30 gennaio 2020

Cosa prevede il piano di pace americano per il Medio Oriente

«I palestinesi non perdono mai l’occasione di perdere un’occasione». Recita così un adagio, attribuito al diplomatico israeliano Abba Eban, che molti osservatori hanno prontamente rispolverato dopo che il presidente statunitense, Donald Trump, ha annunciato a Washington i dettagli politico-diplomatici di quello che è stato definito «l’accordo del secolo». Si tratta del piano, messo a punto dall’amministrazione di Washington, per mettere pace tra israeliani e palestinesi. Di fronte all’inquilino della Casa Bianca, in occasione dell’annuncio, erano presenti il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, e rappresentanti di Oman, Emirati Arabi Uniti e Bahrein, dove a giugno 2019 sono stati presentati gli aspetti economici del ‘deal of the century’.

Nel rendere noto il piano, che in 180 pagine illustra i vari punti della proposta americana, Trump ha sottolineato quanto il progetto sia «vantaggioso sia per Israele che per i palestinesi», dicendosi persuaso che questi ultimi avrebbero accettato. Convinzione evidentemente mal riposta, dato che i vertici palestinesi hanno respinto l’offerta al mittente ‒ almeno a livello verbale – appena dopo l’annuncio di Trump. L’Autorità nazionale palestinese (ANP) e il partito-milizia Hamas – che controlla la Striscia di Gaza ‒ hanno serrato i ranghi nel bocciare l’accordo. In particolare per alcuni aspetti in esso contenuti.

La considerazione fondamentale da cui partire è che non si tratta di un accordo, dato che si configura come un’iniziativa a guida USA elaborata di concerto con una sola delle parti in conflitto, ossia Israele, tanto più che il testo sembra decisamente più ispirato a linee di politica interna statunitense e israeliana che non a una visione lungimirante sul futuro del Medio Oriente. Da un lato Trump desidera rivendicare un successo diplomatico che nessuno dei suoi predecessori – eccetto forse Bill Clinton – ha potuto vantare di fronte all’elettorato americano. Dall’altro, come rileva un editoriale del New York Times, il piano trumpiano per la pace rappresenta un assist elettorale non trascurabile per Benjamin Netanyahu, ancora in corsa per le elezioni israeliane in programma per il 2 marzo prossimo, sebbene invischiato nel processo per corruzione che pende sulla sua testa.

I punti destinati a far inverare il motto di Eban sono molteplici e percorrono praticamente tutto il testo dell’accordo, pubblicato dalla Casa Bianca. Il primo aspetto riguarda la normalizzazione ufficiale degli insediamenti israeliani in Cisgiordania, illegali secondo il diritto internazionale. Il piano, come chiarito da Trump di fronte alle telecamere, prevede che «nessun israeliano o palestinese abbandoni la propria casa». Tradotto in termini pratici, questo significa che gli insediamenti – tema molto caro al movimento dei coloni israeliano – vengono riconosciuti a tutti gli effetti come parte della sovranità dello Stato ebraico. Lo stesso vale per la valle del Giordano, inglobata tout court tra le terre di Israele. Sia Bibi Netanyahu che il suo sfidante Benny Gantz (del partito Kahol Lavan), in campagna elettorale hanno promesso di annettere quest’area qualora eletti. Con il sistema di checkpoint e arterie di collegamento già ampiamente collaudato, l’assetto dei territori palestinesi in Cisgiordania si riduce ufficialmente a quello che la studiosa Olga Solombrino, dell’Università di Napoli L’Orientale, definisce nel suo libro omonimo  «Arcipelago Palestina». Una serie, cioè, di piccole enclave che a macchia di leopardo sono separate da vie di comunicazione e infrastrutture controllate da Israele. Il problema della discontinuità territoriale tra Cisgiordania e Gaza viene  invece “risolto” con la creazione di un tunnel sotterraneo destinato ad attraversare i territori di Israele. Nelle indiscrezioni precedenti l’annuncio ufficiale si parlava invece di un’autostrada sopraelevata, destinata a correre a 30 metri dal suolo israeliano.

