatti il governo irlandese in questi mesi ha fatto opera di lobbying per assicurarsi l’appoggio americano nella tutela della pace nell’isola, in particolare proprio all’interno del Congresso, che ha il compito di ratificare i trattati internazionali e che dunque dovrà vagliare il nuovo accordo commerciale tra USA e UK.

Questo è stato un duro colpo per Johnson e la sua spavalda strategia negoziale con l’UE perché è inutile rammentare quanto sia centrale l’ottenimento di un favorevole accordo commerciale con gli Stati Uniti per poter “sostituire” il pezzo di economia che sicuramente verrà persa con il compiersi della Brexit e l’interruzione di rapporti privilegiati con un mercato importante come quello europeo.

Ma il primo ministro ha dovuto affrontare pesanti colpi anche sul fronte interno a causa della sua nuova proposta sull’Irlanda del Nord. La polemica contro la violazione dei trattati internazionali è infuriata sia all’interno del Civil Service, con il capo dell’ufficio legale del governo dimessosi in polemica con Downing Street, che dello stesso Partito conservatore. Importanti esponenti, anche dell’ala più euroscettica, che si sono espressi con sdegno all’idea della perdita di reputazione che subirebbe il Regno Unito se si dovesse macchiare della violazione così palese di un accordo siglato non più tardi di un anno fa.

Insomma è un settembre molto complicato per Boris Johnson che, ha riportato il Times in un suo lungo articolo di domenica scorsa, starebbe passando un difficile momento anche dal punto di vista personale a causa addirittura di una precaria situazione finanziaria. Da quando è primo ministro, infatti, Johnson guadagna molto di meno rispetto a prima, non potendo contare sui redditi derivati dai suoi pungenti articoli su varie testate né dalle apparizioni pubbliche. Questo darebbe qualche grattacapo a Johnson che deve sostenere le spese per un costosissimo divorzio e il mantenimento di quattro dei suoi sei figli, uno dei quali ha pochi mesi e vive, insieme alla compagna di 32 anni (Johnson ne ha 56), in quello che viene descritto come un piccolo appartamento al numero 11 di Downing Street. Probabilmente non era come si immaginava di passare i suoi anni da primo ministro quando Johnson, sin da bambino, sognava di varcare la soglia del n. 10 come il suo idolo Winston Churchill.

 

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Immagine: Boris Johnson lascia il n. 10 di Downing Street per aggiornare la House of Commons sulle nuove restrizioni sul Covid-19, Londra, Regno Unito (22 settembre 2020). Crediti: I. Salci / Shutterstock.com

 

 


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