12 marzo 2020

Coronavirus negli USA, gli errori di Trump

 

Il giorno prima il messaggio era stato chiaro: «Presto passerà, stiamo facendo un ottimo lavoro e i consumatori non sono mai stati in una posizione buona come in questo periodo». Ventiquattro ore dopo, il presidente Trump si è presentato alla nazione in diretta TV con un messaggio contrario: c’è allarme, prenderemo misure drastiche, sosterremo l’economia.

La risposta dell’amministrazione Trump al Coronavirus è un caso da manuale di applicazione della post-verità: prendere le decisioni sulla base di ciò che si ritiene più opportuno dal punto di vista del consenso e anche recepire le informazioni sulla base di ciò che vogliamo sentire e capire.

Anche il discorso TV di ieri ha le stesse caratteristiche: il presidente degli Stati Uniti ha infatti annunciato una serie di cose non vere. Tra le misure annunciate c’è lo stop agli ingressi dall’Europa di persone e merci, la garanzia di cure gratuite grazie a un impegno preso dalle assicurazioni private e un pacchetto di prestiti e aiuti alle piccole imprese (rinvio delle scadenze fiscali e altri strumenti simili). Nel suo discorso Trump ha ribadito che nessun Paese è meglio preparato degli Stati Uniti ad affrontare l’emergenza e chiamato il virus “straniero” ‒ il segretario di Stato Pompeo, giorni fa lo aveva chiamato «Wuhan virus».

La mancanza di diplomazia e la decisione unilaterale, che in questo caso è sbagliata per ragioni troppo evidenti per essere spiegate, ha ricevuto una risposta dura dall’Europa: «Il Coronavirus è una crisi globale, non limitata a nessun continente e richiede cooperazione piuttosto che azioni unilaterali», si legge nella dichiarazione, co-firmata dal presidente della Commissione Ursula von der Leyen e dal presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, «L’Unione Europea disapprova il fatto che la decisione degli Stati Uniti di imporre un divieto di viaggio sia stata presa unilateralmente e senza consultazione». Il blocco agli ingressi significa poi un colpo ulteriore alle compagnie aeree: 3.500 voli settimanali cancellati e 800.000 passeggeri di media. I titoli delle compagnie europee sono crollati.

 

Cosa c’è che non va in questo discorso? Che immediatamente dopo la Casa Bianca ha dovuto precisare che lo stop con l’Europa riguarda solo le persone e non le merci, che gli americani e i residenti stranieri potranno tornare dall’Europa. Annunciare il blocco del traffico di merci per trenta giorni mentre le Borse crollano e il mondo si preoccupa per le conseguenze economiche della pandemia è un errore serio. Come lo è comunicare che le assicurazioni sanitarie non faranno pagare le cure per il Coronavirus: il portavoce dell’associazione delle assicurazioni ha precisato che la gratuità è solo per il test.

 

Un altro paradosso sta nella scelta di chiudere all’Europa, ma non a Gran Bretagna, Irlanda, Croazia, Bulgaria, Romania (Paesi in cui Trump possiede dei campi da golf) una scelta chiaramente politica visto che il numero di casi in questi Paesi è simile a quelli dell’Olanda, della Danimarca o del Belgio. E l’Irlanda, oggi, ha chiuso le sue scuole. Non solo: i primi focolai del Coronavirus negli Stati Uniti si sono verificati tutti sulla West Coast, nello Stato di Washington, Oregon e in California, ovvero negli Stati che affacciano sul Pacifico e si relazionano più che il resto del Paese con l’Asia. A oggi gli ingressi sono chiusi solo per chi arriva da Cina e Iran. La maggioranza dei circa 1.300 casi acclarati nel Paese non ha a che vedere con viaggi all’estero ma con contatti avvenuti all’interno dei confini. Insomma, chiudere ai voli senza prendere misure significative per quel che riguarda il controllo dell’epidemia all’intento degli Stati Uniti non ha molto senso se non quello di poter fare un annuncio chiaro e netto che mostri che il presidente ha preso una decisione.

 

A proposito: i primi casi risalgono a gennaio e per due mesi si è preferito ignorare la questione. Diversi articoli di media americani con fonti interne all’amministrazione riferiscono di un presidente e di un suo entourage che preferiscono le informazioni che minimizzano il rischio. E per questo la risposta è arrivata con tanto ritardo: insistere sulla portata limitata del Coronavirus era quel che Trump voleva capire e sentirsi dire. Anche la trasparenza è ridotta: il sito del CDC, il Center for Disease Control viene aggiornato una sola volta al giorno e il numero di casi riportato è molto più basso rispetto a quello della Johns Hopkins University (938 contro 1.322 mentre scriviamo, una differenza di quasi un terzo). Reuters riferisce che da metà gennaio – il primo caso è del 13 - la Casa Bianca ha ordinato che tutti i meeting che trattano quella che nel frattempo è divenuta una pandemia siano secretati e che chi vi prende parte abbia ottenuto una “security clearence”, ovvero la possibilità di venire informato su questioni di sicurezza nazionale. Questo ha impedito a molti esperti di essere presenti.

 

C’è di più: nei mesi precedenti all’esplosione del virus l’amministrazione aveva ridimensionato le agenzie preposte a crisi come questa e licenziato per ragioni politiche figure centrali. John Bolton, all’epoca consigliere per la sicurezza nazionale di Trump, ha rimosso l’ex ammiraglio Tim Ziemer, descritto in un ritratto del New York Times come uno dei funzionari più efficaci nel gestire queste crisi con “poca fanfara”. Bolton non ha sostituito Ziemer e ha invece eliminato la posizione, e tutta l’unità di sicurezza sanitaria globale del Consiglio per la Sicurezza nazionale. Bolton ha anche mandato via Tom Bossert, un esperto molto stimato che era l’omologo di Ziemer al Dipartimento di Sicurezza nazionale.

 

Ad agire, per adesso, sono gli Stati e i comuni. In diverse contee le scuole sono chiuse, gli eventi pubblici vengono cancellati e alcune aree sono divenute zone rosse. E il torneo dell’NBA, il torneo stellare di basket, sospeso. L’impatto è anche pesante per l’economia: nei porti, nell’industria del turismo, nei servizi alla persona. Va segnalato tra l’altro che l’assenza di un congedo per malattia pagato implica che persone con sintomi potrebbero decidere di andare al lavoro o che, chi è malato, si trovi a dover rimanere a casa per settimane senza un sostegno al reddito. Austan Goolsbee, ex capo economista di Obama, segnala come un’economia dei servizi, nella quale le interazioni sono spesso cruciali (dalla palestra, ai centri estetici, ai dentisti) rischi di rendere l’impatto più grave in Paesi ad economia avanzata che non in Cina.

Il Coronavirus è anche destinato ad avere un impatto serio sulle elezioni. Joe Biden, che appare ormai essere l’avversario designato di Trump a novembre, si prepara a presentare un piano contro il Coronavirus. Un modo di sottolineare la differenza tra sé e il presidente dal punto di vista della preparazione nella risposta alle crisi. Trump ha ribadito per mesi che “il meglio deve ancora venire”. Con le Borse che crollano, centinaia di licenziati causati e il numero di casi che cresce di ora in ora, la sua narrazione rischia di non essere un messaggio adeguato quando gli americani andranno al voto.

 

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Immagine: Persone che indossano le mascherine contro il contagio da Covid-19 nel quartiere cinese, New York, Stati Uniti (7 marzo 2020). Crediti: Urban by Habit / Shutterstock.com  

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