Questa infrastruttura dovrebbe essere uno dei punti del piano relativi allo sviluppo economico del futuro Stato palestinese. Questa sezione del documento si pone l’obiettivo di consentire «al popolo palestinese di costruire una società prospera e vibrante». Si parla di 50 miliardi di dollari in nuovi investimenti da realizzarsi in 10 anni, impiegandoli in infrastrutture, sanità e istruzione sia in Cisgiordania che a Gaza. Questo capitale andrà «raccolto attraverso uno sforzo internazionale» non meglio specificato e «inserito in un nuovo fondo amministrato da una banca multilaterale di sviluppo». Sembra chiaro che per “multilaterale”, si intende un organismo finanziario non controllato interamente dai palestinesi.

L’accordo prevede anche che il futuro Stato di Palestina sia dotato di istituzioni finanziarie indipendenti e trasparenti, in grado di sostenere linee di credito e di impegnarsi in operazioni di mercato internazionale allo stesso livello degli omologhi sistemi occidentali.

Per quanto concerne altri aspetti geografici, il testo precisa che «Israele manterrà la sovranità sulle acque territoriali» definite vitali per la sicurezza e la stabilità della regione. Questo implica la conferma dello status quo anche per quello che concerne il mare che bagna la Striscia di Gaza, controllato de facto dallo Stato ebraico. Non solo. Anche lo spazio aereo, compreso quello che sovrasta la Cisgiordania, resterà sotto il controllo israeliano. «La distanza tra il fiume Giordano e il Mediterraneo – si legge nel testo ‒ è approssimativamente di 40 miglia. Un moderno aereo da combattimento può coprire quella distanza in meno di tre minuti». Pertanto «se lo Stato di Israele non mantenesse il controllo dello spazio aereo della Cisgiordania, non avrebbe tempo sufficiente per difendersi da velivoli o missili ostili in arrivo».

Nonostante i ridimensionamenti sinora descritti, nel corso del suo annuncio a Washington Trump ha sottolineato con particolare enfasi il fatto che i palestinesi si ritroverebbero con «il doppio dei territori» rispetto ad ora. Il riferimento è a due snodi periurbani a ridosso del confine israelo-egiziano, ben illustrati dalla mappa pubblicata in tre lingue – inglese, arabo ed ebraico – dal profilo Twitter del tycoon di Washington. A questi territori va aggiunto il cosiddetto “triangolo arabo”, composto dalle località di Kafr Qara, Ar’ara, Baha al-Gharbiyye, Umm al Fahm, Qalansawe, Tayibe, Kafr, Qasim, Tira, Kafr Bara and Jaljulia. Queste cittadine, parte di Israele dal 1948, costituiscono il territorio dello Stato ebraico dove la popolazione araba rappresenta la stragrande maggioranza dei residenti. Questi cittadini, che in Israele hanno diritto all’elettorato attivo e passivo, vengono potenzialmente “ceduti” al nuovo Stato palestinese. Quello che sembrerebbe un naturale “ritorno” ad una patria palestinese, in realtà potrebbe configurarsi come la liquidazione parziale di un blocco elettorale ‒ quello arabo-israeliano – tradizionalmente ostile a Netanyahu e al Likud (di cui Bibi è il leader politico).

Uno dei punti più controversi del piano, e sul quale il presidente dell’ANP Mahmoud Abbas è stato categorico, riguarda lo status di Gerusalemme e dei suoi luoghi sacri. «La libertà di accesso a tutti i siti religiosi di tutte le fedi in entrambi gli Stati dovrebbe essere concordata e rispettata dalle parti». È quanto si legge nel testo della proposta statunitense. Il piano parla di «tutti i siti», aperti a «tutte le fedi». Questo elemento, applicato al caso di Gerusalemme, potrebbe avere implicazioni importanti. Come sottolinea un approfondimento a cura di Agenzia Nova, la città è definita «tre volte santa», in quanto sede di luoghi considerati sacri da cristiani, ebrei e musulmani. Migliaia di persone di fede ebraica si riuniscono per pregare di fronte al muro occidentale, detto erroneamente “muro del pianto”, che delimita il terrapieno sul quale insiste la spianata delle moschee. La moschea di al-Aqsa e la Cupola della roccia, che dominano la spianata, rappresentano il terzo luogo più sacro dell’islam dopo La Mecca e Medina. Stabilire il libero accesso a quest’area anche per i cristiani e, soprattutto, per gli ebrei significa creare potenziali fonti di scontro e conflitto. Basti pensare che il 28 settembre del 2000, l’allora capo dell’opposizione israeliana Ariel Sharon, salì sulla spianata accompagnato da una scorta armata, a simboleggiare la piena sovranità israeliana su quel luogo. Il gesto di Sharon scatenò una serie di reazioni da entrambe le parti in conflitto, dando inizio a quella che fu la seconda intifada. Provocazioni simili si sono viste anche negli anni successivi, lasciando la città sempre in bilico tra una fase di violenza e l’altra.

Il piano, inoltre, ribadisce il riconoscimento di Gerusalemme come «capitale unica e indivisibile dello Stato di Israele», sulla scia di quanto già stabilito con lo spostamento dell’ambasciata americana da Tel Aviv alla “città tre volte santa” nel 2017. Ai palestinesi, stando al “piano del secolo”, resterebbe la cosiddetta “Gerusalemme Est”, oltre il muro di separazione, con le località di Kafr Aqab, la parte orientale di Shuafat e Abu Dis. Questo surrogato di capitale, suggerisce l’accordo, «potrebbe essere chiamato al-Quds o con altro nome stabilito dai palestinesi».  Chiamare al-Quds – in arabo “la santa” – qualcosa di diverso dalla Gerusalemme storica, casa dei luoghi sacri dell’islam, è un’opzione imponderabile per i palestinesi e per gran parte del mondo arabo-islamico.

Altra parte nebulosa dell’accordo è quella che riguarda la gestione dei rifugiati palestinesi all’estero, molti dei quali si trovano in Siria, Libano, Giordania e Paesi del Golfo. La risoluzione 194 delle Nazioni Unite, ratificata nel 1948 dal Consiglio di sicurezza ONU, ne sancisce il diritto al ritorno nei territori che oggi fanno parte di Israele. Per questo motivo quasi metà dei rifugiati palestinesi è attualmente apolide. Il piano di Trump prevede tre possibilità per affrontare questo dossier. La prima è l’assorbimento dei rifugiati, cioè l’acquisizione della cittadinanza, in quello che dovrebbe essere il nuovo Stato di Palestina. La seconda è che acquisiscano la cittadinanza negli attuali Paesi ospitanti, a condizione che questi diano il proprio consenso. La terza opzione fa riferimento ad un meccanismo di accettazione di 5.000 rifugiati ogni anno, per un massimo di 10 anni (50.000 rifugiati in totale), da parte dei Paesi membri dell’Organizzazione della cooperazione islamica (OIC). A condizione, anche in questo caso, che tali Paesi diano il proprio consenso sulla base di accordi bilaterali con il futuro Stato di Palestina, dal momento che la risoluzione 194 delle Nazioni Unite ne sancisce il diritto al ritorno nei territori che oggi fanno parte di Israele. Le esigenze dei vari attori da mettere d’accordo, più una sostanziale richiesta di rinuncia al retaggio nazionale palestinese, rendono assai complessa la realizzazione di questa parte del piano.

Come avvenuto dopo il riconoscimento statunitense di Gerusalemme come capitale di Israele, l’annuncio di Trump è stato bersaglio di un’ondata di condanne da parte di Turchia, Iran, Giordania e dal partito-milizia libanese Hezbollah. Si sono mostrati possibilisti, invece, Egitto, Arabia Saudita, Qatar e Unione Europea. Ma si tratta di un rituale ormai collaudato, difficilmente destinato a dar luogo a risvolti pratici sul piano politico e diplomatico. Nella seconda metà del XX secolo, quella israelo-palestinese è stata la questione per eccellenza. Oggi, con vicini ingombranti come la Siria, lo Yemen e l’Egitto diviso tra crisi libica e terrorismo nel Sinai, il dossier scivola in fondo alle agende internazionali. Lo sa bene Trump, consapevole anche del fatto che i palestinesi non accetteranno mai il piano, anche se hanno 4 anni di tempo per decidere. Il presidente USA si accontenta della photo-opportunity, dello spot elettorale, e dell’“instabilità controllata” che ormai in Medio Oriente rappresenta il normale ordine delle cose. Se il piano è quello sinora descritto non c’è da meravigliarsi che la profezia di Eban, i palestinesi non perdono mai l’occasione di perdere un’occasione, debba necessariamente avverarsi. Le “opportunità” per i palestinesi, infatti, sembrano fin troppo risicate rispetto ai costi da sostenere.

 

Immagine: Da sinistra, Donald Trump e Benjamin Netanyahu (2 ottobre 2017). Crediti: The White House from Washington, DC [Public Domain Mark 1.0], attraverso flickr.com

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