12 luglio 2022

Cosa vuol dire pensare il Pensiero di Xi Jinping?

La Cina fatica a interpretare il Pensiero di Xi Jinping, titola un articolo uscito nel 2018 su The Economist, che prova a riassumere il “Pensiero di Xi Jinping sul socialismo con caratteristiche cinesi per la Nuova Era” e la linea politica impressa al Partito comunista cinese dal suo leader, al potere dal 2012. Nel testo si legge: «Il Pensiero di Xi Jinping viene ora inculcato con più forza di qualsiasi altro insieme di idee da quando Deng lanciò il suo programma di riforma e apertura, quasi 40 anni fa». La profonda comprensione di un impianto teorico-politico così complesso non è nemmeno richiesta, continua l’articolo, e il Partito prosegue nella tradizione di chiedere che la popolazione dia voce agli slogan dei leader in segno di fedeltà. Insomma, «è una faticaccia, ma è il pensiero che conta», conclude The Economist.

 

L’idea che il Pensiero di Xi – come quello di Mao prima di lui – venga sbandierato dalla propaganda di partito e inculcato a forza nella società è alla base di gran parte della produzione mediatica occidentale sulle questioni cinesi e si traduce nella convinzione che si tratti solo di uno strumento volto alla costruzione del culto della personalità, tratto distintivo di ogni regime totalitario. Per Time, che alle somiglianze tra Xi e Mao ha dedicato una copertina nel 2016, il risultato della costruzione di questo culto è un paradosso: «Le massime marxiste e gli slogan maoisti si scontrano con la vita moderna della Cina, così diversa dagli anni caotici della Rivoluzione Culturale». La concezione secondo cui Xi Jinping avrebbe ridisegnato a propria immagine e somiglianza il profilo della società cinese è rafforzata da eloquenti incidenti diplomatici. Amazon.com, che nel 2019 aveva cominciato a commercializzare sul proprio sito web cinese una raccolta di discorsi e scritti del presidente, fu costretta allo stop da un intervento di Pechino che chiedeva non fosse consentito ai clienti cinesi di valutare e recensire il prodotto. «Il problema sono le recensioni sotto le cinque stelle», ne aveva scritto Reuters citando una fonte anonima. Simili vicende alimentano la percezione occidentale che il sistema politico cinese sia una macchina dedita al “brainwashing”, un termine in realtà usato per la prima volta da Edward Hunter, un ex agente della CIA. Nel 1959, Hunter sostenne di aver sentito e poi tradotto letteralmente il concetto dal cinese, ma non esiste alcuna prova che a quel tempo il termine “lavaggio del cervello” fosse usato dal Partito comunista. Al contrario, nei resoconti ufficiali delle conversazioni di Mao con il giornalista Edgar Snow, del 1970, lo stesso Mao si era pronunciato contro un eccessivo culto della personalità, che non trovava né utile né desiderabile.

 

L’enfasi sul culto della personalità come un tratto determinante dei rapporti tra Stato e società nella Repubblica Popolare Cinese si deve all’interesse accademico verso i regimi non democratici e agli indirizzi interpretativi elaborati nel campo delle scienze politiche nel secondo dopoguerra. La teoria del totalitarismo, in particolare, con gli annessi concetti di culto della leadership, atomizzazione sociale, “brainwashing” e terrore diffuso, ha fornito le lenti attraverso cui, inizialmente, gli studiosi guardavano all’esperimento cinese e lo confrontavano con l’esperienza degli Stati socialisti in altre parti del mondo. Ma se il paradigma totalitario è stato utile per comprendere i regimi sorti negli anni Cinquanta e Sessanta, è anche vero che quel paradigma ha esaurito la sua capacità esplicativa della vita politico-sociale nella Cina di oggi. Già a partire dagli anni Novanta, Vivienne Shue, politologa presso il St Anthony’s College di Oxford, ha messo in guardia dall’immagine di uno Stato cinese puramente opprimente, che sovrasta la società, schiacciandola. Questa visione è insufficiente a rendere la complessità dei rapporti Stato-società in Cina e richiede che, per studiarne il sistema politico, ci si doti di una grammatica alternativa.

 

Se si imposta il ragionamento a partire dai pensieri e discorsi dello stesso Xi, è facile rintracciare nel suo pensiero, così come nelle formulazioni politiche dei predecessori, uno sforzo collettivo che va al di là della centralizzazione del potere in un singolo individuo. Sebbene possa sorprendere scoprire che non sia stato Xi Jinping da solo, ma «i Comunisti cinesi [sotto la sua guida]» a elaborare la dottrina che porta il suo nome, una situazione simile si ritrova negli scritti di Mao, che già nel periodo di Yan’an (1942-45), sottolineava la necessità di precisare in merito al suo pensiero: «Non è mio, ma la cristallizzazione delle corrette opinioni di molti compagni. Un prodotto della rivoluzione cinese». Quest’interpretazione troverà ampio spazio anche dopo la morte di Mao, quando il suo pensiero divenne “saggezza collettiva”. Non il prodotto individuale della mente accentratrice del leader, dunque, ma uno sforzo collettivo e condiviso ovvero, secondo l’ex presidente Jiang Zemin, «la cristallizzazione dell’esperienza pratica e della saggezza collettiva del partito e del popolo».

 

Quando si riflette sul lessico non può passare inosservato come il riferimento al Pensiero di Xi Jinping sia sempre accompagnato dall’espressione “per la Nuova Era”. Ma cosa si intende per “Nuova Era”? Nel discorso ufficiale cinese, a scandire i tempi della politica è il mutare delle “contraddizioni principali” insite nella società. Se nel 1966, con Mao, la principale antinomia era quella tra l’aspirazione a creare un Paese industrialmente avanzato e la realtà di un Paese agricolo e arretrato, sotto la leadership di Deng, nel 1981, diventò centrale la contraddizione tra i crescenti bisogni materiali e culturali del popolo e l’arretratezza sociale. Con Xi, a partire dal 2017, la contraddizione principale è rappresentata dall’incompatibilità tra la diffusa aspirazione ad una qualità della vita migliore e uno sviluppo ancora squilibrato e incapace di realizzarla. 

 

Le nuove contraddizioni della società cinese richiedono un ripensamento della “saggezza collettiva” di cui il leader non è tanto sorgente esclusiva, quanto il più autorevole interprete. E, a ben vedere, gran parte di ciò che è stato codificato nel Pensiero di Xi era già in essere prima del suo arrivo al potere. Il rafforzamento della governance secondo uno “Stato di diritto socialista”, la centralizzazione del potere e la sua concentrazione in piccoli gruppi sono orizzonti tratteggiati già durante l’era di Hu Jintao, in particolare dopo il 2008, quando, a seguito della crisi finanziaria globale innescatasi negli Stati Uniti, il dibattito politico cinese cominciò a convergere sul tema della “stabilizzazione”. Alla luce di tutto ciò, vale la pena chiedersi se nelle articolazioni pratiche del Pensiero di Xi Jinping, lo stesso Xi sia tanto importante quanto in questa parte di mondo si pensa che sia. Non è un quesito da poco, considerata l’attenzione con cui il mondo attende di sapere se, al prossimo Congresso nazionale del Partito, Xi sarà confermato segretario generale per un terzo mandato quinquennale senza precedenti.

 

◊ Questo articolo riprende i contenuti della lezione tenuta da Patricia Thornton (Università di Oxford) il 27 giugno 2022 presso la 16ª TOChina Summer School, Dipartimento di Culture, Politica e Società dell’Università di Torino.

 

Immagine: Xi Jinping (5 luglio 2017). Crediti: 360b / Shutterstock.com

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