20 gennaio 2023

Cosa ci dice del mondo il forum di Davos 2023

«Cooperation in a fragmented world». A Davos, in occasione dell’edizione 2023 del World Economic Forum (WEF), le élite si guardano allo specchio e raccontano un mondo che cambia, sollecitando un rinnovato sforzo collettivo per affrontare le sfide della contemporaneità ma evidenziando al tempo stesso come l’assunzione di tale impegno rischi di diventare – senza azioni tempestive – sempre più gravosa e difficile. Perché la cooperazione è necessaria, ma gli scenari sono in perenne evoluzione. Perché le grandi questioni degli approvvigionamenti energetici, del contrasto della crisi climatica, della salute globale dopo la pandemia da Covid-19, dell’innovazione tecnologica e della mobilità sociale richiedono un approccio coordinato, ma gli equilibri internazionali si stanno destrutturando, e non è ancora possibile prevedere in che modo andranno a ricomporsi.

Che la storia fosse giunta a un punto di svolta, i «Davos men» – secondo la fortunata espressione di Samuel Huntington – lo avevano già riconosciuto nella passata edizione della kermesse svizzera: «History at a turning point», tema conduttore che ha ispirato tavole rotonde e discussioni al meeting del 2022, avrebbe tuttavia dovuto rappresentare più un monito che una mera constatazione, un appello alla condivisione degli obiettivi più che una semplice fotografia del presente. E invece, nel corso dell’ultimo anno, le difficoltà non si sono soltanto accentuate e moltiplicate, ma hanno finito per saldarsi ulteriormente fra di loro, generando una lunga catena dei rischi globali dalle conseguenze potenzialmente drammatiche. Non sorprende dunque che, in tale cornice, il Global risks report 2023 pubblicato dal WEF alla vigilia dell’evento di Davos abbia lanciato l’allarme della ‘policrisi’, richiamando un termine impiegato nel 2016 dall’allora presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker e ripreso recentemente dallo storico dell’economia Adam Tooze, a rimarcare la profonda interazione tra diverse crisi il cui impatto complessivo potrebbe essere di gran lunga superiore rispetto ai singoli eventi cataclismatici. E per quanto il concetto non sia esente da critiche – come ha evidenziato il settimanale Time, per lo storico Niall Ferguson si tratterebbe di «accadimenti storici» in divenire, mentre Gideon Rachman del Financial Times ha apertamente parlato di «cliché» – appare chiaro che la stratificazione delle crisi imponga decisioni rapide e coerenti, per evitare che si arrivi al punto di non ritorno.

Esemplificativo è stato in tal senso l’intervento al Forum del segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres, che non ha esitato a utilizzare espressioni forti – da «uragano di Categoria 5» a «tempesta perfetta» – e ha richiamato l’esigenza di guardare i problemi dritti negli occhi, se si vuole provare a risolverli. L’elenco è lungo: nel breve periodo, la crisi economica globale preoccupa, e le prospettive per l’immediato futuro non sembrano incoraggianti. Le disuguaglianze – come ribadito dall’ultimo rapporto di Oxfam Survival of the richest – si inaspriscono e il costo della vita sta toccando livelli difficilmente sostenibili, colpendo in particolar modo le categorie più vulnerabili. Le catene di approvvigionamento hanno subito gravissime interruzioni, i prezzi sono in aumento, i tassi d’interesse salgono, l’inflazione cresce e il debito si fa sempre più pressante, soprattutto per i Paesi più deboli. Ancora, l’invasione russa dell’Ucraina – oltre a infliggere terribili sofferenze alla popolazione colpita dal conflitto – ha acuito ulteriormente la crisi sul fronte dei prezzi dell’energia e dei beni di prima necessità, mentre le cicatrici lasciate dalla pandemia devono ancora rimarginarsi e gli interventi per contrastare la minaccia esistenziale dei cambiamenti climatici latitano. Sfide epocali, che metterebbero duramente alla prova anche un mondo caratterizzato da una piena comunione di intenti in tempi propizi. I tempi però – ha osservato Guterres – non sono certamente propizi, e gli attori globali non sembrano intenzionati a remare nella stessa direzione. Di qui, l’amara constatazione: laddove servirebbe cooperazione, ci si scontra con una pronunciata frammentazione. Che in parte, è anche conseguenza ‘inintenzionale’ – e quasi contro-intuitiva – dei processi di globalizzazione, come già Mark Leonard aveva suggerito in The age of unpeace. How connectivity causes conflict (2021): perché i collegamenti che negli ultimi tre decenni hanno annullato le distanze e ‘tenuto insieme’ il pianeta si sono poi trasformati in fattori di polarizzazione, mettendo in luce inaspettate vulnerabilità, creando ulteriori fronti di instabilità e paradossalmente assicurando strumenti – quali sanzioni, restrizioni, interruzioni di forniture – per la potenziale deflagrazione di nuovi conflitti.

