03 settembre 2013

Cosa fare con la crisi in Siria

Secondo Pierre-Joseph Proudhon “chi dice umanità vuole ingannarti”. Il fantasma che aleggia sul minacciato (poi rimandato) intervento americano in Siria oggi, dopo che lo scorso 21 agosto truppe lealiste avrebbero fatto uso di arsenali chimici contro civili in un sobborgo di Damasco, è proprio quello della guerra umanitaria: paravento ideologico per la più bieca realpolitik secondo alcuni, un imperativo morale declinato diversamente da liberal e neo-con secondo altri.

Cercare di comporre il puzzle siriano con le lenti deformanti delle categorie morali rischia però di provocare, ancor prima di un intervento straniero, la prima vittima: la chiarezza sugli obiettivi strategici che l’Occidente intende perseguire oggi in Siria. Come noto, la guerra ha una sua grammatica e delle sue regole che contribuiscono a dar vita ad un duello spesso violento e crudele, ma è la politica cui spetta di ricomporre i risultati delle battaglia in vista di uno scopo ultimo: la violenza viene modulata a seconda del grado di assolutezza dell’obiettivo politico.

 

Qual è oggi l’obiettivo politico di Barack Obama in Siria? Facciamo alcune ipotesi:

1.       Deporre Assad?

2.       Impedire ad Assad di usare armi chimiche contro la popolazione?

3.       Costringere Assad a ricomporre la guerra civile in una logica di compromesso armato con una o più fazioni ribelli?

 

Nel primo caso il prevedibile stallo alle Nazioni Unite con Russia e Cina che si oppongono a qualsiasi risoluzione sulla Siria potrebbe non essere un ostacolo: nessuna risoluzione autorizzerebbe mai infatti l’uccisione di Assad, esattamente come non fu autorizzata dall’Onu l’uccisione di Muammar Gheddafi in Libia. Il problema è un altro: l’intervento armato dovrebbe essere calcolato sulla base di alcuni fattori politici indispensabili per una transizione di potere al post-Assad. Occorrerebbe avere un leader in grado di far sì che la pace confessionale che il regime laico di Assad ha garantito fino al 2011 torni a regnare in Siria al posto della guerra settaria. Possibile? Dopo oltre centomila morti, con infiltrazioni di al-Qaida tra le fazioni ribelli, milizie salafite appoggiate da Arabia Saudita, sunnite appoggiate da Qatar e Turchia e guerriglieri sciiti e di Hezbollah appoggiati da Iran e Libano sembrerebbe quantomeno improbabile.

Questa prima ipotesi dunque è da scartare; l’intervento però, e questo è il secondo caso, potrebbe avere uno scopo puramente punitivo: deteriorare le forze di Assad per impedire che ricorra nuovamente a stermini della popolazione. L’elemento dissuasivo contenuto in questa opzione è strettamente legato alla credibilità della minaccia e potrebbe spiegare perché, nonostante le ragioni della prudenza, alla fine Obama interverrà. Non farlo, dopo aver fissato ad agosto 2012 nell’uso di armi chimiche la linea rossa da non valicare, vorrebbe dire perdere la faccia con nemici e alleati. Le uniche possibilità di un passo indietro sarebbero motivate da ragioni di politica interna: un voto contrario del congresso o sondaggi fortemente negativi.

La terza opzione, la famosa “soluzione politica” chiesta quando non si ha la forza di imporla (come ha fatto, tra gli altri, Catherine Ashton – Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza dell’Ue), è difficilmente immaginabile senza l’invio di truppe di terra, opzione che Obama non ha mai considerato sul tavolo. Immaginare l’avvio di negoziati mentre è in corso una guerra irregolare a bassa intensità grazie allo sporadico lancio di qualche Tomahawk contro i depositi di armi di Assad e qualche missile Hellfire da droni partiti dalla Giordania è da folli o malinformati.

L’opzione incudine e martello (tipica di interventi per ristabilire una governance dopo anni di guerra civile) viene concepita grazie all’uso combinato della forza aerea e truppe di interposizione terrestre: ad ogni fase di negoziato politico segue, in caso di fallimento, una ripresa della campagna aerea per costringere i riluttanti ad accettare i compromessi. Un esempio sperimentato in Kosovo nel 1998.

L’invio di truppe di terra ha una specifica giustificazione tattica che, se non compresa dai politici, rende qualsiasi strategia debole in partenza. In Siria le truppe ribelli all’interno delle quali vi sono anche milizie qaediste sono tollerate, non amate, dalla popolazione per un motivo semplice: offrono protezione a uomini, donne e bambini ostaggio dei bombardamenti dei lealisti di Assad. Lo fanno con una logica strumentale, in attesa cioè di prendere il posto dei lealisti, ma la gente comune è costretta a subire questo ricatto per un comprensibile e umano desiderio di sopravvivenza pur sapendo benissimo a cosa va incontro.

Esiste un’alternativa ed è l’invio di truppe terrestri occidentali che si sostituiscano ai compiti di protezione della popolazione oggi assolti dai ribelli.

Ci sono poi altre conseguenze di cui tenere conto: un intervento americano o americano e francese come quello che sembra configurarsi (i francesi sono in debito con Obama dalla Libia e dal Mali) innescherebbe quasi certamente la risposta di Teheran che, grazie all’appoggio ad Assad, si gioca la partita per l’egemonia nel Medio Oriente contro l’Arabia Saudita appoggiata dagli americani. Gli obiettivi della rappresaglia iraniana potrebbero essere due: da un lato Israele, dall’altro il contingente Unifil di stanza in Libano.

Non è un caso che il silenzio strategico osservato da Israele in questi giorni sia paradossalmente un messaggio eloquente: non ci piace la piega che stanno prendendo gli eventi, ma se è minacciata la nostra sicurezza siamo pronti ad agire come abbiamo già fatto in passato. Dall’inizio della guerra civile Israele ha effettuato almeno tre strikes aerei sulla Siria tutte le volte che ha percepito una minaccia. Una rappresaglia sul contingente Unifil invece potrebbe provocare l’intervento di altre potenze occidentali, tra cui anche l’Italia, sin qui restie a prendere posizione.

Nessuno desidera realmente un’escalation del conflitto in Siria, considerata anche la crisi economica. A molte cancellerie europee, in realtà, non dispiace che la responsabilità di dire al mondo che non vale la pena di morire per Damasco possa essere messa in conto alla partita a scacchi che Mosca contro Obama sta conducendo alle Nazioni Unite applicando le logiche mai messe da parte della guerra fredda.

 

Pubblicato in collaborazione con Meridiani Relazioni Internazionali 


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