01 dicembre 2017

Cresce la minaccia della Corea del Nord

Un nuovo lancio, avvenuto all’alba nordcoreana del 29 novembre. A più di due mesi dall’ultimo test del 15 settembre, dopo un periodo di calma apparente che aveva portato gli analisti a sbilanciarsi su concrete possibilità di allentamento della tensione, Kim Jong-un alza dunque la posta in gioco, e lo fa con un test che porta Pyŏngyang a formulare un annuncio di grande valore simbolico per il regime: l’obiettivo di diventare una potenza nucleare è stato finalmente raggiunto. Con la consueta puntualità, la macchina propagandistica dello Stato a nord del 38° parallelo si è ovviamente messa in moto: a dare la lieta notizia alla popolazione, secondo una consolidata tradizione, è stata la nota anchorwoman Ri Chun-hee, volto storico dell’emittente KCTV con cui da qualche tempo anche l’Occidente ha familiarità. È dalla sua voce che, nella giornata di mercoledì, è arrivato infatti l’annuncio del lancio di un nuovo missile balistico intercontinentale, mentre le immagini mostravano i più recenti progressi della tecnologia missilistica nordcoreana e indugiavano sulla soddisfazione del supremo leader Kim Jong-un, immortalato prima al momento della firma dell’ordine di esecuzione dell’esperimento e poi esultante assieme ai suoi generali per la buona riuscita del test.

Secondo quanto riportato, il missile – denominato Hwasong-15 – avrebbe raggiunto la quota massima di 4500 km e percorso una distanza complessiva di 960 km in oltre 50 minuti, per concludere il suo viaggio nel Mar del Giappone all’interno della zona economica esclusiva nipponica. Il suo raggio d’azione sarebbe però ben più ampio del tragitto percorso, tanto da poter colpire – se opportunamente lanciato – qualsiasi obiettivo fino a 13.000 km: di qui, tutto il senso della minaccia di Pyŏngyang, perché di fatto il missile potrebbe raggiungere – e dunque minacciare – qualunque città degli Stati Uniti.

Anche in questo caso, come già accaduto in passato, non sono mancati i dubbi sui proclami del regime nordcoreano, in particolar modo dal punto di vista scientifico: le maggiori perplessità riguardano soprattutto la possibilità effettiva che il missile riesca a coprire una distanza così importante se equipaggiato con una testata nucleare, oltre che la sua capacità di resistere alle elevatissime temperature cui sarebbe sottoposto rientrando nell’atmosfera terrestre, senza riportare danni o comunque deviando rispetto alla traiettoria dell’obiettivo da centrare. I tecnici sono comunque concordi nel constatare che, sotto il profilo tecnologico, Pyŏngyang ha compiuto passi in avanti importanti in tempi relativamente brevi, tanto che è ipotizzabile che il regime sarà in grado di realizzare gli ultimi progressi necessari a garantire il trasporto di una testata su un vettore a lunga gittata entro il 2018.

Nonostante l’indiscutibile rilevanza di tali variabili, il quadro appare comunque delineato sotto il profilo geopolitico: l’escalation degli ultimi tempi lascia infatti intendere in maniera chiara quale peso Kim Jong-un attribuisca al completamento dei suoi programmi balistico e nucleare, ritenendo che dal loro successo dipenda la sopravvivenza stessa del regime. Durante l’ultimo biennio, le tensioni sono andate progressivamente crescendo: il 2016 si è infatti aperto con l’annuncio – avvenuto il 6 gennaio – di un test nucleare presso il sito di Punggye-ri, anche se la notizia dell’esplosione del primo ordigno all’idrogeno nordcoreano è stata accolta da subito con giustificato scetticismo dagli esperti e dalle autorità straniere. Ai lanci balistici dei mesi successivi ha fatto poi seguito una nuova detonazione nucleare il 9 settembre, ovviamente condannata dalle Nazioni Unite, dagli USA, dal Giappone e della Corea del Sud, con una presa di posizione anche della Cina.

Lontano da qualsiasi ipotesi di distensione, il 2017 è proseguito sulla stessa falsariga del 2016, con la Corea del Nord determinata nella prosecuzione del suo programma militare, gli Stati Uniti del nuovo presidente Trump a esibire – per lo meno retoricamente – un approccio muscolare mantenendo sul tavolo tutte le opzioni e il Consiglio di sicurezza ONU a inasprire le sanzioni nei confronti del regime di Pyŏngyang, senza però riuscire a sortire gli effetti sperati. Nel corso del 2016, la Corea del Nord ha lanciato complessivamente 24 missili; quest’anno invece – a partire dal mese di febbraio – i lanci sono stati 23 in 16 test, durante i quali i tecnici di Kim hanno potuto verificare i progressi compiuti a livello tecnologico. Senza dimenticare poi che il 2017 è stato l’anno della detonazione della bomba H nordcoreana (3 settembre).

I numeri dicono chiaramente che è stato il leader supremo Kim Jong-un a imprimere una brusca accelerazione ai programmi missilistico e nucleare della Corea del Nord: durante il suo regime – iniziato nel dicembre del 2011 – sono infatti stati effettuati 4 dei 6 test nucleari della storia del Paese, e i missili testati superano di gran lunga quelli lanciati dai predecessori Kim Il Sung e Kim Il Jong. Ampliando però l’orizzonte di analisi, è possibile rilevare come la Corea del Nord abbia iniziato ad articolare il suo percorso già dal 1976, quando avviò il suo sviluppo missilistico utilizzando gli Scub-B di fabbricazione sovietica provenienti dall’Egitto. Risale invece al 1993 il primo test positivo con un missile Rodong-1, effettuato peraltro in un momento in cui Pyŏngyang sembrava in procinto di uscire dal Trattato di non proliferazione nucleare, salvo poi ritornare sui suoi passi. Nell’ottobre del 1994, Stati Uniti e Corea del Nord raggiunsero un’intesa per il congelamento del programma nucleare di Pyŏngyang, in cambio Washington si impegnava ad assicurare al regime forniture annuali di carburante per consentirgli di avere elettricità fino alla costruzione di reattori nucleari ad acqua leggera, in sostituzione di quelli ad acqua pesante alimentati a grafite, ritenuti più pericolosi per i possibili sviluppi in campo militare. L’implementazione di quell’accordo procedette tuttavia a rilento e la Corea del Nord riattivò segretamente il suo programma in materia di armamenti, finché l’intesa non fu di fatto cassata e Pyŏngyang annunciò nel 2003 la sua uscita dal Trattato di non proliferazione nucleare.

Dunque, l’approccio ‘morbido’ adottato durante l’amministrazione Clinton non produsse il risultato voluto. Meglio non andò però alla successiva presidenza di George Bush jr., che nel 2002 inserì la Corea del Nord insieme a Iraq e Iran nell’asse del male. Al tavolo negoziale si tornò nell’agosto del 2003, in un formato a sei che – oltre a Pyŏngyang e Washington – comprendeva anche Mosca, Seul, Tokyo e Pechino. In alcuni frangenti delle trattative – proseguite negli anni successivi – non mancarono segnali incoraggianti, come quando nel 2005 il regime nordcoreano annunciò l’impegno ad abbandonare il suo programma nucleare e vincolarsi nuovamente al Trattato di non proliferazione; o ancora nel 2007, quando fu concordata la sospensione delle attività presso il sito nucleare di Yongbyon. Ancora una volta però, le prospettive di denuclearizzazione della penisola coreana furono deluse, e anzi Pyŏngyang nel 2006 effettuò lanci missilistici e il suo primo test nucleare, cui fecero seguito le sanzioni delle Nazioni Unite. Con l’obiettivo di rilanciare le trattative, l’amministrazione Bush rimosse la Corea del Nord dalla lista degli Stati sponsor del terrorismo nell’ottobre del 2008, ma ancora una volta le speranze risultarono mal riposte e nel maggio del 2009 Pyŏngyang annunciò di aver effettuato il suo secondo test nucleare.

Nel frattempo, alla Casa bianca era arrivato Barack Obama, che avrebbe imperniato la sua azione di politica estera verso il regime nordcoreano sulla cosiddetta pazienza strategica: in sostanza, Washington attendeva che Pyŏngyang – messa alle strette da una situazione difficile soprattutto sotto il profilo economico e rischiando il collasso – si aprisse genuinamente al negoziato. Anche in questo caso però i risultati sono stati negativi, con la dinastia dei Kim che ha continuato a perseguire pervicacemente il suo programma di armamenti – incrementando anzi gli sforzi con l’inizio dell’era Kim Jong-un – e gli USA che non sono riusciti a raggiungere l’auspicato obiettivo di ‘forzare la mano’ a Pechino affinché richiamasse all’ordine il vicino alleato. Solo nel febbraio 2012 sembrarono intravvedersi tenui segnali di apertura, con la Corea del Nord che accettò di fermare il suo programma in cambio di aiuti alimentari statunitensi, ma le speranze sarebbero state presto disattese.

Il resto, tra lanci, annunci, proclami e sanzioni, è storia recente. Nel corso del suo primo anno alla Casa bianca, Trump ha annunciato un approccio diverso rispetto a quello obamiano, ma al di là di una retorica più accesa e infuocata, la strategia non sembra finora essere cambiata radicalmente. Dopo l’ultimo lancio del 29 novembre, Washington ha ribadito in sede di Consiglio di sicurezza ONU che con le sue azioni Pyŏngyang ha portato il mondo più vicino alla guerra, una guerra che gli Stati Uniti dichiarano di voler evitare ma dalla quale – ammoniscono – la Corea del Nord deve sapere che uscirebbe distrutta. Gli USA sono però d’altro canto consapevoli che un eventuale attacco preventivo provocherebbe una risposta del regime nordcoreano, con effetti potenzialmente devastanti e il rischio di generare un conflitto su scala regionale. Nel corso degli anni, la dinastia al potere a Pyŏngyang è andata avanti con il suo programma, senza che le sanzioni imposte a livello internazionale riuscissero a farla desistere dai suoi propositi. Per il futuro, nessuna opzione è esclusa, anche se l’annuncio di aver raggiunto la posizione di potenza nucleare potrebbe aprire qualche spiraglio: se il grande obiettivo della deterrenza è stato infatti conseguito, Pyŏngyang potrebbe essere disposta a trattare ed evitare ulteriori progressi in campo militare in cambio di concessioni.

La strada del negoziato continua a essere dura e piena di insidie, ma rimane l’unica percorribile per evitare degenerazioni potenzialmente distruttive.


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