 

Per questo, ha colto nel segno Ishaan Tharoor sul Washington Post quando ha osservato che tra i padiglioni e i dibattiti, il grande quesito che aleggia su Davos in questi giorni riguarda il futuro della globalizzazione, in un’epoca di nazionalismi ‘di ritorno’, protezionismi invocati da più parti e rivalità tra grandi potenze, consolidate o in ascesa. E se da una parte Adam Tooze ha ipotizzato per il prossimo decennio una complessiva ridefinizione delle interconnessioni esistenti, escludendo però al tempo stesso catastrofici processi disgregativi dell’economia globale, dall’altra il cancelliere tedesco Olaf Scholz non ha nascosto i rischi legati a nuove frammentazioni o a una vera e propria de-globalizzazione, che pendono come una «spada di Damocle» sul mondo. Quanto alla Cina, gli orizzonti sono chiari: il vicepremier Liu He ha ribadito in Svizzera la ferma opposizione a qualsiasi forma di unilateralismo e protezionismo, confermando invece l’impegno di Pechino per un rafforzamento della cooperazione internazionale in funzione dello sviluppo, della stabilità e della promozione della ri-globalizzazione economica. Per l’Unione Europea (UE) invece, la presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha annunciato il lancio del Green deal industrial plan, un piano fondato su quattro pilastri – regolamentazione, finanziamento, competenze e commercio – con l’obiettivo di assicurare all’UE una posizione di avanguardia assoluta nelle tecnologie pulite e nell’innovazione industriale, perseguendo il target dell’azzeramento delle emissioni. Un’iniziativa che, secondo quanto reso noto, dovrebbe inizialmente essere sostenuta da un rilassamento della normativa sugli aiuti di Stato, per poi portare – nel medio periodo – all’istituzione di un apposito fondo sovrano europeo; ma soprattutto la risposta di Bruxelles all’Inflation reduction act statunitense, che in chiara prospettiva protezionista assicurerà incentivi del valore di 369 miliardi di dollari a supporto della transizione verde.

 

Stando a quanto riportato dagli organizzatori, quest’anno il World Economic Forum ha accolto circa 2700 delegati provenienti da 130 Paesi, tra cui oltre 50 capi di Stato e di governo, 56 ministri delle Finanze, 30 ministri del Commercio, 35 ministri degli Esteri, 19 governatori di Banche centrali, più di 600 amministratori delegati e circa 1500 uomini d’affari. Secondo i numeri, quella che Andrea Rizzi ha definito in un articolo su El País «La grande liturgia del mondo globalizzato» sembra dunque aver confermato – prima facie – il suo successo. D’altra parte anche le assenze pesano, e la mancata partecipazione all’evento dei leader dei Paesi del G7 – eccezion fatta per Olaf Scholz – pare segnalare una minore capacità attrattiva della kermesse rispetto al passato, soprattutto in un momento in cui la crisi sconsiglia ai massimi esponenti politici di farsi ritrarre tra magnati e jet privati.

Come scriveva lo scorso anno Mark Leonard, l’uomo di Davos – le cui fortune sono anche dovute alle interconnessioni create dalla globalizzazione – non è mai stato troppo interessato alla geopolitica, ma al contrario la geopolitica ha mostrato grande interesse per l’uomo di Davos, e oggi sta lentamente plasmando quelli che saranno i futuri (dis-)equilibri globali. Comprimendo sempre di più – tra conflitti esistenti, tensioni emergenti e rivalità della politica di potenza – gli spazi per la cooperazione.

 

Immagine: Logo del World Economic Forum, Davos, Svizzera (18 gennaio 2017). Crediti: Drop of Light / Shutterstock.com

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata