26 maggio 2021

Cosa resta dopo l’escalation tra Hamas e Israele

 

La tregua raggiunta tra Hamas e Israele il 21 maggio è ancora in piedi, ma stabilire un chiaro vincitore dopo quest’ultima escalation resta difficile. Entrambe le parti hanno reclamato la vittoria, affermando di aver raggiunto i loro obiettivi e di aver inflitto gravi danni al proprio nemico, sul piano militare ma non solo.

 

Hamas ha prima di tutto dato prova di una rinnovata potenza bellica: ha impiegato missili con una gittata di 250 km e piccoli droni ed è riuscito in diverse occasioni a superare la barriera dell’Iron Dome, il sistema antiaereo che protegge il territorio israeliano. Ma la vera vittoria di Hamas si è registrata sul piano politico. Il movimento si è imposto quale vero leader del fronte palestinese tra la Striscia di Gaza e la Cisgiordania, riuscendo così ad isolare ancora di più il partito al-Fatah del presidente Abu Mazen, già fortemente in crisi e costretto a rimandare le elezioni per rimanere al potere. Hamas ha dunque ricompattato il fronte palestinese, come hanno dimostrato le manifestazioni tenutesi sia in Israele che a Gaza e in Cisgiordania contro lo Stato ebraico.

 

Hamas però deve fare adesso i conti con gli ingenti danni inflitti dall’aviazione israeliana sulla Striscia e con l’alto numero di morti che questa escalation ha provocato. I raid hanno danneggiato ed in alcuni casi distrutto centinaia di edifici civili, il sistema fognario e la rete elettrica, oltre a scuole, ospedali e fabbriche. Un duro colpo per una popolazione che vive in una enclave già colpita da una grave crisi economica a causa dell’embargo israeliano che va avanti ormai da 15 anni e dichiarata “invivibile” dall’ONU. Inoltre, la vita dei palestinesi a Gerusalemme non è certo migliorata grazie ad Hamas: la tregua sembra non fare menzione delle espulsioni forzate previste nel quartiere di Sheikh Jarrah né della gestione della Spianata delle Moschee, che pure rappresentano i motivi scatenanti di questa ultima escalation.

 

Ma ad aver dichiarato vittoria a seguito dell’operazione Guardiano delle mura è stato anche lo Stato ebraico. Secondo quanto affermato dal primo ministro Benjamin Netanyahu, l’esercito ha inflitto un duro colpo alle capacità militari di Hamas, distruggendo 100 km di tunnel e uccidendo decine di ufficiali di alto livello del movimento e di Jihad islamica, altro gruppo sempre attivo nella Striscia. Un risultato che diversi analisti hanno tuttavia ridimensionato, affermando che la capacità offensiva di Hamas è stata solo in parte intaccata.

 

Nel bel mezzo dell’operazione contro la Striscia, Israele ha anche dovuto fare i conti con il dissenso interno della popolazione arabo-israeliana e con le violenze scatenatesi nelle città miste, che hanno messo in evidenza le crepe interne al sistema sociale dello Stato ebraico. Una situazione che ha tuttavia fatto il gioco di Netanyahu, sul punto di perdere il potere prima di quest’ultima escalation con Hamas. Il primo ministro uscente, che sta anche affrontando un processo per corruzione, non ha i numeri per formare un nuovo governo, ma l’operazione militare contro Gaza ha spaccato il fronte dell’opposizione costringendo Mansour Abbas, leader del partito arabo

Ra’am, ad interrompere le trattative con le altre forze politiche. I suoi seggi sono attualmente indispensabili per dar vita al prossimo esecutivo. Venuta meno la prospettiva di un’alleanza tra i partiti di opposizione, sembra ormai inevitabile il ritorno alle urne, la quinta volta in soli due anni.

 

Intanto ci si interroga su quanto a lungo potrà durare il cessate il fuoco tra Israele e Hamas. Se i problemi che hanno portato a questa ultima escalation e alle violenze nelle città miste non saranno risolti, presto o tardi la tregua appena raggiunta verrà nuovamente violata. Come detto anche dal ministro della Difesa israeliana, Benny Gantz, perché si possa mettere fine a questo ciclo di violenze è necessario dare un seguito politico all’operazione Guardiano delle mura, evitando che quest’ultima escalation si trasformi nell’ennesima opportunità mancata. Ma la mancanza di una leadership unitaria nel fronte palestinese e la debolezza politica che affligge ultimamente Israele, unite allo scarso interesse dimostrato verso la questione palestinese dall’amministrazione americana sono tutti elementi che, ad oggi, rendono impensabile una soluzione politica del conflitto.

 

Immagine: Case e auto distrutte in seguito all’attacco missilistico lanciato da Gaza durante l’operazione Guardiano delle mura, Petah Tikva, Tel Aviv, Israele (14 maggio 2021). Crediti: The World in HDR / Shutterstock.com

 


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